Dobbiamo dircela la scabrosa verità!

Dirci che il più grande freno al cambiamento – a Matera come in tutto il Meridione – deriva dal mancato passaggio dalla “comunità” alla “società”, altrove voluto e perseguito dalla borghesia prima, dallo scontro tra i suoi interessi e la classe operaia poi.

Non che io sappia, luogo per luogo, quel che è avvenuto davvero nelle vicende storiche del Sud. Quel che so l’ho intravisto vivendoti cara la mia Città; l’ho letta, comparata, appena sfiorata da viaggiatore – più virtuale che reale – nei passaggi da luogo a luogo. Quel che riferisco ne è soltanto la narrazione; a volte, il sogno. Ma, quante conferme ho trovato!

Da noi, nel Mezzogiorno non si è mai radicata la societas, fonda­ta sull’intesa, sull’alleanza e sul patto tra estranei (non solo tra consanguinei, familiari o gruppi di conoscenti, dove invece tende a prevalere come principio regolativo la cultura della protezione e del suddito sulla base delle relazioni parentali, amicali o di conoscenza, come nella comu­nità) finalizzati a sfide e imprese collettive, a raggiungere traguar­di condivisi o a difendersi da pericoli comuni. E senza “società” è risultato appannato, per non dire negato anche il suo principio regolativo: la cultura dei diritti ( e dei doveri), il rispetto delle re­gole del patto, la figura del cittadino.

Il deficit di società colmato dal surplus di comunità ha pro­dotto la separatezza, l’assenza di coesione sociale, la carenza di fiducia tra i cittadini e tra questi e le istituzioni, l’isolamento non solo tra le classi e i ceti, ma all’interno di ciascuna classe e ciascun ce­to, la mancanza di un tessuto connettivo e l’irresponsabilità pubblica, una diffusa e trasversale indisciplina sociale. In una so­la parola: una società decomposta – l’hanno definita tanti autori; con un individualismo incon­trollabile ed eversivo rispetto al bene comune, capace di giusti­ficare qualsiasi mezzo per raggiungere il fine, e dove la cultura dei diritti e dei doveri del cittadino è rimasta nettamente e larga­mente schiacciata dalla cultura della protezione e della sudditan­za.

La politica anziché essere espressione di un progetto e di un disegno diventa semplice proiezione e ge­stione di una ragnatela di interessi particolari, che non fanno mai una visione generale; rendendo appunto ingovernabile la società stessa.

E chi, se non la borghesia mia cara Matera – caro Mezzogiorno, attraverso il dispiegamento della sua egemonia, aveva il compito di ricondurre a unità di convivenza, e non all’accentuazione delle separatezze e dell’antagonismo, le differenti esigenze etiche, politiche e culturali tra le classi e al­l’interno stesso delle classi? Se questo compito dalle nostre parti non è stato svol­to è perché è mancata la classe che l’ha svilup­pato per oltre due secoli altrove, nel Nord Europa e un po’ più tardi nella stessa Italia settentrionale; creando al contempo non pochi problemi al suo antagonista, la classe operaia quasi del tutto assente nel Sud e in affanno a farsi popolo con il mondo rurale. E’ da questi “buchi storici” che derivano le arretratezze e i ritardi accumulati nei secoli dal Mezzogiorno e da te che ne sei parte cara Matera. Prima e dopo l’unità d’Italia.

Sta proprio in questa spirale regressiva tra economia, società e politica la microstruttura della “questione meridionali” com’è stata di recente ridefinita la “questione meridionale”: l’ordine politico non riesce a costituirsi in una società decomposta e senza sviluppo economico; a sua volta una società non riesce a ricom­porsi se manca la decisiva condizione di un ordine politico e del­lo sviluppo economico.

Tra, l’altro, la tua storia Matera, mio Sud, ancora più che dell’intera Italia, ha dimo­strato anche recentemente che non regge la contrapposizione tra una buona “società civile” e una cattiva “società politica”. È questa vostra borghesia – avvocati, medici, professori uni­versitari e baroni, architetti e ingegneri, burocrati e funzionari di Stato – che ha dato o ritirato la delega alla politica, contrattan­dola non sulla base degli interessi generali ma in virtù delle uti­lità personali, perseguendo non un disegno complessivo di orga­nizzazione della società ma inseguendo la soddisfazione di esi­genze corporative e di bisogni particolari. Le grandi famiglie e élite delle professioni, anche quando si di­vidono nelle competizioni politiche ed elettorali, non escono mai veramente sconfitte. I vin­citori e i (presunti) perdenti raggiungono sempre un punto di equilibrio, nella maggior parte dei casi a danno dell’interesse pubblico. È il trionfo del sistema protettivo, nel quale si è più sudditi che cittadini, e nel quale la politica resta impigliata nelle secche premoderne dell’accezione più perversa del “senso comunitario“.

