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Dopo un anno di Amministrazione Nicoletti Matera, il comunitarismo dichiarato e la comunità che ancora non decide Michele Saponaro con la Rete dei Quartieri materani e il Laboratorio urbano

 Siamo ormai nel cuore dell’estate. È tempo di rallentare, ma anche di fare bilanci: personali, collettivi, politici. È trascorso più di un anno dall’elezione di Antonio Nicoletti a sindaco di Matera e la prima sensazione, almeno per chi aveva guardato con interesse alla sua dichiarata ispirazione comunitaria e olivettiana, è quella della delusione.

Una sensazione, tuttavia, non basta. Occorre trasformarla in giudizio, distinguendo le difficoltà oggettive, i risultati conseguiti, le responsabilità politiche e le occasioni mancate.

Il nostro punto di vista non vuole essere soltanto quello di singoli cittadini insoddisfatti. È il punto di vista, ancora in costruzione, della Rete dei Quartieri materani: una realtà plurale, incompleta e fragile, ma intenzionata a diventare espressione consapevole della comunità territoriale. Un punto di vista che prova a misurare l’azione amministrativa non soltanto attraverso opere, eventi e finanziamenti, ma attraverso la qualità della democrazia, la riduzione delle disuguaglianze, la capacità di futuro e il grado effettivo di partecipazione della città alle decisioni che la riguardano.

Dall’“anatra zoppa” alla costruzione della maggioranza

Nicoletti è stato eletto al ballottaggio del giugno 2025 con il 51,31 per cento dei voti, sostenuto dalla coalizione di centrodestra. Il risultato del primo turno aveva però consegnato alla coalizione avversaria 18 consiglieri su 32, mentre le liste collegate al sindaco ne avevano ottenuti soltanto 11. Nasceva così la cosiddetta “anatra zoppa”.

Successivamente la maggioranza del sindaco si è allargata grazie all’adesione di consiglieri eletti in schieramenti diversi. Non intendiamo qui ricostruire le motivazioni personali di quei passaggi. Resta, però, una domanda politica: quale prezzo programmatico e culturale è stato pagato per assicurare stabilità all’Amministrazione?

La stabilità è un valore, ma non è una politica. Diventa positiva quando consente di realizzare una visione riconoscibile; può diventare conservazione quando il mantenimento degli equilibri prevale sulla capacità di scegliere.

Per questo non utilizzeremmo, almeno allo stato delle conoscenze, la parola “eterodirezione” come accusa personale. Non abbiamo elementi per affermare che ogni decisione del sindaco sia dettata dall’esterno. Esiste però una dipendenza politica strutturale: Nicoletti è espressione della coalizione che governa la Regione Basilicata e opera dentro una rete di relazioni istituzionali e partitiche dalla quale non può dichiararsi estraneo.

Il problema, allora, non consiste nello stabilire quali siano le sue convinzioni intime. Consiste nel verificare se abbia esercitato un’autonomia politica riconoscibile nei confronti degli interessi più forti, delle gerarchie istituzionali e delle logiche del proprio schieramento.

Quali decisioni testimoniano questa autonomia? Quali atti mostrano una concreta resistenza alla subordinazione della città? Dove il sindaco ha anteposto l’interesse generale della comunità materana alle compatibilità politiche, economiche e istituzionali? Dopo un anno, le risposte non appaiono ancora convincenti.

L’occasione mancata della “Comunità che si autoamministra”

Quando il risultato elettorale produsse la cosiddetta “anatra zoppa”, la Rete dei Quartieri non si limitò a registrare un’anomalia istituzionale né a prevedere l’inevitabile mercato dei passaggi consiliari. Propose al sindaco e al Consiglio appena eletti di cambiare le lenti attraverso le quali interpretare quella situazione.

L’assenza di una maggioranza precostituita avrebbe potuto diventare non soltanto un problema da risolvere, ma un’occasione politica. Matera avrebbe potuto sperimentare una forma più avanzata di governo municipale: la Comunità che si autoamministra.

Non proponevamo la cancellazione delle differenze politiche, né un indistinto consociativismo nel quale maggioranza e opposizione rinunciassero alle proprie responsabilità. Le differenze sono necessarie alla democrazia. Chiedevamo, però, che non fossero più automaticamente ricondotte agli schieramenti politico-partitici ereditati dal Novecento e trasferite meccanicamente dal livello nazionale alla comunità locale.

Quegli schieramenti nacquero dentro società, partiti e culture politiche oggi profondamente trasformati. Gli stessi partiti nazionali si sono indeboliti, personalizzati e progressivamente separati dalle proprie basi sociali. Continuare a riprodurne localmente le contrapposizioni, come se nulla fosse accaduto, significa spesso conservare le sigle e gli schieramenti dopo averne perduto le ragioni storiche, la capacità di rappresentanza e il radicamento popolare: merce preziosa per populismi e personalismi.

