E il sociologo Loïc Wacquant afferma: «La paura di un nemico illusorio è l’unica cosa rimasta in mano ai politici per garantire il loro potere». Solo in questo modo, dice ancora, «la mano invisibile del mercato si trasforma nel pugno di ferro dello Stato penale».
Sono veramente in tanti a manifestare paura in questi giorni per l’esito elettorale politico eventualmente a favore del centro-destra! E non soltanto vecchi leoni da tastiera che fino a ieri facevano gli sbruffoni con l’intento di punire il cosiddetto Centro-sinistra, ormai da oltre trent’anni rigoroso interprete e gestore politico del neoliberismo. Con sconcerto, scopro che anche fior di intellettuali critici sono caduti nell’irrazionalismo della paura. Sicchè, prima ancora di valutare l’offerta elettorale, conviene rammentare cos’è.
Non se ne può non parlare; anche se le urgenze elettorali, che per me devono intimamente esser connesse al ruolo del nostro Paese nel conflitto ucraino – e più in generale nella geopolitica del nostro mondo globalizzato, spingono a considerazioni più ‘vicine’ a noi.
Così, ho pensato di ‘dividere’ l’intervento in due parti: la prima affronta il tema della paura – dominante in questa tornata elettorale e non a caso! La seconda parte tenta di entrare nel merito del nocciolo politico – accortamente ‘velato’ dai protagonisti politici e dai media mainstream: dove vogliono portarci e per quali ragioni che l’elettorato dei Molti non devono sapere?
1^ parte
Basterebbe leggersi le pagine mirabili del Bauman di “Paura liquida” (2005) (l’incertezza nel presente e nei futuri sviluppi della realtà in cui viviamo, ci porta a voler controllare ciò che ci circonda nella quotidianità, cercando di diminuire il più possibile il rischio di esposizione a pericoli più o meno concreti, che potrebbero colpire noi o chi ci è vicino); oppure i puntuali interventi di Daniele Giglioli (dobbiamo riconoscere le «ragioni del coniglio», ci dice , a partire da noi – dalla nostra parte politica – diventando capaci di avere paura dei nostri stessi errori. «Perché solo chi ha ragione di aver paura prima o poi si mette a ragionare»). O gli interventi di Donatella Di Cesare che s’è trovata spesso a spiegare cos’è la politica della paura di cui Matteo Salvini in Italia è solo il caso più evidente (corrisponde alla gestione della vita senza spazi pubblici, fa il paio con uno Stato che si riduce a mezzo per mantenere la sicurezza e l’ordine invece che redistribuire le ricchezze. L’incubo di chi comanda, quello di un alto livello di cooperazione sociale che sfugga alle maglie dello sfruttamento, spesso si materializza nella vita in comune delle città: per controllarle e valorizzarle esiste una paura specifica), quella che Giuliano Santoro definisce «urbanofobia».
Ma proviamo a indagare meglio, avvalendoci di letture fatte. Quando, dopo un periodo di riflessione, arriva il momento di affrontare un pericolo reale, che riusciamo a vedere e toccare, sentiamo uno strano sollievo. E’ meno strano di quanto si pensi, dato che veniamo finalmente a contatto con ciò che c’era dietro tutto quello spavento, che avvelenava i giorni: se sappiamo da dove arriverà il colpo, potremo tentare di fare qualcosa per prevenirlo e capire che genere di perdita o danno ci aspettano. La paura libera, priva di indirizzi o d’indizi, è quella più temuta: la minaccia che dovremmo temere, ma che ancora non vediamo chiaramente. La paura è il nome che diamo all’incertezza: alla nostra ignoranza della minaccia o di ciò che ancora non sappiamo di poter fare per poterla prevenire.
Il panorama politico odierno vede l’ascesa, e l’affermazione nei consensi, da parte di gruppi e personaggi comunemente definiti “populisti”, molti dei quali collocati nell’area nazionalista e xenofoba. Le strategie comunicative utilizzate da tali formazioni e dai principali esponenti fanno diffusamente leva sull’evocazione di pericoli e minacce da contrastare, in modo tale da riuscire ad attivare i timori di molti cittadini e ad avvicinarli alle proprie proposte. La paura, dunque, per questa schiera di soggetti, diventa una “risorsa” per acquisire rilevanza e attenzione nello spettro politico, in un’epoca di forti incertezze e di crisi della democrazia a causa degli squilibri irrisolti (anzi, irresolubili, a mio avviso) del sistema economico neoliberista. Ma non si può neppure non constatare che la persuasione da parte della politica, attraverso l’appello ai timori, sia divenuta oramai strategia propria dello spettro politico in generale. Anche delle aree politiche e culturali come ad esempio i diretti avversari dei populisti, politici, partiti (senza reale partecipazione! E perciò anch’essi populisti) e governanti già attuatori delle misure neoliberiste, di quelle di austerità monetaria, difensori degli organismi internazionali e per l’appunto detrattori dei nuovi populisti; quei soggetti della scena politica che della prospettiva del pulpito opposto potremmo definire a favore dell’establishment.