E’ solo il ceto politico-amministrativo che alla fine vie­ne chiamato a rispondere dei fallimenti. Eppure, sul banco degli imputati dovrebbero esserci anche i veri detentori del po­tere in Città, nella provincia e nella regione, nel Sud più in generale. Del resto, è questo il vero “ascensore sociale” nel Mezzogiorno. E il recente fenomeno del cosiddetto “civismo” nella politica, con la proliferazione di liste e candidature civiche in sostituzione dei vecchi partiti e degli schieramenti tradizionali in crisi, rappresenta, in genere, solo l’ultima variante di questa deriva.

Ma, é del tutto falsa anche l’altra co­moda contrapposizione tra una borghesia sana e virtuosa, ma minoritaria – quella degli Ottimati, dei Cento uomini d’acciaio –, e gli ‘assistiti’ pubblici o privati che siano, purtroppo maggiorita­ri. Sono nient’altro che facce della stessa medaglia, convivono e si intrecciano pur nella loro separatezza, non sono antagonisti ma spesso complici nel perpetuare l’immobilismo.

Il nostro Sindaco-uomo-d’acciaio, ad esempio, ha mai chiesto pubblicamente e non solo ai suoi maggiorenti, se la sua frenetica caccia alle risorse pubbliche incrociava i reali interessi e bisogni della Città? Le colpe delle élite e delle classi dirigenti nostrane sono state anche, se non innanzitutto, politiche per aver assecondato questo grave deficit nella coscienza dei propri do­veri di cittadinanza, nel riconoscimento dei diritti degli altri, nel rispetto delle regole, nell’osservanza del patto di convivenza e, soprattutto, nella tutela e nella cura dei beni comuni, degli spazi pubblici.

Chi s’illude – oggi, in campagna elettorale per il rinnovo del tuo Consiglio municipale – che per cambiare musica sia sufficiente il ricambio del ceto politico e amministrativo, replica il vecchio errore: sul banco degli imputati dovrebbero esserci anche i veri detentori del po­tere in città!

Il risultato delle gestioni sindacali di questi ultimi lustri, dipende dal singolo eletto o da eventi ca­suali, e non è modellato dal contesto sociale nel qua­le operano, come frutto di una progressione che parte da lon­tano e arriva lontano. Noi, invece, continuiamo ad aver bisogno di sindaci-mito, per vivere passeggeri casi di buon governo. Perché il “mali­gno circolo vizioso” società decomposta-disordine politico alla fine risucchia tutte le esperienze.

E questo poi, oggi, spiega un altro paradosso storico con il fallimento dello Stato nel Sud e con la parabola della “questione meridio­nale”, filiazione diretta della “questione mediterranea”. Nel mo­mento in cui, dopo cinque secoli, la storia torna ad essere “ami­ca”, il Mezzogiorno non riesce ad approfittarne. I nuovi scenari geopolitici e geoeconomici emersi alla fine del secondo millen­nio, soprattutto con il processo di globalizzazione, rimuovono le principali cause che avevano determinato, dal Medioevo alla scoperta dell’America, il processo di marginalità del Mediterra­neo dalle principali correnti dell’economia e della storia. Il Mediterraneo torna a essere uno dei crocevia dei traffici marittimi grazie alla sua posizione geografi­ca, e diventa la prima porta d’ingresso degli scambi commercia­li tra le emergenti e sempre più potenti economie dell’Estremo Oriente e la vecchia Europa. Il Mezzogiorno d’Italia rientra nel “grande gioco” della storia. In un mondo sempre più multipolare, la visione euroatlantica non è più egemonica e la visione euromediterranea diventa, in prospettiva, molto più solida. E tu Matera riacquisti la potenziale funzione di cerniera di un vasto territorio nella Macroregione “meridiana”. Opportunità e occasioni possibili anche in presenza di un persistente gap infrastrutturale, comune del resto ad altri Paesi che affacciano sul bacino.

Ma il Sud, anche in virtù dei fallimenti delle politiche pubbli­che nei 150 anni dello Stato unitario, arriva all’appuntamento privo di capacità di azione e di spinta interna, in una rassegnata passività: come altrimenti spiegare il criminale silenzio dei sindaci – i nostri compresi -, delle regioni meridionali, alle scellerate politiche nazionali di questi ultimissimi anni? Le classi dirigenti del Sud, a partire dal ceto politico, di sinistra e di destra, senza dimenticare i rappresentanti delle for­ze sociali e sindacali, hanno fatto finta di non accorgersene. Abbiamo sprecato trent’anni!

