mercoledì, 28 Settembre , 2022
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IL CENTENARIO DEL PCI, IL PD, LA SINISTRA E LE DIMISSIONI DI ZINGARETTI

 

«Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, si parli solo di poltrone e primarie»: certo che l’imprevisto manrovescio di Zingaretti sferrato in faccia al notabilato piddino – per la massima parte ‘nominato’ a suo tempo dal Piffero di Rignano  ha svelato inoppugnabilmente che il Re è nudo non soltanto di fronte al ceto notabiliare che impesta il PD – un assemblaggio ‘a freddo’ che non poteva e non è mai diventato un vero partito. Ma, soprattutto e finalmente, assolutamente nudo di fronte a coloro che un tempo si sarebbero chiamati i militanti, la base di quel papocchio, che oramai non ha più alibi per giustificare la propria passività dinanzi a un ceto poltronaro e autoreferenziale.

Ma, questa è solo cronaca di un agitarsi in una bolla di sapone. Soprattutto oggi, a ridosso dell’uscita dalla tragedia provocata dalla pandemia e delle prevedibili conseguenti e immani sofferenze sociali, quel che accade alla politica nelle stanze dei bottoni e nei salotti, quel che si agita in quella bolla dell’irrealtà, non cattura neppure l’attenzione di quanti sono stretti nella prospettiva di un cupo futuro. Tranne che per i timori di ulteriori danni personali e sociali che da quella bolla autoreferenziale potrebbero derivarne.

Quel che accade alla politica politicante – alla sinistra in particolare – coinvolge probabilmente soltanto gente come me che con i nipotini del glorioso PCI non ha ancora finito di farci i conti e speranzosa si attarderebbe a celebrarne il centenario Ma che ne sanno le nuove generazioni, i trentenni e i quarantenni e tanti cinquantenni, di quel partito, dei partiti costituenti del secondo dopoguerra?

Come scrive Luciano Canfora, quella storia può essere legittimamente considerata storia antica[1]. E varrebbe la pena per i reduci come me leggerlo quel pamphlet, per acquietarsi un po’, per fare un altro passo avanti nel laborioso e controverso bilancio di quell’esperienza ormai consegnata alla storia: La Metamorfosi, il volume con questo titolo, uscito in occasione del centenario della fondazione del Pci – Un vero partito politico, la cui vicenda appare, alle generazioni recenti, molto remota, ha proprio l’intento come l’autore stesso scrive, di ripercorrere brevemente il cammino che ha condotto una formazione politica (quella educata nel Pci), per progressive trasfigurazioni, a farsi alfiere di valori antitetici rispetto a quelli su cui era sorta. 

Vale la pena soffermarcisi su un attimo, anche se non si è proprio avanti negli anni. E poi discutere dell’amaro presente. Soprattutto perché i partiti attuali sono cosa diversa: vivono  per lo più come alone intorno a un leader, non hanno veri e propri programmi, di qualche respiro, per lo più fiutano l’aria, cioè le pulsioni dell’opinione pubblica. Da ogni parte nel mondo – osserva Canfora – la destra nelle sue varie forme è all’offensiva a fronte di una sinistra socialdemocratica che sembra scomparire o arretrare da ogni parte.

Il riferimento all’attualità serve a Canfora per chiarire il quadro nel quale egli intende collocare la sua riflessione sulla secolare parabola di quello che in Italia è stato “il partito” per eccellenza: il Pci. Se la rivoluzione – cioè lo sguardo primigenio del nascente PCd’I – ha bisogno di pensarsi entro un tempo a termine, la prospettiva gradualista – impostasi in Italia dopo la sconfitta operaia del 20-21 – si muove in un orizzonte infinito. Proprio per questo però è costantemente sotto la minaccia di sfinimento. Anche il gradualismo quando alza la testa dal quotidiano vede all’infinito la Rivoluzione, ma una rivoluzione senza un momento culminante, che si compie giorno per giorno in modo impercettibile, di cui ci si accorgerà solo quando sarà già avvenuta.

I “bisogni concreti” del momento sono ciò cui il gradualismo si aggrappa, ma la loro vivace urgenza è destinata a ridursi a mano a mano che essi, da elementari, divengono sempre più raffinati, lontani dalle immediate urgenze. Distendendosi sulla “scala infinita” il gradualismo perde energia e affonda a poco a poco in un pragmatismo senza respiro nel quale proliferano le oligarchie politiche. Così mentre la rivoluzione si dissolve nei tempi lunghi, il gradualismo – si può dire – entra in crisi nei tempi brevi, nei “momenti culminanti” della Storia.

