HomePolitica“FANNO DESERTO ATTORNO AL LAVORO E LO CHIAMANO PACE SOCIALE!”

“FANNO DESERTO ATTORNO AL LAVORO E LO CHIAMANO PACE SOCIALE!”

È la scritta a pennarello che quasi oscura i manifesti di ringraziamento per la campagna elettorale municipale appena conclusa. Non è solo una provocazione post-elettorale. È un monito che ci obbliga a spostare lo sguardo: la vera riflessione da fare dopo le amministrative, al netto delle analisi degli “scacchisti”, per i quali gli elettori diventano pezzi e le condizioni materiali scompaiono, riguarda il lavoro. È questo il nodo che può e deve tornare a definire il perimetro e il senso della sinistra. Nel susseguirsi di commenti post-voto, referendario e non anche a seguito della debacle materana, è inevitabile porsi una domanda: che cosa significa, oggi, “sinistra”? La risposta, almeno in parte, si trova lì dove la politica spesso ha distolto lo sguardo: nel mondo del lavoro, nella sua crisi, nelle sue nuove forme, nei suoi vuoti e soprattutto nelle richieste di dignità, diritti e protezione. Per non sciupare le recenti vittorie alle amministrative nel resto del Paese e per non archiviare con superficialità l’esito materano, bisognerebbe aprire subito una riflessione politica profonda. Un dato troppo poco considerato è che, nei territori in cui si è votato sia per le amministrative che per il referendum, il quorum è stato raggiunto o sfiorato. In quei contesti, dove l’appuntamento elettorale era percepito come più rilevante, una parte significativa dell’elettorato ha colto l’occasione per esprimere il proprio dissenso sulle politiche del lavoro, in particolare contro il Jobs Act, trasformando il voto referendario in un atto politico consapevole. Condivisibili in questo senso, sono le parole dell’ex presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini sul risultato nazionale referendario: “Che il quorum fosse difficilmente raggiungibile era noto: d’altra parte neppure nel voto in diverse elezioni amministrative lo si è raggiunto, a dimostrazione che la disaffezione verso la politica è diventato il primo e cruciale problema della democrazia. […] si è mancato l’obiettivo e quando oltre due terzi degli italiani non rispondono è necessario riflettere. […] Dal mondo del lavoro emerge in ogni caso una richiesta di diritti e protezione. Così come è sempre più urgente dare una risposta matura al problema della cittadinanza di milioni di persone che vivono, studiano e lavorano nel nostro Paese, rimanendo però esclusi da un patto di cittadinanza fatto di diritti e doveri. […] Il lavoro e i diritti dovranno essere il primo pilastro del nuovo centrosinistra che dovremo costruire assieme a tutte le opposizioni, per dare prospettiva e futuro al Paese.” Insomma, finalmente, la questione lavoro e il mondo che esso costruisce, nel bene e nel male, torna al centro del dibattito. A chi ha accusato i promotori referendari di cinismo per aver speso 300 milioni di euro pubblici, si può rispondere che quei fondi sono serviti, finalmente, a riportare il lavoro tra le priorità politiche, coinvolgendo la società su un tema ormai dirimente. E in ogni caso, si tratta di cifre irrisorie se paragonate agli 86 miliardi sottratti al fisco da evasioni e condoni, pratiche che calpestano proprio la dignità del lavoro. Basti pensare che il governo Meloni si appresta a varare il ventunesimo condono fiscale in meno di due anni. In questo quadro, è necessario riconoscere che il lavoro o la sua assenza, struttura l’esperienza concreta della cittadinanza. Perché se in teoria ogni individuo è sovrano, nella realtà molte persone vivono rapporti di dipendenza e asservimento. Il lavoro cioè che dovrebbe andare di pari passo con l’ideale democratico di cittadinanza attiva ed egualitaria, oggi, al contrario, condiziona profondamente e limita la partecipazione alla vita pubblica. Una delle principali forme di esclusione politica, ad esempio, è proprio la mancanza di tempo: il lavoro assorbe energie, spazio, tempo lasciando poco margine per l’impegno civico che diventa un privilegio di pochissimi. E se questo vale per tutte le persone lo è ancora di più per le donne che spesso si sovraccaricano di un doppio onere tra lavoro pagato e lavoro gratuito di cura. Nella nostra locale esperienza di cittadinanza attiva del quartiere così come in quella allargata dei coordinamenti associativi e nel più comprensivo Movimento per la cultura e il lavoro, vediamo quanto sia difficile coinvolgere le giovani generazioni, che pur se interessate al vicinato, la scuola, la gestione dei beni comuni, la salute il paesaggio e le pratiche mutualistiche in generale, non hanno tempo; peggio ancora, le condizioni per poter partecipare.  