Partiamo da una premessa: l’attuale governo con a capo Giorgia Meloni è un regalo del PD di Entico Letta, che rifiutò -alle ultime elezioni politiche- un accordo di qualsiasi tipo (anche solo di desistenza in taluni collegi) con il M5S. Giusto come monito per chi volesse evitare di ripetere tale scenario. Poi è arrivata Elly Schlein, non tanto gradita da larga parte degli stessi piddini perché “troppo di sinistra” (infatti al primo botto aveva vinto Bonaccini), e per questo ritenuta meritevole di una spinta nella volata per la opa sulla segreteria da numerosi rinforzi esterni provenienti da tale galassia. Ma di onorare quella promessa di spostare l’asse politico-culturale a sinistra, dopo aver gabbato i capi bastone che la osteggiavano, utilizzando quel singolare “baco” delle “primarie aperte” (una delle cose più ridicole mai partorite in politica partitica, altra cosa sono le primarie per la individuazione di un candidato sindaco, presidente di regione o premier), da allora non c’è traccia sostanziale. E tantomeno c’è traccia di una qualche azione di trasformazione di quello che è sempre stato un condominio litigioso in un partito vero, con un radicamento sul territorio e una selezione di classi dirigenti sul campo, sulla scorta di una linea politica chiara e ben definita. Azione che avrebbe spinto tanti “centrini di destra” che lo abitano a sloggiare, ma per contro con tanti elettori di sinistra, molti dei quali ingrossano la sempre più ampia area del non voto, ad entrarci. Quale sarebbe stato il saldo finale di questa pur annunciata “rivoluzione”? Non lo sapremo mai, non essendo stata esperita. Il risultato? E’ quello, purtroppo, che definiamo nel titolo un autentico “capolavoro”: scontentare sia a destra che a manca. Rimanendo così imprigionata (o scelto?) in un recinto di ambiguità la cui sintesi è stata ben rappresentata dalla stessa Schlein nella recente intervista a Il Riformista. In aggiunta, essa sembra pagare anche lo scotto del non aver infranto culturalmente un altro feticcio della politica personalistica di matrice “berlusconiana” introitata poi in modo subalterno dai suoi oppositori: il leader di partito che deve per forza essere anche il candidato a primo ministro. Una sovrapposizione dannosa per la nostra democrazia che sin nella Carta riserva un ruolo fondamentale ai partiti, con una funzione autonoma e vitale nella società, rispetto a quella della azione di governo. Continuando in tal modo a delegittimare i partiti oramai trasformati in meri comitati elettorali intorno ad un leader da eleggere (infatti cominciano ad agitarsi solo in vista di elezioni di qualsiasi tipo, oltre che per le postazioni nei congressi). Da qui lo psicodramma in corso (che altrimenti non ci sarebbe) su Elly candidata d’obbligo a premier della coalizione e i tanti dubbi che ne derivano. Primarie si, primarie no. Accordo a tavolino si, accordo no. Tutto ancora prima di un straccio di programma che possa essere realmente percepito come diverso e alternativo alle politiche di questo centro destra. In primis sulla madre di tutte le questioni, considerato che c’è un mondo che sta andando in fiamme: la politica estera! E allora, si rimane nel buco nero senza uscita dell’aggredito/aggressore che ha infognato la UE nella guerra russo-ucraina (similmente al governo Meloni) o -a quattro anni di distanza- si fa uno scatto di qualità, ripartendo dall’art.11 della Costituzione che sembra da tutti dimenticato, e si promette di fare dell’Italia l’alfiere di un cambio di marcia, incrociando per altro larga parte del mondo cattolico, a cominciare dal Pontefice? Si ha il coraggio di dire stop alle armi, sostegno umanitario sempre, contrarietà a tutte le aggressioni comprese quelle di USA e Israele, diventando così promotori di un cambio di passo della UE per una politica di dialogo e trattative che portino ad una pace? Per una Italia e una UE che trattano con tutti i Paesi e che attenuino (non osiamo dire di liberarsene) l’abbraccio soffocante USA? Non solo perché ci impone di acquistare tutto da oltre oceano (gas, armi e quant’altro), ma ci impone anche dazi poco amichevoli e continua a tenerci sotto scacco con le sue basi militari sul territorio nazionale, con relative note interferenze nella libera espressione della nostra democrazia. Dopo 80 anni dalla nostra Carta e qualcuno in più dalla fine della guerra, non sarebbe ora di cominciare a pensarci? Non ci attardiamo su altri punti del programma su cui sarà sicuramente più facile fare sintesi tra le diverse forze politiche, semplicemente perché se non c’è una svolta su questo punto tutto il resto sarà impraticabile. Occorre che sia chiaro. Perché non ci saranno le risorse necessarie per dare una svolta nel campo della sanità, del lavoro del welfare. Sarebbero promesse elettoralistiche non onorabili in caso di vittoria…. Esattamente come sta succedendo a Giorgia Meloni. Per questo, sarebbe il caso di mettere giù un programma realmente alternativo (da cui si tirerebbero fuori sicuramente figuri equivoci che continuano ad inquinare il campo), pensare ad una figura autorevole che lo possa impersonare credibilmente e che non corrisponda ad alcun leader di partito. Tutto ciò potrebbe ambire ad allargare la partita a quell’oltre 50% di elettori che non pensano più che il loro voto possa cambiare realmente ciò che vedono andare in scena oggi. Ammesso e non concesso che si voglia questo…e non si auspichi -invece- che vadano a votare sempre meno cittadini. Con le consorterie affaristiche pronte a festeggiare: pochi (i nostri) ma buoni! E la democrazia sempre più al tramonto con una rappresentanza sempre meno legittimata dal consenso popolare.

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