Togliatti fu – secondo l’autore – l’artefice: “del rientro nell’alveo del faticoso ma necessario ‘gradualismo’, facendo del vecchio partito  comunista il partito nuovo”, nuovo perché, secondo Canfora, viene guidato  da Togliatti nell’alveo della socialdemocrazia. Una giraffa, come lo chiamò Palmiro Togliatti per definire una macchina politica con un corpo materiale ben radicato sulla terra e una testa in cielo, capace di guardare lungo, a un orizzonte lontano.

Il Pci togliattiano – scrive ancora Canfora – non sarà più il classico partito di avanguardia della Terza internazionale, ma un partito di massa, che persegue “rapporti particolari” e “azione comune” non solo con il Psi, ma anche con la DC, immaginando il PCI come cardine del processo riformatore che deve avviarsi dopo la liberazione.

Perché questa prospettiva impostata da Togliatti – si chiede Canfora – non si è sviluppata? A questa sua domanda ne opporrei un’altra: si può pensare davvero che la “anomala” classe dominante italiana avrebbe concesso al Pci lo spazio per attuare la sua, una piena socialdemocratizzazione, compiendo quelle profonde riforme modernizzatrici che in altri paesi erano state promosse (a volte autonomamente) da classi dirigenti in qualche modo “illuminate”?

Giunta alla sua prova del fuoco dopo il ’68 (un altro “tempo ultimo”) la strategia togliattiana (continuata dopo Togliatti) trovò la sua definitiva applicazione nel compromesso storico di Berlinguer.

In seguito al ’68 e all’autunno caldo del ’69, nel ’73, quando la proposta fu formulata, era ormai evidente che settori consistenti di popolazione, anche cattolici (operai, giovani, ceti medi libertari, ecc.) stavano spostandosi a sinistra; per le lotte sociali che investivano quasi ogni  parte e aspetto della società, ma anche nel referendum per il divorzio del ’74, nelle elezioni amministrative del ‘75 e in quelle politiche del ’76, che diedero al Pci risultati mai ottenuti prima, Berlinguer propone il compromesso storico. Anch’egli, secondo me, cercò di porre sul tavolo l’attuazione della precondizione per la piena socialdemocratizzazione del Pci: la trasformazione della classe dominante italiana in dirigente, con l’assunzione di responsabilità nazionale.

Ma Berlinguer fu costretto a scegliere: l’azione sinergica di Usa – P 2 – Brigate rosse fecero tramontare definitivamente ogni prospettiva per la strategia togliattiana declinata secondo Berlinguer. Invece che incalzare la DC e tutta la classe dominante italiana a impegnarsi solennemente a impedire che in Italia potesse avvenire mai qualcosa di simile a quanto accaduto nel Cile di Allende (1973) Berlinguer accettò, “interiorizzò” la sovranità limitata. Questa fatale debolezza avrebbe aperto la strada a tragici sviluppi.

In nome della preminenza delle alleanze politiche su quelle sociali, di questa sciagurata “autonomia del politico”, si sacrificavano le dinamiche sociali, generatrici di cambiamento, sull’altare del compromesso stabilizzatore di vertice. Fu la debolezza intrinseca al “politicismo” non solo berlingueriano ma già prima togliattiano a indurre il Pci a subire senza reagire la sempre più vistosa interferenza straniera.

Il vero obiettivo di  Berlinguer, mi pare, era sempre stato la “normalizzazione” della classe dominante italiana che avrebbe dovuto andare di pari passo con la completa socialdemocratizzazione del Pci. Ma la soluzione socialdemocratica non era lì bella e pronta. Anzi: la disponibilità alla collaborazione di questa classe dominante “anomala” – che non ha mai voluto saperne di diventare illuminata – non c’è stata allora e probabilmente non esiste nemmeno oggi, visto l’accanimento con cui essa cerca in ogni modo d’impedire la formazione di un forte partito progressista nel nostro Paese.

A completare un quadro mai così sfavorevole alla  socialdemocrazia ci ha pensato la globalizzazione neoliberista che ha tagliato l’erba sotto i piedi al gradualismo socialdemocratico e reso possibile il sovversivismo populista.