La dimensione municipale non elimina i conflitti generali: disuguaglianze, lavoro, uso del territorio, ambiente, rendita e accesso ai beni pubblici rimangono questioni pienamente politiche. Ma obbliga a verificarli nella vita concreta della comunità, evitando che siano ridotti a un riflesso delle appartenenze nazionali o a una competizione tra gruppi dirigenti.

La condizione dell’“anatra zoppa” avrebbe potuto spingere il sindaco, il Consiglio e la città a costruire pubblicamente un patto di governo fondato sui problemi reali di Matera: demografia, lavoro, quartieri, Sassi, servizi sociali, produzione, cultura, università, paesaggio e relazioni con il territorio. Un patto trasparente, discusso con la comunità, accompagnato da forme permanenti di partecipazione e sottoposto a verifica pubblica.

Sarebbe stato un modo per distinguere il confronto politico dalla pura lotta di schieramento. La maggioranza avrebbe governato assumendosi la responsabilità delle scelte; l’opposizione avrebbe controllato, proposto e costruito alternative; la comunità organizzata avrebbe concorso alla definizione delle priorità e alla valutazione dei risultati.

Quella proposta cadde nella distrazione generale della politica locale. L’“anatra zoppa” venne affrontata prevalentemente come un problema di numeri, posizionamenti e stabilità consiliare. L’interrogativo non fu: quale nuova forma di governo può nascere da questa situazione? Fu, più semplicemente: come si costruisce una maggioranza?

È qui che riconosciamo un vero ritardo critico del pensiero politico locale.

A destra e a sinistra si continua ancora a cercare di capire ciò che è accaduto utilizzando categorie che proprio il risultato elettorale aveva messo in crisi. Gli uni rivendicano la legittimazione diretta del sindaco; gli altri quella della maggioranza consiliare uscita dal primo turno. Entrambe le posizioni contengono una parte di verità, ma nessuna, da sola, scioglie il garbuglio.

È mancato il terzo soggetto: la comunità territoriale.

La nostra proposta cercava precisamente di introdurlo. Non per sostituire le istituzioni elettive, ma per rimetterle in relazione con la società materana; non per abolire maggioranza e opposizione, ma per impedire che la politica municipale si esaurisse nella loro contabilità; non per negare i partiti, ma per costringerli a ritrovare funzione, pensiero e radicamento.

Dopo più di un anno il problema rimane aperto. La maggioranza numerica è stata in qualche modo costruita, ma il nodo politico non è stato sciolto. Matera dispone oggi di un’Amministrazione; non ancora, almeno nella forma che avevamo immaginato, di una comunità che partecipa consapevolmente al proprio governo.

Il comunitarismo si misura negli atti

Nicoletti rivendica una propria ispirazione olivettiana. È un riferimento importante, soprattutto per Matera, ma anche impegnativo.

Essere olivettiani non significa soltanto celebrare Adriano Olivetti, ricordare il rapporto con La Martella o promuovere iniziative culturali. Significa tentare di ricomporre istituzioni e società, cultura e produzione, persona e territorio. Significa riconoscere che la comunità non è la destinataria passiva dell’azione pubblica, ma un soggetto capace di conoscere, deliberare e assumere responsabilità.

L’ispirazione comunitaria non si misura dunque dalle dichiarazioni, ma dalla quantità e dalla qualità del potere che l’Amministrazione è disposta a condividere.

Qui emerge la contraddizione principale del primo anno di governo. Da una parte si parla di comunità, partecipazione e coinvolgimento; dall’altra, le decisioni più importanti continuano a essere prodotte prevalentemente dentro i circuiti istituzionali, politici e amministrativi tradizionali. La città viene informata, talvolta ascoltata, raramente messa nelle condizioni di concorrere alla decisione.

Il Comune non coincide automaticamente con la comunità. È un’istituzione indispensabile, ma rimane anche una struttura gerarchica, dotata del potere di autorizzare, assegnare, finanziare, concedere o escludere. Se non viene consapevolmente trasformato, può riprodurre su scala locale la stessa separazione esistente tra lo Stato e la società.

Un’amministrazione comunitaria dovrebbe invece costruire luoghi e procedure nei quali l’istituzione non incontri soltanto portatori di interessi più o meno influenti, ma riconosca alla comunità territoriale una funzione permanente di coprogrammazione, coprogettazione e controllo. È questo salto politico che non riusciamo ancora a vedere.

Il Regolamento e il rischio del binario morto

La vicenda del Regolamento per la gestione condivisa dei beni di interesse generale è esemplare.

