HomePoliticaGli italiani chiedono politica, non propaganda.

Gli italiani chiedono politica, non propaganda.

Il risultato del referendum sugli assetti costituzionali consegna al Paese un messaggio politico inequivocabile. Non è soltanto un voto su una riforma, ma una valutazione complessiva su un metodo, su uno stile di governo, su un’idea di rapporto tra istituzioni e cittadini. Quando una parte significativa degli italiani sceglie di non seguire l’impostazione proposta su un terreno così sensibile, significa che si è aperta una distanza che la politica non può permettersi di ignorare. Quel voto dice che una stagione fondata sulla contrapposizione permanente mostra oggi tutti i suoi limiti.” E’ quanto sostiene Giuseppe Digilio -Consigliere Federale Nazionale, Europa Verde-AVS– in una nota con cui specifica che “La trasformazione di ogni passaggio istituzionale in uno scontro identitario ha prodotto un effetto evidente che ha irrigidito il confronto, ha polarizzato il dibattito, ha allontanato i cittadini da una discussione che dovrebbe invece includere. Quando in quattro anni, in un clima di divisione continua, si sono costruite fratture non si può pensare di proporre riforme durature. Ecco perché il tema della giustizia, utilizzato negli ultimi anni come leva politica e simbolica, torna oggi alla sua dimensione reale. Non quella degli slogan, ma quella dei problemi concreti. Tempi dei processi ancora troppo lunghi, uffici sotto pressione, cittadini e imprese che faticano ad avere risposte certe. È su questo terreno che si misura la credibilità di uno Stato. Ed è su questo terreno che il referendum ha implicitamente chiesto di tornare. Il governo farebbe un errore a leggere questo risultato come un semplice incidente di percorso. Non c’è una crisi immediata, ma c’è un segnale di rallentamento politico evidente. Governare non significa solo decidere, significa costruire consenso attorno alle decisioni. E questo richiede metodo, ascolto, capacità di mediazione. Ma sarebbe altrettanto sbagliato per le opposizioni limitarsi a esultare. Questo voto non è una delega in bianco a chi si oppone. È una richiesta di maggiore serietà, di proposte credibili, di un’alternativa che non sia soltanto reattiva ma progettuale. Al Paese non si può chiedere semplicemente di dire “no” ad una riforma ingarbugliata e sbagliata. Ai cittadini va indicata una strada perché devono sapere dove vogliamo portarli. Lo hanno dimostrato in questa circostanza. Nel dubbio di una riforma proposta al buio, hanno preferito bocciarla. In questo quadro, la Basilicata rappresenta un banco di prova concreto. Qui le scelte politiche non restano astratte, ma incidono direttamente sulle opportunità di sviluppo, sulla capacità di attrarre investimenti, sulla possibilità di trattenere i giovani. Senza una giustizia efficiente, senza una pubblica amministrazione che funziona, ogni strategia economica rischia di rimanere sulla carta. È per questo che oggi serve una svolta chiara. Meno annunci, più risultati. Meno conflitto, più responsabilità. Le priorità non sono ideologiche, sono sotto gli occhi di tutti. Ridurre i tempi della giustizia con interventi organizzativi e investimenti mirati; rafforzare la pubblica amministrazione puntando su merito e competenze; semplificare il quadro normativo per liberare energie imprenditoriali; investire sul capitale umano per fermare la fuga di talenti; costruire una politica industriale che valorizzi le specificità territoriali, anche in una regione come la Basilicata, che può diventare protagonista nella transizione energetica e nell’innovazione. Il dato politico più rilevante che emerge dalle urne è forse il più semplice da leggere e che, cioè, gli italiani sono meno disponibili ad accettare logiche di scontro permanente quando sono in gioco gli equilibri istituzionali. Chiedono stabilità, equilibrio, concretezza associati a una politica che torni a essere strumento di soluzione, non fattore di tensione. Per chi ha responsabilità pubbliche, questo è il momento della verità. Continuare a forzare lo scontro, oppure aprire una fase nuova. Una fase in cui la capacità di governo non si misura sulla narrazione ma sui risultati e sulla credibilità di una classe dirigente che sappia leggere il segnale arrivato dalle urne e trasformarlo in direzione politica.”

 

Vito Bubbico
Vito Bubbico
Iscritto all'albo dei giornalisti della Basilicata.
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