La concezione del mercato come insieme di azioni “libere” e indipendenti, ma spontaneamente convergenti verso l’arricchimento generale della società, e quella di una mente superiore che concentra in sé poteri assoluti in nome dello stesso fine, hanno in comune di essere entrambi soggette al disincanto (più rapidamente la seconda, più lentamente la prima). Cioè entrambi non possono evitare che il fine della dominazione futura dell’uomo sulla natura, che esse ufficialmente perseguono, le rovesci dialetticamente  ed esse si rivelino varianti di un unico progetto di dominazione presente dell’uomo sull’uomo. Quest’ultimo è tenuto asservito con la sua complicità, in nome della promessa di soddisfare i suoi bisogni. Essi però, a mano a mano che quelli primari sono soddisfatti, divengono sempre meno ”naturali”, sempre più soggettivi e volubili.

La novità di oggi è che la “Storia” fa sempre meno da naturale collettore di energie sociali verso un convergente scopo futuro. La globalizzazione, la rivoluzione informatica e il passaggio al capitalismo finanziario hanno dilatato il presente e reso obsoleta tanto l’idea di gradualismo quanto quella di rivoluzione. Certo le cose hanno ancora bisogno di tempo per avvenire, il loro baricentro però non sta più nel futuro: sta nel presente. Esse “inglobano” il futuro (certo gradualmente, ma con una gradualità interna, funzionale). Il tempo sta nelle cose – nelle relazioni sociali – non queste stanno nel tempo: questo era stato, per quanto ancora inviluppata negli ideologismi novecenteschi, la grande novità del ’68.

L’individualismo del ’68 non si può interpretare come una riproposizione di quello classico borghese: ha un senso antigradualista di emancipazione del presente dalla dominazione del futuro. Come tale, prima di degenerare in vario modo nella disperazione o negli evasivi soggettivismi edonistici, portava in sé una formidabile esigenza di plasmare qui e ora, nella “microfisica” delle relazioni quotidiane, nuova giustizia, quindi nuovo potere. Analogamente, anche “il territorio”, “la città”, hanno bisogno del loro tempo per riconoscersi come sistemi che, producendo originali combinazioni delle loro relazioni, affermano una loro inaudita, presente centralità.

E oggi? C’è ancora una differenza tra destra e sinistra?

La principale – sostiene il compianto Franco Cassano scomparso nella notte del 23 febbraio scorso – nel suo interessante pamphlet Senza il vento della storia[2], è che la sinistra, a differenza del capitalismo liberista, non ha saputo cogliere i mutamenti socio economici intervenuti.

Un altro pamphlet, un altro accorato suggerimento di lettura! È la “sinistra” che parla alla “sinistra” quella di Franco Cassano. Una lettura impietosa della sinistra confinata sulla difensiva, se non sulla nostalgia di un mondo che non esiste più.

Il “mondo” dei “trenta gloriosi” – ossia degli anni dello sviluppo economico e dell’espansione dei diritti dello “Stato sociale” (trentennio che va dal ’45 al ’75) – è soppiantato dall’egemonia del “capitale” a cui l’autore, con grande coraggio, attribuisce l’avvento di effetti benefici nei mutamenti economici mondiali, che vedono l’ascesa crescente di paesi come la Cina, l’India, l’Africa australe e l’America Latina. La globalizzazione, secondo l’autore, non è stata soltanto un gioco a somma zero tra due giocatori – uno vince, l’altro perde, ma un gioco a somma positiva nel quale, anche grazie alla finanza, sono intervenuti nuovi giocatori che si sono affacciati sulla scena della storia.
Non saprei se, come dice Cassano, vi sia qualcosa di benefico in questo gioco, penso altresì che il problema della asimmetria tra “cosmopolitismo dell’economia e nazionalismo della politica”, denunciato da Gramsci già di fronte alla Grande Depressione, resti intatto.
Cassano ha ragione da vendere quando pone nettamente alla sinistra il problema, direi filosofico e culturale innanzitutto, di imparare a riorientarsi in questo mondo complesso, riconoscendo che il suo avversario ha saputo farlo meglio e prima, senza avere paura del futuro.
Egli si rivolge soprattutto a quella parte di sinistra arroccata sull’idea di una politica che si limita a voler garantire solo i diritti e le tutele di fasce sociali sempre più ristrette, ritenendo che così facendo si rischia di restare impantanati in una mentalità poco al passo coi tempi e lontani dalle necessità di un Mondo in continuo mutamento.
Nella mappa dei mutamenti, l’autore si cimenta su uno spartito poco tematizzato finora, che è la lotta dei diritti, figlia della universalità perduta. Taranto è il palcoscenico del più complesso tra i conflitti tra i diritti che la modernità ci ha violentemente scaraventato addosso.
Mentre i “trenta gloriosi” sono stati segnati dalla prevalenza della stabilità dell’occupazione e dall’affermarsi dei diritti sociali, già dalla fine degli anni settanta hanno iniziato ad affermarsi diritti come quello alla salvaguardia dell’ambiente naturale, che tutelano beni molto diversi e per certi versi in conflitto con quelli tradizionalmente tutelati dalla sinistra, fortemente ancorata al primato della cittadinanza sociale, al diritto al lavoro e all’espansione produttiva.
La riclassificazione di diritti precedentemente non considerati prevalenti, non è solo un esercizio teorico, ma una bussola di azione politica se si pensa a quali gruppi sociali e segmenti di essi possono essere favoriti o danneggiati dal prevalere di un diritto sull’altro.
I diritti accumulati nel corso dei “trenta gloriosi” devono essere rinegoziati e resi compatibili con le risorse che una realtà produce e di cui dispone. I diritti sociali e diritti del lavoro, non tengono conto della sopraggiunta globalizzazione dell’economia e del conseguente spostamento delle aree manifatturiere verso Paesi emergenti; non rendendosi conto che così facendo diventa l’interprete di ceti sociali vecchi e privilegiati, a scapito delle nuove generazioni.

