“Nella dinamica corrente dei rapporti politici non mancano momenti di confronto dialettici, anche aspri, e tregue riflessive che consentono di conseguire traguardi utili alla comunità e molto più che alle parti in causa. Forti dell’esperienza maturata nell’ambito della Commissione speciale che si è occupata dei lavori eseguiti a Murgia Timone, questa volta si è chiesto con forza di intervenire a livello di discussione sul da farsi per il Parco delle cave che sorge a ridosso della Salita di San Vito, sulla strada che conduce a Laterza.”

E’ quanto scrive Pasquale Doria, consigliere comunale Matera Civica in una nota che così prosegue:

La presentazione del progetto preliminare avvenne oltre un anno fa al sesto piano di via Moro. In quell’occasione vennero esplicitate, unico consigliere comunale presente, le proposte che, alla fine di un proficuo confronto iniziato con l’assessore Graziella Corti e proseguito con l’assessore Santino Lomurno, sono state recepite quasi in toto nella
Conferenza di servizi tenutasi lo scorso 11 gennaio, sempre nella Sala Mandela.

Per la cronaca, ho chiesto di partecipare e, “complice” la presidente della Commissione Lavori pubblici, Maria Cristina Visaggi, è stato possibile dare corso a una proficua audizione. Fruttuosa per la ragione che una relazione sintetica licenziata dalla Commissione Lavori pubblici, una relazione a mia firma e una di Legambiente, sono state
recepite come prescrizioni nel verbale della Conferenza di servizi.

Nella cronologia dei fatti vanno citate due riunioni decisive della Commissione lavori pubblici a valle della richiesta avanzata da otto consiglieri di opposizione in data 10 dicembre 2021. E’ lo stesso gruppo che ha discusso al suo interno, e quindi anticipato, le soluzioni prospettate sia in Commissione che quelle recepite in conferenza di
servizi.

Va inoltre precisato che, tramite la consigliera Visaggi, la Commissione che presiede ha redatto una sintesi delle posizioni maturate durante il dibattito tra le componenti politiche di maggioranza e di opposizione.

Tanto per fare un minimo di chiarezza sull’andamento di un intervento in itinere questa volta non sfuggito alla possibilità di dare senso alla delega elettorale conferita ai consiglieri comunali, responsabilmente partecipi a un processo che spero diventi prassi consolidata almeno per quelle grandi opere che riguardano il futuro della città.

In estrema sintesi, nell’area del Parco è stato chiesto di riprendere i temi propri delle tecniche maturate dai litotomi e di esporre gli attrezzi che i nostri progenitori usavano per estrarre i blocchi di tufo. Spesso dimenticati, i cavamonti, in dialetto “zuccatori”, sono gli artefici materiali di gran parte della città antica, dalle più umili
abitazioni ai più fastosi palazzi e luoghi di culto.

Narrare di tanta tecnica e fatica è un omaggio al loro duro lavoro, nonché un recupero certo di una memoria che stiamo lentamente perdendo. Allo stesso tempo, si è fatto riferimento a una fase “primordiale del sito, ovvero ai reperti consegnati al Museo archeologico Ridola tramite il geologo Salvatore Boenzi. È in queste cave del territorio che negli anni Quaranta furono trovati i primi reperti di cetacei vari, balene e delfini, anche in questi casi scambiati per dinosauri.

Immaginarli in un ambiente che racconta la fine del pleistocene, tra isole popolate da questi grandi mammiferi, le stesse che frequentiamo a piedi oggi, costituirebbe un momento di visita e didattico esaltante, molto di più del solito orto botanico proposto inizialmente alla comunità e destinato all’oblio dopo la Conferenza dei servizi.

Limitato risulterà anche l’impegno per le giostrine, marginali rispetto ai contenuti legati al pleistocene e all’epopea dei cavamonti. In Conferenza di servizi, come metodo, è stato chiesto di raccontare il luogo e la sua specificità, quale biglietto da visita e primo incontro con Matera nel luogo che in più occasioni è stato indicato come
l’ingresso monumentale alla città.

Il tutto potrebbe essere narrato magari con l’ausilio di un Comitato scientifico.

Oltre a privilegiare il racconto, è stato chiesto e ottenuto il rispetto del divieto dell’uso di biocidi in un’area protetta, niente bagni chimici, bonifica delle aree degradate a discariche a cielo aperto, utilizzo di materiali in sintonia con la coscienza del luogo quale testimonianza corale del territorio.

Dal momento che è uno dei reperti paleontologici trovati tra la cava Tarantina e della Palomba lungo la strada che conduce a Laterza, suggerito, infine, anche il simbolo del Parco: un delfino.

Il tutto, ovviamente, accompagnato da un piano di gestione dell’area.

Richiesta espressa in Commissione ed elaborata in Conferenza di servizi, dove si è stabilito di partire già ora con il bando di affidamento, gara aperta al fine di far coincidere la conclusione dei lavori all’inizio della gestione del Parco.

Non c’è unità d’intenti, invece, sulla denominazione da adottare. Si ritiene che Parco delle cave possa bastare, Lo scenario di contenuti e quindi la linea narrativa proposta, nonché recepita, sono attribuzioni sostanziali e più che sufficienti per dare luogo a una visione meno statica come quella normalmente evocata da un museo.

Rimangono in piedi le questioni aperte relative alla necessità di unire il fronte della cave, mondo per via di un paio di propietà private – ma si potrebbe agire lo strumento dell’esproprio- e dell’area destinata alle betoniere sull’altro lato della Salita di San Vito, da liberare e bonificare, magari in una prospettiva già avanzata in passato e legata
alla possibilità di realizzare un parcheggio che, con un sottopasso, si collega all’area delle cave.

Quanto alla vicina Cava del Sole si registra la proposta di dedicare lo spazio polifunzionale alla memoria di Davide Sassoli, protagonista il 20 dicembre del 2019 di un discorso conclusivo di un anno intenso da riprendere e mettendosi a disposizione della città come Presidente del Parlamento europeo. Una risorsa mai attivata.”