Da tempo la Rete dei Quartieri ne chiede la discussione e l’approvazione. L’argomento è stato affidato alla competente commissione consiliare, ma il percorso appare lento, privo di una scadenza riconoscibile e non sostenuto da una forte iniziativa politica del sindaco e della Giunta.

Il sospetto è che la commissione possa diventare il luogo nel quale il problema viene formalmente accolto e sostanzialmente rinviato. Un binario morto istituzionale sul quale lasciare consumare, insieme al tempo, anche le energie del nascente civismo organizzato.

Il Regolamento è necessario. Deve stabilire criteri pubblici, responsabilità, garanzie, procedure trasparenti e continuità amministrativa. Ma la sua mancata approvazione non impedisce di avviare immediatamente esperienze di collaborazione.

La Costituzione, attraverso il principio di sussidiarietà, il Codice del Terzo settore, con gli strumenti della coprogrammazione e della coprogettazione, e lo stesso Statuto comunale di Matera offrono già basi sufficienti per sperimentare forme di amministrazione condivisa.

Il Comune potrebbe aprire cantieri concreti sul verde, sugli spazi di quartiere, sulle biblioteche, sui presìdi sociali, sui servizi di prossimità e sulla cura di immobili pubblici. Potrebbe verificare sul campo le procedure, ascoltare cittadini e associazioni, correggere gli errori e trasferire nel futuro Regolamento l’esperienza maturata.

Se ciò non avviene, non si può continuare ad attribuirne la responsabilità soltanto ai tempi tecnici o alla commissione consiliare. Siamo ormai di fronte a una questione politica: l’Amministrazione vuole davvero condividere una parte della propria capacità decisionale?

La disponibilità al dialogo non è ingenuità

Vogliamo dirlo con la franchezza dovuta a un interlocutore dal quale non intendiamo prendere congedo: la Rete desidera continuare a dialogare con il sindaco Nicoletti, con la Giunta e con l’intero Consiglio comunale. Ma dialogare non significa fingere di non vedere.

La Rete ha studiato lo Statuto, conosce le norme, ha raccolto esperienze e ha formulato proposte. Sa che molti percorsi potrebbero cominciare anche prima dell’approvazione del Regolamento. Sa distinguere una difficoltà amministrativa reale da un rinvio politico; una consultazione da una decisione condivisa; un incontro pubblico da un processo partecipativo; la valorizzazione di un bene comune dalla sua assegnazione secondo rapporti di forza già consolidati.

La disponibilità non può quindi essere scambiata per ingenuità. La pazienza istituzionale non è acquiescenza. Il rispetto per il sindaco e per il Consiglio non comporta la rinuncia al giudizio. Il desiderio di collaborare non autorizza nessuno a relegare la partecipazione su un binario morto, confidando che la stanchezza e la frammentazione del civismo facciano infine scomparire il problema.

Vorremmo poter attribuire i ritardi esclusivamente alla complessità amministrativa. Dopo un anno, però, abbiamo il diritto e il dovere di domandare se dietro le dilazioni non vi sia una scelta più sostanziale: mantenere intatto il monopolio istituzionale della decisione, convocando la comunità quando occorre raccogliere consenso, ma escludendola quando si distribuiscono beni, risorse, funzioni e opportunità.

Per dirla anche nel linguaggio immediato e popolare nel nostro Mezzogiorno: “ca’ nisciuno è fesso”. Neppure la Rete.

Non siamo spettatori da informare a cose fatte, né portatori di richieste minute da soddisfare selettivamente. Siamo una parte ancora fragile, ma consapevole e organizzata, della comunità territoriale. Chiediamo di essere giudicati per la qualità delle nostre proposte e siamo pronti, a nostra volta, a giudicare l’Amministrazione per la coerenza dei suoi atti.

Beni pubblici: chi decide l’interesse generale?

Il tema diventa ancora più delicato quando riguarda il patrimonio pubblico, materiale e immateriale.

Ogni assegnazione dovrebbe rispondere pubblicamente ad alcune domande: quale interesse generale viene perseguito? Chi ha contribuito a definire la destinazione del bene? Quali alternative sono state esaminate? Quali soggetti hanno potuto partecipare? Quali obblighi sociali, culturali e manutentivi vengono richiesti agli assegnatari? Chi verificherà nel tempo i risultati?

Se queste domande restano senza risposta, la gestione del patrimonio rischia di riprodurre la logica tradizionale della concessione: l’istituzione sceglie, i soggetti più organizzati ottengono, la comunità osserva.

La questione delle subconcessioni nei Sassi è particolarmente significativa. I Sassi non sono semplicemente un insieme di immobili da mettere a reddito o da destinare alle attività più remunerative. Sono un bene comune, un luogo che dovrebbe conservare residenza, artigianato, servizi quotidiani, pluralità sociale, memoria e produzione culturale.

