E’ un PD che si sarebbe messo a nudo senza remore. Che non nasconde lo stato dell’arte di quello che dovrebbe essere il percorso di rinascita dopo le debacle che lo ha portato dallo stadio di “partito regione” sino al commissariamento di un anno fa. E’ quanto emerge dalla lunga e puntuale ricostruzione della riunione del PD di Basilicata svoltasi venerdì a Potenza, con la presenza del senatore/commissario Daniele Manca e del deputato Marco Miccoli, redatta e diffusa da Pietro Simonetti, pubblicata integralmente da Franco Martina e non smentita da nessuno. Un documento che conferma all’osservatore esterno lo stato ancora comatoso di questo corpaccione, segnato dai giochi e giochini di cordate del passato e che si riaffacciano con gruppi e gruppetti pronti a lanciarsi in una mera conta per assicurarsi un posto al sole da giocarsi nelle prossime partite elettorali. La prima cosa che emerge è che il PD non è pronto ancora per il congresso. Non come servirebbe, almeno. Infatti, si legge che: “L’incontro del 24 settembre…si doveva inserire nel percorso che dovrebbe condurre il partito fuori da una fase di commissariamento durata oltre un anno e verso il congresso regionale.” Ma si è ridotto ad essere un mero “incontro interlocutorio”, sebbene “utile per una ragione più semplice: finalmente un incontro per discutere e confrontarsi.” Per quanto riguarda il suo attuale stato di salute si parla di “un partito ancora stordito dalle recenti sconfitte, ancora alle prese con il proprio passato e non completamente consapevole di essere ormai all’opposizione.” Un partito che ancora non ha capito “dove si trova oggi… quale società vuole rappresentare e soprattutto quale alternativa vuole costruire.” E perchè si sarebbe ancora a questo punto? Si dice che “manca una presenza collettiva, mancano persone, manca una classe dirigente, manca soprattutto una comunicazione politica reale, fatta di rapporti umani e presenza nei territori, non soltanto di comunicazione virtuale.” Constatando che “Un partito non può esistere soltanto durante le elezioni e non può essere sostituito da una somma di profili social, comunicati stampa e iniziative occasionali.” Che fare allora? “Serve tornare nei circoli, nei comuni, nei luoghi di lavoro, nelle università, nelle associazioni e nelle comunità. E serve soprattutto una nuova generazione dirigente: non semplicemente un ricambio anagrafico, ma una classe politica capace di interpretare il cambiamento della Basilicata.” Insomma, una sconfessione delle classi dirigenti degli ultimi anni che ancora fischiettano fingendosi estranee alle responsabilità di essere precipitati così in basso. Cosa si auspica, allora? Un percorso congressuale che diventi “qualcosa di più del confronto tra candidature” alla segreteria regionale, per cui “sembra emergere una possibile condizione per trovare una sintesi…non una spartizione di ruoli, ma una quadra politica fondata su un programma, una squadra e un metodo condiviso.” Ciò consentirebbe al congresso di “discutere finalmente di quale PD serve alla Basilicata, invece di limitarsi a decidere chi debba guidarlo.” Per avviare quel nuovo corso che “Può ripartire dai valori della sinistra, adattandoli alla società che è cambiata: difesa del lavoro, sanità e scuola pubbliche, diritti, ambiente, solidarietà, accoglienza, partecipazione democratica e uguaglianza delle opportunità.” Proprio ora che “la destra costruisce consenso alimentando paure…e la sinistra deve avere il coraggio di fare il contrario: trasformare le paure in problemi concreti, i problemi in vertenze e le vertenze in un progetto politico.” Partendo da dove? Da quale concretezza? Quella delle problematiche delle “Aree interne” che “non hanno bisogno di essere ulteriormente raccontate: hanno bisogno di essere ricostruite.” Accompagnando il racconto con “lavoro, reddito, servizi e opportunità”. Insomma, un vasto ed ambizioso programma quello agitato nella discussione. Ma sarà compatibile con una tempistica così succinta a disposizione, non diciamo per realizzarlo ovviamente, ma quantomeno per metterlo in viaggio su gambe e teste disposte davvero a remare in tale direzione? Nessuna certezza. C’è voglia di fare e rimettersi in piedi. Ma non si è ancora a questo stadio, perchè “La riunione sulle Aree interne non ha ancora prodotto tutto questo.” Sebbene, la stessa ha, comunque “prodotto una cosa che mancava da troppo tempo: esserci.” Precondizione per “vedere se ci sarà la capacita di tornare a parlare con la Basilicata.” Insomma, c’è ottimismo per aver rilevato “un dato politico che vale più di molti documenti. Dopo mesi di silenzio, persone diverse sono tornate nella sede del partito per parlare. Non tutte hanno la stessa idea, non tutte condividono lo stesso linguaggio e non tutte hanno la stessa ricetta. Ma si sono ritrovate.” E’ poco, è tanto? Dipende! Da come e se questa voglia, questa energia vorrà essere valorizzata. Al momento sembra essere dinanzi al gramsciano “Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà“. Che può servire a provarci. Infine, colpisce (almeno per quanto riportato) l’assenza dal dibattito della madre delle questioni: la guerra, il riarmo, la pace. Da cosa dipende questo enorme baco nella analisi e nella discussione? Come si fa a prescindere da quella che è la precondizione per la realizzarione di qualsiasi programma sociale si abbia in testa (considerate le risorse in gioco) e per quale mondo e futuro si voglia lavorare? Ma magari è stata solo una dimenticanza del redattore del rendiconto della discussione preso a base di queste nostre riflessioni.
Pd fermo alla paesologia. Le aree interne hanno bisogno di progetto e persone credibili

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