Il nuovo meridionalismo doveva avere il coraggio e anche l’audacia di convincere il Nord che il ritrovato ruolo del Mediterraneo fosse un’opportunità per l’intero Paese, per bloccare e invertire il lungo declino dell’Italia, affidando al Sud una precisa missione strategica nei nuovi scenari geoecono­mici. E invece, soltanto silenzio, colpevole! È qui che il meridionalismo di potere prende il sopravvento sul meridionalismo di pensiero. Abbiamo lasciato cam­po aperto a quei professionisti della “questione meridionale” che hanno fatto del vittimismo, del giustificazionismo e del rivendicazionismo l’esclusivo oggetto su cui speculare.

Sia chiaro: il fronte di resistenza e di negazione è stato non solo legittimo, ma necessario e sacrosanto di fronte ai falsi stori­ci alimentati dal circuito mediatico e dall’aggressiva vulgata leghista sulla redistribuzione delle risorse pubbliche sbilanciata a favore del Sud; risultato, anno dopo anno, fortemente e ingiusta­mente penalizzato nella redistribuzione delle risorse pubbliche. Oggi, al Sud mancano 874 miliardi di euro. In questa campagna di verità è stato svan­taggiato dalla debolezza delle sue voci, politiche e del mondo del­l’informazione, perché spesso colluse nell’operazione. Ma anche perché si trattava e si tratta non di nascondere o ridimensio­nare, ma capire e denunciare perché vengono spese – quando vengono spese – male o del tutto sprecate anche le risorse (minori) che arrivano.

Resistere, negare e rivendicare, invece, sono stati il punto di partenza e anche di arrivo di un declinante meridionalismo. Mai di sfida, di rilancio, di attacco.

Così mentre il Nord, in questi trent’anni, ha minacciato la secessione e inseguito una derego­lamentazione (confusa) dello Stato centralista e una devoluzio­ne (pasticciata) dei poteri pubblici centralisti, ha portato la po­litica e le alleanze a discutere il tema del federalismo politico e fiscale, fino all’autonomia regionale differenziata e alla flat tax, il Sud – tranne rarissime eccezioni, subito isolate e bersagliate dal coro conformista – ha scelto di stare in campo passivamen­te, giocando la partita solo e soltanto in difesa.

Senza idee e vi­sione non sono mai emerse so­stanziali differenze nelle politiche per il Sud tra i governi di centrodestra e quelli di centrosinistra.

Siamo arrivati al grottesco: il partito nato al Nord per la secessione dal Sud, vero beneficiario dell’appropriazione degli oltre 874 miliardi sottratti a noi, ottiene – da noi – oggi circa il 25% dei consensi, pur mantenendo il suo core business nella rappresentanza e nella difesa del sovranismo territoriale che certo non è il nostro! E oggi t’impone anche il candidato sindaco, cara Matera!

Sono stati rari gli sforzi e i tentativi di ripensamento del meridionalismo in questi ultimi trent’anni, quelle esperienze politi­co-amministrative e i cicli positivi succedutisi nelle città e nelle regioni meridionali negli ultimi decenni.

Chi dimentica il “pensiero meridiano” di Franco Cassa­no negli anni del pensiero unico dominante in Occidente, con l’apoteosi incontrastata dell’egemonia liberista e con la visione “fondamentalista” dell’economia? Ma non c’è pensiero che tenga se, intanto, conti­nuano a peggiorare le condizioni materiali di vita, se la precarie­tà avanza, se il futuro dei giovani meridionali diventa così incer­to che sono costretti a un viaggio di sola andata nelle terre delle opportunità, se gli stessi affetti familiari risultano lacerati con la separazione definitiva tra figli e genitori, se il territorio si svuota e rischia nel breve pe­riodo la sua stessa sopravvivenza per l’insostenibilità prodotta dall’intreccio tra decremento demografico-fuga dei giovani-invecchiamento della popolazione.

E così, lentamente il “pensiero me­ridiano” è scivolato fino a degenerare, non certo per volontà dei suoi inventori, nell’abuso della retorica dell’eccellenza. Di fatto, dietro la re­torica delle eccellenze tanto care anche al nostro Sindaco, si nasconde un’idea velleitaria e fin trop­po ottimistica del cambiamento, inteso più come atto che come un processo. Ancora una volta!

Voglio chiudere anche stavolta coi versi del giovane poeta calabrese Franco Costabile, facendoli miei, nostri; dedicandoli anche a te, mia nostra Città:

 

“Ecco                                                                        da soli,

io e te, Meridione,                                                      senza raccontarci fantasie

dobbiamo parlarci una volta,                                               ragionare davvero con calma,

sulle nostre contrade.                                                            Noi dobbiamo deciderci

                                                                                   con questo cuore troppo cantastorie.”