Cassano, pur riconoscendo le storture della finanza rampante, individua coraggiosamente, come proprio la finanza e la sua mobilità speculativa, siano alla base del grande sviluppo delle economie emergenti: Cina, India ecc., e come questo sia molto più di sinistra che non la difesa dei diritti acquisiti in un Paese, che per acquisirli, ha aumentato a dismisura il debito pubblico e la pressione fiscale, veri motivi questi del declino economico. Le stesse iniziative del capitale finanziario globale hanno scavalcato e messo in crisi tutti i riferimenti tradizionali della sinistra che si è mostrata sempre più logorata nel rappresentare i diritti degli ultimi; basti pensare allo spostamento degli operai verso altre scelte politiche, almeno in Italia.

Che fare senza il vento della storia che soffia da sinistra, cosa questa che pareva ineluttabile?

Ciò che auspica non è tanto il superamento della distinzione tra destra e sinistra, quando la ridefinizione dell’identità della sinistra, secondo linee che siano in grado di consentire un consolidamento tra i settori ‘deboli’ dellasocietà (settori che invece tendono spesso a guardare altrove). Cassano ritiene infatti che il problema sia quello della «costruzione del popolo», e –in termini che non possono non suonare sostanzialmente gramsciani – quello di costruire un «blocco sociale»: «All’egemonia del capitale bisogna tentare di opporne un’altra, costruendo un blocco sociale capace di tenere insieme, in una fase storica diversa, le ragioni dei diritti e quelle della competitività, superando vecchie polarizzazioni e invitando giocatori abituati a contrapporsi a giocare insieme per produrre un vantaggio comune».

La sinistra, uscendo da una fase solo difensiva, dovrebbe fare una scelta di discontinuità con il passato e “costruire un popolo in cui il mondo dei diritti convive con quello dell’impresa, e il mondo della cultura e quello della produzione sanno trovare intersezioni virtuose”.

La mia risposta è che, realisticamente, l’unico assemblatore in grado di contrastare le così dette politiche neoliberali è la sinistra che c’è: non ci possiamo permettere né il lusso di rispondere all’attacco neoliberista in atto con delle future rifondazioni, né di essere indulgenti nei confronti delle politiche neoliberali. Per cui non posso fare altro che riusare “ora” la sinistra esistente in un nuovo sistema di relazioni con il mondo per esprimere un’altra politica. Come? Costruendo alleanze (convenzioni di punti di vista), su scopi riformatori e allargherei il più possibile a nuovi apporti culturali per nuove soluzioni.
La sinistra non è in grado di controproporre qualcosa di diverso da quello che ha sempre proposto sino ad ora sia perché è quella che è, sia perché non riesce ad essere altro. Per rispondere al “compatibilismo” liberista che per ragioni economiche vuole rinegoziare i diritti, cioè controriformarli, abbiamo necessità di prendere coscienza delle correlazioni che esistono tra diritti e risorse per definire proposte di compossibilità, cioè di riforma volte a liberare risorse rimuovendo le loro contraddizioni, si tratta quindi di usarci come sinistra per quello che siamo ma in modo diverso, con scopi non liberisti ma neowelfaristi.

