Per un po’ tutti abbiamo voluto o finto di crederci: che da una parte ci fosse solo l’1 per cento (di fatto, lo 0,0001 per cento: i padroni della Terra) e dall’altra tutti gli altri, noi. Non era, non è, così. Intorno a quel pugno di potenti c’è una solidissima struttura: una gerarchia di uomini e donne, ciascuno e ciascuna al “suo” posto, con dei compiti ben definiti, che lungo i rami – o meglio le radici – del potere arriva a coinvolgere cerchie sempre più ampie di “complici”: chi per interesse o per vantaggi, chi per abitudine, chi per servilismo, chi per non conoscere o vedere alternative.
Lungo quella serie di cerchie concentriche si può arrivare molto in là. In mezzo, da qualche parte, a un qualche livello, ci siamo noi; in parte consapevoli, in parte no, del nostro ruolo e delle nostre responsabilità. Puntare sulla contrapposizione tra due blocchi, gli emarginati e gli inclusi, “i sommersi e i salvati”, non sposta i termini della questione. A volte allarga un po’ l’area degli esclusi a spese del blocco del potere, a volte la restringe e dilata quella di chi si sente, o si vuole, incluso. Il problema è tagliare quella piramide sociale, cercare di destrutturarla ad ognuno dei suoi livelli intermedi, a partire dalle ragioni specifiche di disagio nei confronti della sua posizione che ciascuno e ciascuna avverte già oggi, o potrebbe avvertire domani. È quella “lunga marcia attraverso le istituzioni” di sessantottesca memoria troppo a lungo dimenticata. A ciascuno di quei livelli, in ogni articolazione di quella struttura, ci sono oppressi e oppressori, contraddizioni che possono esplodere. Forse, per iniziare a dipanarle e senza abusarne, occorre del metodo più che di un progetto e di schieramenti. Tanto meno di leaders!
E metodo occorrerebbe, per venire a noi, più che improvvisate ‘primarie’ o l’impiccarsi al notabile di turno, anche per contribuire efficacemente a risollevare la condizione dei nostri luoghi istituzionali che decidono il futuro della Città, del territorio che la ricomprende.
Ancor meno serve quel fenomeno Pop che è la cultura del sospetto, segno di tempi deragliati, espressione della rottura di ogni principio di responsabilità verso gli altri; che proprio nelle ore trascorse appresso alle ‘primarie’ in Città lorda con parole oscure anche il più ingenuo tentativo di soggettivazione giovanile. E son foriere di sciagura, gravide di presagi inquietanti e di ombre nere, con un pesante retrogusto fascistoide. Che squallore le parole di Muscaridola per denigrare la candidatura Cifarelli. E che scandalo maggiore se quelle parole dovessero risultare vere: la Città svenduta ai giochi del Palazzo regionale per le mene di bulli della politica, che hanno tradito!
Eppure, «c’è della logica in questa follia»: questo sconquasso si chiama «cultura del sospetto». O meglio il ribaltamento di essa da raffinato strumento filosofico in «fenomeno Pop». Con quell’espressione Paul Ricoeur aveva indicato il pensiero di «maestri» come Marx, Nietzsche, Freud, oltre a Schopenhauer che avevano insegnato, per vie diverse e divaricate, a non confondere le immagini di superficie con la verità, e a cercare «sotto» e «oltre» le narrazioni ufficiali; come apprese il pensiero critico delle minoranze ribelli novecentesche, delle avanguardie culturali e rivoluzionarie. Poi invece, nel nuovo passaggio di secolo, era diventato atteggiamento di massa, senso comune popolarizzato e aizzato dal web: diffidenza sistematica e disprezzo delle élites. Non senza ragioni (per spiegarlo): le menzogne del potere, delle sue classi dominanti, dei suoi mezzi di comunicazione sono sotto gli occhi di tutti. Ma senza l’uso della ragione per selezionare il vero e il falso. E per orientare i comportamenti di risposta populista, orientati a una sorta di rozzo «fai da te» informativo e da una passiva dipendenza operativa dal demagogo di turno.
Oggi, abbiamo oltrepassato anche quel limite a Matera, con il minestrone ‘destra-sinistra’ che s’affaccia alla tornata elettorale, col rischio di decretarne il finale declino (lo possiamo negare?). Ma nello stesso tempo, la struttura materiale delle vite (flessibili, destrutturate e sempre più liquide) risulta deprivata di quegli strumenti (dell’esperienza) per ragionarci sopra, per praticare l’arte difficile della separazione tra gli elementi di un fenomeno, cosicché oggi non ci possiamo stupire se non si riesce più a distinguere tra la truffa politica e la risorsa salvifica della diretta e personale partecipazione alla vitta della Città. O, più in generale, tra la vocazione a mentire del potere (anche quello, minimo, a volte miserabile di un Municipio) così come praticata sistematicamente in questi decenni, e la necessità di alcune (rare) decisioni razionali di quello stesso potere, a cui sarebbe autodistruttivo sottrarsi.
Non dissolveremo le nuvole minacciose confondendoci con quelle figure istituzionali che hanno enormi responsabilità nell’aver scavato l’abisso che oggi le separa da pezzi consistenti di società sfarinata.
Se un luogo c’è, per quelli come noi, per lavorare, è al livello del suolo, dove le vite si compiono o si perdono, e dove solo il ricupero di esperienze autentiche di relazione e di lavoro può frenare la caduta.
Questione di metodo, dunque; il metodo della partecipazionattiva – difficile, anzi improbabile se si pensa alle tante povertà che affliggono le donne, i lavoratori della società flessibile e insicura; alla povertà anche di tempo da dedicare al civismo responsabile. Ma oggi, forse, resta l’unico modo per censire bisogni ed escogitare soluzioni, progetti, vie d’uscita assieme; per costruire nuova comunità. E chissà che – prima o poi – non possa presentarsi anche la possibilità di farsi soggetto politico della trasformazione della nostra condizione del vivere la nostra cittadina. Nel frattempo, laicamente, proviamo almeno a scegliere rappresentanti capaci di approntarli quegli strumenti partecipativi, regolamentari; di introdurre anche nella gestione pubblica dei servizi il metodo della regolare collaborazione tra le competenze professionali dell’istituzione e il volontariato civico più prossimo alla comunità: Quartieri, servizi di prossimità, case della salute e della cittadinanza, Reti bibliotecarie adeguate ai bisogni e ai desideri dei nostri ragazzi.
