Gli Italiani non hanno avuto paura del covid19 e si sono recati alle urne. Le operazioni si sono svolte in modo ordinato senza nessun particolare problema. La prima vincitrice di questa tornata elettorale è la democrazia, il grande attaccamento ad essa degli elettori, la loro grande maturità. Forse anche superiore alla sua classe dirigente.

Eppure non l’avevano chiesto loro questo referendum su una legge costituzionale approvata in pieno accordo tra maggioranza ed opposizione, con un voto quasi plebiscitario del Parlamento della Repubblica.

Non hanno fatto una raccolta di firme per reclamarlo. Essi sono stati, invece, costretti ad esprimersi da un pugno di senatori (molti dei quali voltagabbana che avevano votato SI alla legge) che hanno in tal modo sbugiardato se stessi e l’istituzione parlamentare, nel tentativo estremo di far bocciare un taglio evidentemente da loro temuto e per altre ragioni di mero calcolo politico.

Ma quel popolo, invocato per ribaltare l’ampia decisione della massima espressione della nostra Repubblica parlamentare, ha detto chiaro e tondo che SI, questa riforma per loro si doveva fare. Perché è dagli anni ottanta che gli è stata promessa e mai mantenuta. Ci è voluta la determinazione del M5S che ha preteso fosse negli accordi di governo di questa legislatura per realizzarla, ma gli atti parlamentari sono zeppi di proposte di riduzione del numero dei parlamentari.

E allora, non è bastata la stampa quasi al completo schierata per il NO a convincerli del contrario. E nemmeno il disimpegno di quasi tutti i partiti che pur l’avevano votata (nessuno ha infatti fatto campagna elettorale apertamente per il SI), tranne una tardiva, sofferta e contrastata presa di posizione del PD e la chiara e determinata difesa della riforma da parte del M5S.

Gli elettori con un ampio 70% hanno detto di essere d’accordo con i propri rappresentanti in parlamento. Che hanno fatto bene.

E parliamo di un corpo elettorale che sui referendum costituzionali ha sempre dato dimostrazione di capacità selettiva.

Questo, originariamente previsto per il 29 marzo 2020 (è stato rinviato a questa nuova data, causa covid19) è il quarto referendum costituzionale della storia repubblicana e il secondo ad essere approvato.

Il primo fu quello del 2001, quando il 64% degli elettori approvò la riforma del Titolo V  varata a maggioranza dall’Unione (gli anni dei governo Prodi, D’Alema e Amato). Poi fu la volta dei referendum che, invece, bocciarono la riforma del governo Berlusconi (la cosiddetta devolution) nel 2006 con il 61% dei NO e quella di Renzi nel 2016 con il 59%  degli elettori che dissero ancora NO e costrinsero l’ex sindaco di Firenze a dimettersi da primo ministro (ma lui in verità aveva promesso di abbandonare la politica).

Bene. Gli elettori hanno dimostrato di essere in sintonia con le loro istituzioni democratiche. E fa bene ad essere soddisfatto Nicola Zingaretti che promette: “Ora si apre una stagione di riforme. E faremo di tutto affinché questa stagione di riforme vada avanti spedita“.

Così come ha ragione ad esultare il M5s, che vede realizzato uno dei suoi cavalli di battaglia. Con Luigi Di Maio che afferma una verità (“Senza il Movimento 5 stelle tutto questo non sarebbe mai successo“) e guarda già avanti: “Il prossimo step dovrà necessariamente essere l’approvazione di una nuova legge elettorale proporzionale che sia in grado di favorire la governabilità di un’Italia che ora più che mai ha bisogno di risposte rapide ed efficaci“.

Ecco si guardi ora avanti, anche i sinceri sostenitori del NO preoccupati per un attacco alla Costituzione che, facendo tesoro di questa volontà popolare, potrebbero unirsi al fronte che sosterrà tutte quelle riforme atte a migliorare la scelta degli elettori ad iniziare da una nuova legge elettorale con  le preferenze, norme democratiche per i partiti e regole trasparenti per le candidature. Magari anche la riduzione delle indennità parlamentari, come pure è stato richiesto da tanti sostenitori del NO.

E una discussione pubblica e chiara sulle linee guida per il RecoveryPlan,  più di 200 miliardi da spendere per migliorare e far andare avanti il Paese.