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IL CAMPO LARGO NON PUÒ ESSERE UN NUOVO RECINTO Costruire dal basso l’alternativa al neoliberismo, all’autoritarismo e alla guerra

 

Finora, in quanti abbiamo evitato di intervenire nelle vicende interne del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle? Non per indifferenza, ma perché non condividiamo parti importanti dei loro programmi e, soprattutto, il modo verticistico con cui troppo spesso continuano a concepire e praticare la politica. Noi e io tra questi veniamo da un’altra storia; dalla tradizione del PCI, certamente, ma soprattutto da un’idea della politica fondata sulla partecipazione, sull’organizzazione popolare, sulla formazione collettiva, sul radicamento nei luoghi del lavoro e nei territori. Quella trama democratica è stata progressivamente dissolta dalla lunga deriva liberista, fatta propria anche da una parte della sinistra italiana ed europea: dalla stagione blairiana e d’alema-veltroniana fino alle sue successive e sempre più deboli riproduzioni.

Non si è trattato soltanto di un cambiamento dei programmi economici. È mutata la forma stessa della politica. I partiti di massa sono stati sostituiti da organizzazioni elettorali leggere, comitati personali e gruppi dirigenti autoreferenziali. La partecipazione è stata ridotta alla ratifica di decisioni già prese; i territori sono diventati terminali periferici ai quali chiedere consenso, candidati e voti; il conflitto sociale è stato rimosso o confinato in una gestione tecnocratica dell’esistente. Un bottino facile per la Lega e gli ex missini! Eppure, se vogliamo essere realisti, oggi un Campo largo è necessario.

È necessario per resistere alle derive autoritarie, nazionaliste e sovraniste che avanzano in Italia e in Europa. Ma occorre riconoscere che queste destre, nonostante la loro retorica contro le élite, rappresentano spesso la migliore copertura politica del capitalismo neoliberista: ne proteggono le gerarchie economiche, ne esasperano le diseguaglianze, spostano la rabbia sociale verso i migranti e le minoranze e trasformano la paura in consenso. Proprio per questo, però, non basta mettere insieme le sigle che si oppongono alle destre. Un Campo largo concepito come semplice alleanza elettorale, costruita mediante accordi tra gruppi dirigenti, sarebbe un espediente fragile e destinato a fallire. Non possiamo accettare che venga riproposto il consueto teatrino verticistico, interpretato questa volta da Elly Schlein e Giuseppe Conte, mentre militanti, associazioni, movimenti, comunità territoriali e cittadini vengono convocati soltanto alla fine, quando programmi, candidature e alleanze sono già stati decisi.

Il Campo largo può essere utile solo se smette di essere un recinto. Deve diventare un processo politico aperto, partecipato e conflittuale: un luogo nel quale le differenze non vengano nascoste, ma discusse; nel quale la critica non sia considerata un atto di ostilità, bensì una condizione della democrazia; nel quale la costruzione dell’unità non comporti la rinuncia alle domande più difficili.

Le domande che non possono essere eluse

Il primo interrogativo riguarda il neoliberismo. Il Campo largo intende davvero chiudere la stagione delle privatizzazioni, della precarizzazione del lavoro, della compressione dei salari, della finanziarizzazione dell’economia e dello sfruttamento estrattivo dei territori? Oppure pensa ancora che sia possibile governare in modo appena più umano lo stesso modello che ha prodotto diseguaglianze, desertificazione industriale, indebolimento dei servizi pubblici e svuotamento democratico? Occorre dire con chiarezza quale ruolo si vuole restituire al Pubblico e allo Stato; come si intende regolare il mercato; come ricostruire sanità, scuola, università, trasporti e welfare; come tutelare il lavoro e redistribuire ricchezza, potere e possibilità di scelta.

Il secondo interrogativo riguarda la guerra e la collocazione internazionale dell’Italia e dell’Europa. È forse il timore di una discussione collettiva a impedire l’avvio dei Comitati per l’Alternativa nei territori? Si teme che il confronto metta in discussione il sostegno a una guerra tra Stati Uniti e Russia combattuta per interposta Ucraina, insieme alla progressiva militarizzazione dell’Europa? Si teme che cresca la richiesta di una politica estera autonoma, orientata alla cessazione dei conflitti, al disarmo e alla costruzione di un nuovo sistema di sicurezza comune? La solidarietà verso le popolazioni aggredite non può trasformarsi nell’adesione permanente a una strategia di guerra. L’Europa deve ritrovare un’autonomia politica e diplomatica, senza continuare a collocarsi in una condizione di sudditanza verso gli Stati Uniti e senza assumere automaticamente come nemici la Cina, i BRICS e ogni realtà che contesti l’attuale ordine mondiale.

Il terzo interrogativo riguarda Gaza e il futuro del Medio Oriente. La condanna delle azioni del governo e del gruppo dirigente israeliano responsabile della devastazione della popolazione palestinese deve essere inequivocabile. Non è accettabile utilizzare l’accusa di antisemitismo per delegittimare ogni critica al sionismo politico, all’occupazione e alla negazione dei diritti del popolo palestinese. Combattere l’antisemitismo è un dovere democratico; trasformarlo in uno strumento per impedire la critica a uno Stato e alle scelte del suo governo costituisce una manipolazione che deve essere respinta.

