Pubblichiamo a seguire un intervento di Giovanni Petruzzi – Presidente Associazione Culturale “L’Alternativa”, già Sindaco di Anzi, in merito al fare e disfare senza costrutto delle tante schegge che si agitano in quel campo desertificato della sinistra italiana e lucana.

Lo fa dando un assist alla nuova avventura di Roberto Speranza (quindi con un orizzonte elettorale, il solito, che impedisce la costruzione di un soggetto di sinistra da tempo), il che porta a non poche contraddizioni nel suo argomentazione.

Che senso ha, in questa condizione disastrosa in cui una sinistra non esiste, voler spaccare il capello tra una: “sinistra di governo e quella meramente identitaria e di testimonianza“?

Se vuoi davvero ri-costruire una sinistra bisogna in primis ridargli una identità chiara e netta che ha perso, poi raccogliere i consensi su questa identità e solo dopo potrebbe diventare “di governo”. O no?

Quindi un percorso lungo, con un orizzonte alto e lungo anch’esso. Non ci sono scorciatoie.

Quelle servono solo per le ambizioni piccole, fatte passare con la subdola patente dell’essere “di governo”.

Ma è evidente che nessuno mette su una forza politica per fare solo testimonianza, ma va al governo solo e quando ve ne sono le condizioni, per consensi e per alleanze coerenti al proprio essere (il PCI ha influito sul governo del Paese pur stando all’opposizione, o no?).

Spacciare quel polpettone che si vorrebbe fare a livello regionale (con personaggi di destra come Deluca addirittura come candidato governatore) come coerente con un ragionamento di ricostruzione di una sinistra, francamente mi sembra  a dir poco azzardato, pur con tutta la immutata simpatia per l’amico e compagno Giovanni Petruzzi.

Comunque a seguire,  il suo ragionamento.

Sciogliersi per rifondarsi. Il futuro della sinistra in Italia e in Basilicata.

“E’ fuorviante attribuire le ragioni del fallimento di LeU all’incompatibilità tra le aspirazioni di Speranza e quelle di Fratoianni. Casomai l’incompatibilità, perlomeno a coesistere all’interno del medesimo soggetto politico, è fra la sinistra di governo e quella meramente identitaria e di testimonianza.

E’ ormai acclarato che “Liberi e Uguali” ha rappresentato un mero cartello elettorale ovvero un tram nel mal riuscito tentativo di garantire la sopravvivenza parlamentare del ceto politico.

Ad un paese reale, che nelle proprie viscere alimentava rabbia e protesta per una situazione sociale insostenibile, si è risposto con la proposizione di una leadership paludata ed appesantita dalle rilevanti cariche istituzionali detenute che rendevano poco plausibile riuscire ad intercettare la sofferenza ed il disagio espressi da larghi strati popolari.

Peraltro, in Basilicata, forse, non ha rappresentato neanche un cartello elettorale, considerato il flebile impegno profuso in campagna elettorale da Sinistra Italiana.

In ogni caso, la separazione consensuale tra Articolo Uno e SI riapre la ferita sulle permanenti scissioni che hanno costellato la storia della sinistra in Italia.

Il mio maestro di politica, l’indimenticabile Antonio Luongo, era solito ripetere che l’unica scissione riuscita è stata quella del 1921 quando nacque il PCI, che abbandonò il PSI, per l’elementare considerazione che l’allora neonato partito è diventato più forte e rappresentativo, in termini di consensi popolari e di voti, da quello da cui si è scisso.

Tutte le altre scissioni (dal Psiup a Rifondazione Comunista) non hanno avuto analogo esito e si sono rivelate fallimentari.

Per onestà intellettuale, in tale novero va inserita anche quella promossa da Bersani e Speranza, decisa male e a freddo e gestita peggio.

Non si è mai riscontrato nella storia della sinistra, che pure ha registrato quasi più scissioni che militanti, che una rottura si consumasse per mere motivazioni di rappresentanza parlamentare quando invece sarebbe stato più opportuno effettuarla la notte della vittoria del No al referendum costituzionale se Renzi non si fosse dimesso da tutte le cariche detenute o, in alternativa, al termine di un congresso in cui si fosse combattuto strenuamente per derenzizzare il Pd.

Ora il dado è tratto e bisogna porsi l’antico interrogativo leninista del Che fare?