Temi quali la promessa di maggior “sicurezza” intesa come riduzione e protezione da fenomeni supposti in aumento e di forte entità: la repressione dei crimini violenti, il controllo del fenomeno migratorio, la difesa delle tradizioni a fronte delle influenze di un mondo globalizzato nei mercati e nella circolazione delle persone ecc. non sono diventate solo i principali punti programmatici dei partiti conservatori e nazionalisti ma si affermano progressivamente anche nell’agenda politica generale e in quella dei media. Nel veicolare tali proposte, la comunicazione dei protagonisti del dibattito fa sempre più spesso leva sulle paure diffuse nella società, non solo per intercettare l’attenzione di un’audience già sensibile a determinati allarmi, ma anche allo scopo di allargare il proprio supporto. Il linguaggio e la comunicazione mirata possono considerarsi mezzi sufficienti a risvegliare i timori, provocando comportamenti a essi correlati.
Viviamo in un’epoca di disastri ecologici, di crisi economica, istituzionale e sociale, spesso accompagnate dalla difficoltà da parte degli individui a comprendere la complessità del mondo globalizzato. Perfino nelle nazioni occidentali sono venute meno quelle che erano le certezze o le attese proprie di quella che era una realtà più stabile e meno interconnessa, tale che nelle società si sono progressivamente generati nuovi sentimenti di sfiducia e insicurezza sul presente e sul futuro, sentimenti che però non escludono la necessità di protezione e la ricerca di nuove fonti di rassicurazione.
Il tema della “sicurezza”, come impegno prioritario da parte di alcuni gruppi o personaggi del panorama politico nazionale e internazionale (Bauman, 2005), ad ogni modo, risale al periodo pre-crisi economica recente, ed è presente già da tempo nei discorsi dei soggetti conservatori in primis, per poi essere interiorizzato nelle proposte della generalità delle parti politiche moderate. Alla deregolamentazione economica, alle privatizzazioni e alla restrizione del welfare, i cui effetti hanno provocato disagio sociale e risentimento verso le classi politiche, sono state spesso accompagnate promesse di controllo dei pericoli e del crimine comune. Nell’attuazione delle politiche neo-liberiste, oltretutto, proprio il disimpegno della politica nello stato sociale è stato anche, in parte, giustificato e argomentato con l’obiettivo di ridurre le inefficienze e la degenerazione morale che gli aiuti sociali favorirebbero, se troppo generosi anche verso i gruppi svantaggiati. Ciò ha sedimentato innanzitutto l’idea secondo cui il crimine sia circoscrivibile a categorie marginalizzate e minoranze in difficoltà, poi ha proposto le misure di “tolleranza zero” come unica soluzione, manipolando dunque la percezione della paura e l’approccio verso politiche di lotta al crimine (Merzagora & Travaini, 2003). O più correttamente, le proposte di tali soluzioni hanno mostrato di essere utili più che altro a mitigare la percezione di incontrollabilità dei pericoli stessi e a rassicurare almeno temporaneamente la popolazione. Già prima dell’avvento della recente ondata populista, «L’esposizione delle minacce alla sicurezza personale» diveniva «determinante nella guerra per gli indici d’ascolto nei mass media» (Bauman, 2005, p. 44).
E’ con la crisi economica esplosa nel 2008 con il conseguente crollo di fiducia nel suddetto paradigma neoliberista di una crescita infinita – da molti identificato nel fallimento delle scelte degli establishment politici tradizionali e nell’eccessiva esaltazione dei benefici della globalizzazione – che nei paesi occidentali in primis sono sorti, o sono usciti dalla marginalità, movimenti populisti di diverso tipo, apparentemente nuovi, per molti aspetti definibili come “antiglobalisti”, che hanno contrapposto a tali modelli idee alternative di economia e di società. In breve: «I populismi (…), nelle loro molte varianti, ripropongono i nazionalismi o, comunque, comunità chiuse, immuni dai pericoli incombenti dall’esterno, che sarebbero in grado di proteggere da un cambiamento ormai incontrollabile» (Capelli, 2005).