Il quarto interrogativo riguarda il Mediterraneo. Vogliamo continuare a considerarlo una frontiera militare, uno spazio di competizione energetica e una barriera contro i migranti, oppure farne un’area di cooperazione tra popoli, città e comunità? Una politica mediterranea di pace richiede l’abbandono delle culture e delle pratiche neocoloniali che hanno contribuito a produrre dipendenze, guerre, impoverimento e migrazioni forzate. Non basta gestire gli “effetti collaterali” delle migrazioni. Occorre intervenire sulle condizioni economiche, climatiche, politiche e militari che le determinano, riconoscendo alle persone in movimento diritti, dignità e possibilità di scelta.

Queste questioni non sono separate dalla crisi climatica e ambientale. Ne costituiscono, al contrario, una parte essenziale. Il capitalismo fossile ed estrattivo non produce soltanto concentrazione della ricchezza e precarizzazione del lavoro. Consuma suolo, acqua, biodiversità e territori; moltiplica le diseguaglianze ambientali; alimenta conflitti per le risorse e costringe intere popolazioni a migrare. La transizione ecologica non può quindi essere affidata esclusivamente al mercato, trasformandola nell’ennesima occasione di profitto per pochi e imponendone i costi alle classi popolari. La giustizia climatica deve diventare uno dei fondamenti dell’alternativa: riconversione ecologica delle produzioni, energia pubblica e rinnovabile, tutela dell’acqua e dei beni comuni, mobilità sostenibile, diritto all’abitare, contrasto al consumo di suolo, sostegno all’agricoltura di prossimità e cura delle aree interne.

Sono queste priorità generali a dover essere tradotte nei territori concreti, a partire dal Mezzogiorno e dalla Basilicata. Non esiste una vera alternativa nazionale se continua lo spopolamento del Sud, se i giovani sono costretti a partire, se la sanità viene impoverita, se le risorse naturali vengono estratte senza produrre benessere duraturo e se le comunità locali restano escluse dalle decisioni che riguardano il loro futuro.

Comitati veri, non comitati elettorali

Per queste ragioni è necessario avviare subito i Comitati per l’Alternativa. Non come strutture parallele incaricate di ratificare le decisioni dei partiti e neppure come provvisori comitati elettorali, ma come spazi autonomi e plurali di discussione, elaborazione e iniziativa. Nei Comitati dovrebbero incontrarsi iscritti e non iscritti ai partiti, associazioni, movimenti, esperienze civiche, rappresentanze del lavoro, giovani, donne, persone impegnate nella difesa dell’ambiente, dei servizi pubblici e dei beni comuni. Dovrebbero potervi partecipare anche coloro che, pur non riconoscendosi integralmente nel PD o nel Movimento 5 Stelle, ritengono indispensabile costruire un’alternativa democratica alle destre e all’ordine neoliberista.

Occorre cominciare ora, non alla vigilia delle elezioni del 2027. I programmi, compresi quelli elettorali, devono nascere da un percorso pubblico nei territori: assemblee, gruppi di lavoro, inchieste sociali, ascolto delle comunità e confronto sulle scelte fondamentali. Le candidature dovranno essere conseguenti al programma e al lavoro svolto, non il punto di partenza attorno al quale adattare ogni cosa. Costruire dal basso non significa rinunciare alla direzione politica. Significa fondarla sulla conoscenza concreta dei problemi, sulla responsabilità condivisa e sul controllo democratico. Significa passare dalla lamentazione alla proposta e trasformare le querimonie tra gruppi dirigenti in critica politica, dialettica reale e partecipazione organizzata.

Anche nei territori bisogna rompere con le vecchie pratiche

Questa trasformazione deve riguardare anche le realtà locali. Non sarebbe credibile denunciare il verticismo nazionale e riprodurne le stesse logiche nei Comuni e nelle Regioni.

Occorre contrastare apertamente le pratiche opportunistiche e personalistiche dei ceti politici locali: il trasformismo, la costruzione di cordate, l’occupazione delle istituzioni, la ricerca di candidature come fine in sé, la distribuzione clientelare delle risorse e l’uso delle alleanze come strumenti di sopravvivenza personale. Queste miserabili caste locali non costituiscono soltanto una degenerazione morale: impediscono la selezione di nuove classi dirigenti, allontanano i cittadini dalla politica e svuotano dall’interno ogni progetto di alternativa. Anche a Matera e in Basilicata dobbiamo decidere se limitarci a sommare ciò che già esiste o se aprire un cantiere capace di coinvolgere il popolo disperso della sinistra, il civismo democratico, le comunità dei quartieri, il mondo del lavoro e della conoscenza, le associazioni e le energie sociali che oggi non trovano rappresentanza.

Il Campo largo di cui abbiamo bisogno non è dunque un’alleanza senza identità, né una sommatoria di debolezze. È un processo costituente democratico e popolare, fondato su alcune scelte riconoscibili: pace, giustizia sociale e climatica, lavoro dignitoso, servizi pubblici universali, redistribuzione della ricchezza, autonomia europea, cooperazione mediterranea, partecipazione e potere delle comunità. Non chiediamo al PD e al Movimento 5 Stelle di rinunciare alla propria storia e alla propria organizzazione. Chiediamo loro di accettare che l’alternativa non appartiene ai gruppi dirigenti e non può essere costruita nelle sole segreterie. Chiediamo che il Campo largo non venga calato dall’alto, ma affidato a un confronto vero con la società.

L’unità è necessaria, ma non può essere separata dalla trasformazione. Senza una rottura con il neoliberismo e senza una nuova pratica democratica, il Campo largo resterà soltanto un accordo elettorale esposto alla prima crisi. Se invece saprà radicarsi nei territori, affrontare senza reticenze i grandi conflitti del nostro tempo e restituire protagonismo alle comunità, potrà diventare il principio di una alternativa reale. Questo è il confronto che chiediamo di aprire. Ora, pubblicamente e dal basso.

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