Perché la partecipazione non resti un privilegio per pochi, una società che voglia dirsi davvero democratica deve garantire innanzitutto indipendenza economica. Un lavoro dignitoso, per orari, riconoscimento e salari, è condizione imprescindibile per esercitare la cittadinanza: difficile partecipare alla vita pubblica se si lotta quotidianamente per un pane incerto. Occupazione stabile, salario minimo e sostegni adeguati in caso di disoccupazione involontaria non sono concessioni, ma requisiti minimi, anche se oggi sembrano utopie. Così come senza una redistribuzione equa del lavoro di cura, ancora oggi affidato gratuitamente e in modo sproporzionato alle donne o ai soggetti più vulnerabili, non esiste tempo né spazio per la politica. Lo Stato deve farsi carico di questa dimensione, costruendo servizi pubblici che rendano la cura una responsabilità condivisa, solo così diventa possibile affermare un diritto reale alla partecipazione, anche per chi vive sulla propria pelle l’intreccio tra lavoro precario e carico familiare. Tuttavia, l’attuale organizzazione del lavoro, coerente con il paradigma neoliberale, va in direzione opposta: ha trasformato i lavoratori in automi isolati, intensificando la competizione, spezzando ogni possibilità di cooperazione e ostacolando forme elementari di solidarietà. La precarietà è diventata normalità e in questo quadro individualizzato, ognuno è chiamato a salvarsi da sé. Il risultato è un’atomizzazione dei rapporti lavorativi che non solo impedisce di organizzare resistenza collettiva, ma cancella lo scambio, la condivisione, la possibilità stessa di fare esperienze comuni, solidali mutuali e così il lavoro perde progressivamente anche la sua funzione sociale, cooperativa: non unisce, non costruisce legami e soluzioni collettive. Vale la pena allora chiedersi meglio cosa intendiamo oggi per “lavoro”. Non possiamo più limitarlo alla dimensione produttiva o industriale. È lavoro anche quello di cura, retribuito o meno, che sostiene la riproduzione sociale e che continua ad essere sottovalutato, anche quando è svolto con competenza. Insegnanti, operatori sanitari, badanti, babysitter, educatori: a parità di competenze e responsabilità, ricevono salari inferiori rispetto ad altri impieghi. E ancora più invisibile è il lavoro di cura non retribuito, svolto in prevalenza da donne, da anziani o da soggetti socialmente più fragili, che resta privo di riconoscimento simbolico e istituzionale. Rimettere in discussione i paradigmi culturali, economici e sociali che regolano il lavoro diventa allora un passaggio essenziale per generare inclusione, riconoscimento e partecipazione democratica. Perciò, garantire un lavoro dignitoso non significa solo migliorare le condizioni contrattuali, ma trasformare radicalmente il ruolo del lavoro nella società. Se la qualità del lavoro incide direttamente sulla possibilità di partecipare alla vita pubblica, di esercitare pienamente i propri diritti e di riconoscersi come parte attiva di una comunità è questa la sfida vera che una sinistra capace di riappropriarsi della questione sociale deve affrontare. Serve una nuova idea di lavoro: ampia, inclusiva, capace di riconoscere tutte le attività, materiali e immateriali, produttive e di cura, necessarie a sostenere una forma di vita collettiva e fondata sull’interdipendenza. La partecipazione democratica del lavoratore deve essere affermata come un diritto fondamentale e comprendere quali ostacoli l’attuale organizzazione capitalistica del lavoro pone all’esercizio concreto di questo diritto, è una delle sfide politiche più urgenti. La risposta, presumo, sta in una duplice strategia: da un lato, riconquistare potere sul capitale incentivando cooperative, economie mutualistiche, modelli produttivi non subordinati esclusivamente al profitto privato; dall’altro, attuare riforme strutturali del mercato del lavoro, per ridurre la precarietà, favorire l’autodeterminazione e promuovere relazioni cooperative nei contesti lavorativi. Il lavoro non ha perso la sua rilevanza sociale, ma ne è stata erosa la funzione politica e collettiva e una sinistra credibile non può eludere questa evidenza: senza la capacità di restituire al lavoro il suo valore generativo, di legami, di senso, di giustizia, non sarà possibile costruire alcuna alternativa all’isolamento neoliberale. Non si tratta di un disegno strategico grandioso, ma di un percorso concreto: fondare un nuovo movimento politico a partire dai lavori, da ciò che essi generano e da ciò che essi chiedono. Non è un’utopia: è già nella pratica sindacale più avanzata, nei territori che resistono, nelle reti mutualistiche, nei bisogni non rappresentati di chi quotidianamente tiene insieme pezzi di vita e società. Basta smettere di considerarla un’illusione o un vezzo ideologico e cominciare a costruire sul lavoro una nuova grammatica della giustizia sociale, economica per la nostra società!

 

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