Quale è il tema, nel paese paralizzato (e qui si parla ancora più strettamente della nostra parte dell’Europa, forse principalmente dell’Italia) per il popolo in fuga dalla sinistra, che si sente, e spesso è, abbandonato e non garantito, che resta catturato nella “società del rischio” o “liquida”? E’ stato a lungo il sogno individualista del successo sopra e avanti agli altri. Quel sogno che la destra berlusconiana ha coltivato e sul quale ha fatto le sue fortune. Ora, nella crisi, rischia di essere la “rivolta populista”.

Quale il compito della sinistra, per Cassano? Ricomporre e riconoscere questo “popolo” (cioè, in effetti farlo “popolo”, mentre è e si sente frammento, isole), in primis tornare a pensare per blocchi. Rifiutare, dice l’intellettuale pugliese, “la notte in cui tutte le vacche sono nere”, e far capire che non tutte le liquidità sono eguali. Che qualcuno nuota, mentre altri affogano.

La sinistra deve lavorare a smascherare questi meccanismi, a combatterli. Ma deve farlo superando ed allargando il suo spazio politico e il pregiudizio, che Cassano chiama “fordista”, per l’individuo ed anche per il lavoro indipendente e libero (che, invece, è presumibilmente tanta parte del lavoro futuro, nell’età delle macchine). Chiaramente parte del progetto è nella riscoperta di un ruolo “forte e qualificato allo Stato”. Uno stato innovatore, agile e selettivo, paziente  ma anche coraggioso.

Insomma, mettersi nelle condizioni di cogliere le ragioni della sinistra che non sono affatto scomparse, “ma torneranno ad affacciarsi nel futuro”.

Tornando a queste ore nelle quali è convocata l’Assemblea del PD, a me pare di poter dar ragione a Fabio Mussi quando afferma che all’origine del PD vi è stato, oltre a una oggettiva adesione al paradigma del nuovo capitalismo, un enorme deficit di analisi. Un sistema che veniva considerato solido e irreversibile al di là degli squilibri che pure evidentemente produceva, e al quale si riteneva di dovere necessariamente aderire, entrò in crisi nel tornante del biennio 2008-2009, quando la grande recessione seguita alla crisi finanziaria tolse ogni dubbio sul fatto che lasciare liberi i detentori di capitali di massimizzare i profitti dentro le dinamiche di mercato non garantiva, né in maniera duratura né a beneficio della maggioranza delle persone, la crescita del benessere; e poi nel biennio 2010-2011, quando la crisi dei debiti sovrani europei e la risposta a colpi di austerity delle Istituzioni comunitarie palesarono la natura classista dei principi su cui l’UE era stata edificata; e ancora nel 2015, quando l’esito della crisi greca dimostrò che quei principi erano funzionali a una costruzione politica che statuiva gerarchie e rapporti di subordinazione in uno spazio che tutto era fuorché pacificato; e infine in questo biennio 2020-2021, segnato da una pandemia che sta evidenziando come, in assenza di forme di controllo sociale sugli aspetti strategici della produzione e della gestione delle risorse, le libertà individuali non garantiscono né l’affermazione della dignità umana né, persino, la tutela della vita.

Non occorre ricostruire ciò che da quelle scelte seguì: il crollo del consenso soprattutto nei ceti popolari, l’esplosione del cosiddetto “populismo”, la perpetuazione delle larghe intese, l’ascesa del Piffero di Rignano alla segreteria e poi al governo, la sconfitta del 2016 e poi quella del 2018 che spiegano l’oggi. Ciò che interessa sottolineare è che tutte le principali scelte politiche fatte dal Pd non sono dovute a errori contingenti, ma alla genesi politica, organizzativa e culturale del partito È quella genesi a renderlo strutturalmente inadeguato, nella situazione determinatasi dal 2008, a svolgere una funzione storica non subalterna.

Non aveva alle spalle l’assunzione di un autonomo punto di vista critico, che è presupposto di qualsiasi prospettiva seriamente riformista, che riguarda l’identità di una forza che deve scegliere quale parte di società rappresentare, organizzare, guidare verso la gestione democratica del potere.

Che coincide con la questione della funzione storica della sinistra nella fase attuale: portare il punto di vista del lavoro nel cuore del processo di costruzione di un’Europa libera, forte e democratica, processo che non può essere lasciato alla dialettica tra forze liberali e forze nazionaliste.

