L’ha sognata per tutta una vita, quella società nuova dove la democrazia ‘’non formale’’ ma umana avrebbe dovuto cambiare tante cose dopo le devastazioni, non solo fisiche, ma anche morali tra le due guerre. Ma Giuseppe Dossetti, profeta e testimone del Novecento, come lo definisce nella riflessione che segue Antonia Flaminia Chiari del Centro Studi Leone XIII, non riuscì a vederla nonostante la ‘’fede’’ nella Costituzione e nel Cristianesimo. Due certezze che contraddistinsero sempre il suo operato e la sua figura coerente, che incalzò e influenzò non poco ambienti, personalità e persone di diverso ceto sociale e formazione culturale. A 25 anni dalla sua scomparsa sono pochi gli eredi di quel pensiero. Perché sognare ed essere coerenti è un percorso difficile ma non impossibile. Quasi una missione la sua che ha indicato una via. Tortuosa sin che si vuole, ma è quello che serve per il cambiamento. Il resto lo troverete negli utili spunti di un progetto innovatore da portare avanti.

Giuseppe Dossetti, profeta e testimone del Novecento.
Fu uno degli uomini politici più originali e profondi dell’immediato dopoguerra. Portatore di un progetto politico innovatore, diede un eccezionale contributo alla stesura della Costituzione repubblicana, prima di trovarsi emarginato nel contesto di uno scontro ideologico che non lasciava spazio a progetti alternativi a quelli dominanti.
Dossetti è indubbiamente il politico cattolico che meglio ha saputo vedere come gli eventi drammatici delle due guerre mondiali esigessero la nascita di una nuova civiltà cristiana.
Sostanziale, integrale, effettiva, reale: la democrazia, secondo Dossetti, non può essere solo formale, né solo politica, né solo economico-sociale; deve superare la divisione fra questi ambiti per essere umana, genuina, morale. Un’autentica rivoluzione. La modernità è nichilista, per Dossetti: nega la natura delle cose, e le pensa tutte interamente plasmabili dall’uomo e tutte traducibili in merci; azzera le mediazioni socio-politiche reali, e immagina una società priva di fini che non siano individuali; fa’ dello Stato una macchina che consente ai privati di creare istituzioni giuridiche incontrollabili, mentre di ferma davanti ai diritti economici dei possidenti, considerati intoccabili.
Allo Stato moderno Dossetti contrappone uno Stato nuovo, che abbia la capacità politica di orientare la libertà, di plasmare la società riformandola. Uno Stato che di carica di una politicità che è anche socialità e moralità. Questa democrazia sostanziale è il volto storico del cristianesimo.

Certo, i nostri tempi sono, per molti versi, lontani da quelli in cui nacquero le riflessioni di Dossetti. Ma per altri versi presentano sconcertanti analogie, che hanno come risultato la libertà finalizzata non al fiorire della persona nell’uguaglianza, secondo i meriti di ciascuno, ma al profitto di pochi. Gli obiettivi di Dossetti sono condivisibili oggi: perseguire una politica che sappia dirigere la società individuando e sollecitando in essa ragioni e forme, diritti e poteri; costruire una democrazia che sappia essere energia politica di competizione e confronto.
Riprendiamo il suo discorso più conosciuto: “Sentinella quanto resta della notte?”. La sentinella è consapevole che la notte è notte, tuttavia non rimpiange il giorno passato; è protesa in un atteggiamento vigile, e senza illudersi in un immediato passaggio dalle tenebre alla luce, riesce a cogliere le prime luci dell’alba.
È questo un monito, per i nostri giorni, a saper distinguere le notti che la politica attraversa, a vigilare affinché in questi momenti bui la nostra capacità critica non si smorzi, ripiegando nostalgicamente sul passato, ma mantenga la lucidità necessaria per riconoscere i segni dell’aurora.
Nel ripensare a quali fossero le cause della notte italiana, Dossetti le ravvisava, tra le altre, nella perdita di senso dei cattolici impegnati in politica, e nella immaturità del clero che deve proporsi il compito della formazione delle coscienze, verso un’alta eticità privata e pubblica.
Un’analisi che scuote, ancora attuale.

Antonia Flaminia Chiari, Centro Studi Leone XIII