Cosicchè, la domanda di maggior sicurezza dunque oggi non è più solo una pretesa di protezione da parte del potere eletto, ma per molti individui esiste in funzione di conservare il proprio universo privato e un ristretto spazio sociale, con le proprie peculiarità e pratiche consuetudinarie. In tale situazione, la comparsa e il consolidarsi di soggetti estranei all’ambiente ordinario e consueto può dare forma ad alcuni timori e renderli largamente condivisi nel proprio gruppo sociale di appartenenza, identificando come problema comune «un concreto tangibile pericolo – il criminale, l’immigrato, il drogato – che ora si può combattere e tenere lontano» (Vianello e Capelli, 1999).
Con il crollo del sostegno ai partiti tradizionali, il sorgere dei populismi come referenti politici alternativi (alcuni dei quali come nuovi garanti della sicurezza) si è dunque realizzato tramite l’imposizione di una propaganda che ha riacceso ed esacerbato le paure di vulnerabilità e le richieste di protezione da parte dei cittadini. I movimenti populisti (Capelli, 2005), xenofobi e ultra-conservatori (Wodak, 2015) fanno ormai largo uso di temi in grado di generare, o meglio accendere, paure nell’audience allo scopo di porsi a unici veri difensori dell’ordinario e delle persone comuni, contro nemici “estranei” (migrazioni e individui emarginati) e poteri sovranazionali (dittatura finanziaria, perdita di sovranità in favore di organismi internazionali, ecc.). Essi stanno riuscendo a imporre i propri messaggi nei confronti di un’audience in cerca di quelle nuove forme e fonti di rassicurazioni prima accennate. D’altronde, l’insicurezza cronica porta ad arroccarsi per difendere quanto meno il proprio sistema di valori, da minacce più o meno reali, con tale preoccupazione da diminuire l’impegno a informarsi su una realtà verso la quale si nutre sfiducia (Hayakawa & Hayakawa, 1992), dunque rimanendo vulnerabili al messaggio più incisivo e credibilmente risolutivo.
Tuttavia, l’ho già anticipato prima, in pochi considerano come anche soggetti lontani dai populismi (se non proprio loro diretti antagonisti) facciano anch’essi ricorso ai timori della popolazione. Nel loro discorso politico l’innesco delle paure non si limita alla propaganda incentrata sui pericoli del crimine o sulle minacce estranee o esterne, seppur questa venga ormai incorporata (dunque legittimata) anche da chi si contrappone ai populismi anti-sistema, anche per contrapporre delle risposte agli allarmi da questi sollevati. Nella battaglia per il consenso, inseriscono anche gli appelli alla prudenza rispetto agli effetti di possibili turbamenti di mercati, in caso di sconvolgimenti politico istituzionali (aumento debito pubblico, default, fiducia degli investitori, aumento dello spread ecc.): un differente ricorso ai timori che, in tal caso, fanno leva sull’incertezza economica e la crisi occupazionale. Argomentazioni di recente formazione che partono dagli allarmi post-crisi 2008, nei quali si è costruita una retorica utile ad affermare le politiche di austerity in alcuni paesi europei. Ad esempio «In Italia, a partire dal 2010, i governi Berlusconi e Monti hanno cercato di persuadere i propri cittadini circa la legittimità delle manovre di austerità» (Menegatto, 2015, p. 89) con il risultato di porre il rigore finanziario del pareggio di bilancio perfino a rango di legge costituzionale. Per primi i governanti stessi, fra l’incapacità nel gestire la situazione e per effetto degli allarmi degli organismi internazionali, hanno finito per accettare e promulgare la colpevolizzazione dei popoli che avevano subito la crisi (Gallino, 2013). In alcuni contesti, come quello italiano, le forme discorsive hanno assunto toni più apocalittici, persuadendo l’opinione pubblica sulla necessità di attuare misure di contenimento della spesa pubblica e del debito, attraverso una narrazione emergenziale e catastrofica della crisi amplificata dai media mainstream, che riportano quotidianamente i discorsi dei principali esponenti della politica (Zamperini e Menegatto, 2015). L’incertezza e la prudenza ingenerate hanno dunque costruito un sostrato che tutt’oggi è parte degli argomenti che spingono fette dell’opinione pubblica a diffidare di proposte politiche sui generis, poco accorte e responsabili, tipiche di avversari spregiudicati e di dubbia competenza che, come vedremo nello studio dei discorsi, è la stigmatizzazione tipica dei populisti da parte dei loro avversari.