Ma, ogni rottura con la stagione della subalternità al neoliberalismo equivarrebbe a una rottura con l’identità del Partito democratico, che con quella subalternità coincide. Se questo ha rappresentato un oggettivo ostacolo per i tentativi pure generosi di Pierluigi Bersani e di Nicola Zingaretti, può ora costituire l’occasione per inaugurare, con un atto forte e dirompente, la via italiana alla ricostruzione di una sinistra europea del lavoro, del socialismo e della democrazia. Cambiare tutto, come oggi dicono anche autorevoli dirigenti del Partito democratico, si può e si deve. Se saranno credibili nel chiamare a raccolta i tanti che sono già pronti e che da tempo non aspettano altro, potranno trovare anche la forza per riuscirci.

Tale percorso oggi coincide con l’inedita occasione della formazione e della futura gestione del PNRR – il Recovery plan.

Troppo, anche a sinistra, ci si occupa della formulazione dei contenuti possibili del piano e troppo poco del suo impianto, che la burocrazia europea sta modellando sulla base di metodi e strumenti che non prevedono, nei percorsi di attuazione, nessuna presenza attiva degli attori sociali coinvolti. Come conseguire e verificare i risultati attesi sui livelli di inclusione sociale senza dare potere ai soggetti esclusi? Come riorganizzare la produzione senza contrattarne le modalità con chi lavora? Come intervenire sull’impronta ambientale delle filiere produttive senza un ruolo attivo dei territori coinvolti? Come immaginare di misurare il miglioramento dei servizi pubblici dalla loro “digitalizzazione” invece che dalla capacità di rispondere a necessità collettive?

E quindi la questione politica davvero interessante non è se considerare la presunta competenza del governo Draghi una fortuna o un danno. Ma riconoscere e mettere a fuoco l’opportunità politica generata dalla sua sostanziale incompetenza nella lettura dei processi di trasformazione sociale che si apriranno con l’attuazione del piano, e che già si sono manifestati durante i mesi della pandemia.

Ma siamo in grado, a sinistra, di leggere correttamente questa opportunità, o c’è anche una nostra evidente incapacità a leggere e interpretare le trasformazioni sociali e le sperimentazioni politiche che la pandemia ha accentuato e reso visibili?

Chi ha frequentato, anche solo occasionalmente, le tante reti politiche e le coalizioni tematiche che si sono costruite nella società italiana durante i mesi della pandemia, dalla scuola alla sanità, dall’abitare alle pratiche di mutualismo, non ha potuto non accorgersi della straordinaria novità di queste esperienze, capaci di accumulare energie politiche con “razionalità sensibile e sapienza delle relazioni” (come ha scritto Roberto Ciccarelli), capaci di immaginare e praticare esperienze di autogoverno in grado di confrontarsi con i politici di turno, sia nazionali che locali, con la forza della loro “rabbia”, ma anche con la potenza del loro sapere sociale e della loro competenza operosa.

Molte e diverse tra loro sono queste reti, per caratteristiche soggettive, linguaggi utilizzati, radicamento sociale, competenze accumulate. Dal Forum Disuguaglianze Diversità, alla Società della Cura, dall’Assemblea della Magnolia alla Rete dei Numeri Pari, dalla rete Il Mondo che Verrà alle coalizioni che si sono formate in torno ai temi della sanità, della scuola e delle migrazioni. Esperienze diverse e interconnesse, anche per le storie personali di chi ne fa parte. Ognuna di queste – e molte altre – esperienze ha elaborato e prodotto sapere sociale, ha generato pratiche di autogoverno, ha sedimentato grumi di organizzazione intersezionale. E ognuna si sta interrogando sull’esito politico della sua azione, su come e dove investire la forza politica accumulata. La stessa CGIL, sia pur timidamente, si interroga sulla possibilità di trasformarsi nell’interazione con queste pratiche, e riscopre il valore dell’intuizione politica della “coalizione sociale” promossa troppo precocemente dalla FIOM.

Tutte queste esperienze sono chiamate oggi a un più forte, diretto e coordinato protagonismo politico. È la loro competenza “altra” che può entrare in gioco nel processo di attuazione del piano, una competenza capace di riorientare gli obiettivi e contrattare i risultati, con la rabbia di chi è in grado di contrastare qualunque intervento sociale deciso da tecnici e politici dall’alto della loro incompetenza, con la forza di chi sa, invece, cosa si potrebbe fare, e sa anche come farlo.

Ecco questo, a mio parere, dev’essere il percorso costituente della Sinistra inclusiva. Ne parleranno almeno all’Assemblea di sabato prossimo i ‘territori’ del PD?

[1] L Canfora, La metamorfosi, 2021

[2] F Cassano – Senza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento

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