Secondo me, innanzitutto bisogna sciogliere il nodo sull’eterna oscillazione fra il ripiegamento identitario finalizzato ad una mera azione di testimonianza e l’esigenza di rappresentare adeguatamente la sinistra di governo ed affermare con nettezza che chi, da sinistra, vuole cambiare e migliorare la realtà che lo circonda deve agire concretamente ponendosi l’obiettivo del governo della Cosa Pubblica ad ogni livello istituzionale, non abbaiando alla luna ed innalzando bandiere fine a sé stesse.

Per poter esercitare efficacemente questo ruolo, però, non possiamo essere confinati in una dimensione minoritaria bensì coltivare l’ambizione di tornare ad esprimere un orientamento maggioritario riconnettendoci sentimentalmente con le esigenze ed i bisogni popolari.

Dopo una sconfitta epocale come quella del 4 marzo, tutte le forze politiche che si richiamano alla sinistra dovrebbero sciogliersi e favorire la rifondazione dal basso di un soggetto politico autenticamente nuovo e di massa, senza leadership e ruoli precostituiti e con la valorizzazione delle migliori energie presenti nelle varie trincee territoriali.

A questo processo rifondativo e rigenerativo dovrebbe contribuire anche larga parte dell’attuale Pd, al netto delle scelte autoreferenziali dei suoi gruppi dirigenti e dei guasti profondi innescati dal renzismo al corpo diffuso di un partito che non possiamo abbandonare al suo destino né considerare un nostro nemico.

Se vi fosse un atteggiamento responsabile da tutti i vari protagonisti della vita politica che hanno concorso a determinare l’attuale disastrosa situazione, vi dovrebbe essere, nel centrosinistra, una separazione consensuale con i passeri che stanno con i passeri ed i merli con i merli, ovvero, per semplificare, l’attuale Articolo Uno insieme a chi nel Pd è di sinistra ed i renziani che promuovono un soggetto liberaldemocratico ispirato magari a Macron.

Poi, come avveniva tra Ds e Margherita, ci si dovrebbe alleare alle elezioni ma da soggetti politici distinti.

In tale contesto è molto opportuna la proposta avanzata da Roberto Speranza di una lista laburista alle prossime elezioni europee.

Ma, se così è, bisogna essere consequenziali anche alle imminenti elezioni regionali, alle quali dobbiamo partecipare non con lo spirito decoubertoniano ma per vincere.

Abbiamo già più volte detto che occorre discontinuità e prendere atto della conclusione di un ciclo politico. Io stesso mi sono incaricato già nello scorso mese di giugno di motivare politicamente il netto no al Pittella bis. Bene ha fatto Roberto Speranza a promuovere incontri per la costruzione della coalizione civica, ambientalista e progressista, coinvolgendo nel confronto anche personalità quali Carmen Lasorella e Dario De Luca, che potrebbero, al pari di altri, degnamente essere investiti del ruolo di rappresentanza generale di questo progetto quali papabili governatori.

Il realismo politico impone di compiere tutti gli sforzi possibili per contrastare il centrodestra ed il M5S valutando la qualità e la consistenza di tutte le varie ipotesi praticabili per la individuazione del candidato a Presidente della Regione, scegliendo quella che risulterà più amalgamante per un largo arco di forze civiche e politiche che, per semplificare, vada dai centristi alla sinistra radicale.

In tale ottica risulterebbero deleterie pregiudiziali preclusioni che potrebbero opporre sia il Pd o qualche suo fido satellite alle suddette personalità che quelle speculari di soggetti del campo civico-progressista ad esponenti del Pd, soprattutto se esse riguardassero veti a personalità che non sono mai state renziane e che magari all’ultimo congresso nazionale del Pd hanno capeggiato a livello regionale le liste che si sono contrapposte a quella guidata dal renzianissimo Marcello Pittella e che insieme a noi di Articolo Uno, quando militavamo ancora nel Pd, sono stati tra i protagonisti di #svoltiamo, la manifestazione itinerante con la quale chiedevamo un radicale cambio di rotta nella gestione della Regione Basilicata.

Si ragioni, dunque, da sinistra di governo matura e responsabile e, chissà, che la Basilicata, anche per la presenza tra i propri abitanti di un leader politico nazionale quale Roberto Speranza, non possa rappresentare un positivo laboratorio per la rinascita della Sinistra, nel pluralismo e con pragmatismo.”

Giovanni Petruzzi