Senza una discussione pubblica sui criteri, sulle destinazioni e sugli effetti cumulativi delle singole assegnazioni, la valorizzazione rischia di diventare privatizzazione delle utilità e socializzazione dei costi. La comunità conserva gli obblighi di tutela e manutenzione, mentre i benefici economici e decisionali si concentrano progressivamente in poche mani.

Dove si colloca, su questo terreno, la resistenza comunitaria del sindaco?

Matera–Tétouan: una politica o un evento?

Un altro banco di prova è Matera–Tétouan Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026.

L’Amministrazione ha promosso momenti pubblici e dichiarato di voler coinvolgere la cittadinanza. Sono segnali da riconoscere. Ma la partecipazione non si misura con il numero degli inviti, degli eventi o delle presenze. Si misura con la possibilità concreta delle comunità di contribuire alla costruzione del programma, di proporre contenuti, di stabilire relazioni durature e di valutarne i risultati.

Il Mediterraneo non può essere ridotto a una cornice celebrativa o a un nuovo marchio promozionale. Matera dovrebbe utilizzare il 2026 per costruire reti permanenti tra città, quartieri, università, scuole, realtà produttive, associazioni e comunità delle due sponde.

La Rete dei Quartieri e il Tavolo Cultura & Lavoro hanno manifestato la volontà di contribuire a questo percorso. Ma occorre capire se l’Amministrazione intenda considerarli interlocutori con i quali coprogrammare o semplicemente soggetti da invitare quando il disegno è già stato definito.

Il rischio è ripetere, in forma diversa, alcuni limiti del 2019: molta capacità di organizzare eventi, minore capacità di trasformare stabilmente le relazioni sociali, culturali e produttive della città.

Matera 2026 dovrebbe lasciare istituzioni comunitarie, cooperazione mediterranea, nuova conoscenza e capacità diffusa. Altrimenti rimarrà soprattutto un calendario.

Rigenerare non significa soltanto riqualificare

La Regione Basilicata ha annunciato oltre 47 milioni di euro per progetti integrati di rigenerazione urbana. Anche questa opportunità pone una questione di metodo.

Rigenerare non significa soltanto restaurare immobili, riordinare piazze, rifare pavimentazioni o migliorare il decoro. La rigenerazione è sociale quando modifica l’accesso ai servizi, riduce le disuguaglianze, produce nuove relazioni, restituisce funzioni agli spazi abbandonati e rafforza la capacità degli abitanti di governare il proprio ambiente di vita.

Una candidatura costruita esclusivamente dagli uffici e presentata successivamente alla città sarebbe formalmente legittima, ma politicamente insufficiente. I quartieri dovrebbero concorrere fin dall’inizio alla lettura dei bisogni, alla definizione delle priorità e alla valutazione dei progetti.

Il primo vero atto comunalista dell’Amministrazione potrebbe essere proprio questo: aprire un processo pubblico di coprogrammazione sulla rigenerazione urbana, prima che le decisioni siano già state assunte.

Politiche sociali e capacità di futuro

Vanno riconosciuti alcuni provvedimenti positivi: l’incremento dichiarato delle risorse destinate alle politiche sociali; gli interventi per l’eliminazione delle barriere architettoniche; la ricerca di procedure più coordinate e trasparenti per l’uso delle palestre scolastiche; alcune iniziative di confronto con le categorie produttive.

Ma singoli atti utili non costituiscono ancora una politica comunitaria.

Occorre domandarsi se esista una strategia capace di collegare povertà, abitazione, anziani, giovani, servizi territoriali, salute, scuole, mobilità e quartieri. E se esista una visione per affrontare congiuntamente declino demografico, debolezza produttiva, fragilità sociale e crisi socioecologica.

La capacità di futuro di Matera non si misura soltanto attraverso i finanziamenti ottenuti, i cantieri aperti, i flussi turistici o la visibilità internazionale. Si misura chiedendo se i giovani possano scegliere di restare, se le disuguaglianze diminuiscano, se i quartieri acquistino servizi e autonomia, se i Sassi continuino a essere abitati, se la città torni a produrre e se venga ricostruito il rapporto con la collina materana, la Murgia, il Metapontino e le aree interne.

Su questo terreno la visione dell’Amministrazione appare ancora frammentaria, troppo legata alle opportunità finanziarie e agli eventi, non ancora ricomposta in una strategia territoriale riconoscibile.

Dal rivendicazionismo al comunalismo

La critica all’Amministrazione deve però diventare anche autocritica della Rete.

La cultura rivendicazionista considera il quartiere prevalentemente come destinatario di prestazioni. Chiede manutenzione, verde, trasporti, sicurezza, illuminazione, pulizia e servizi. Sono richieste legittime, spesso urgenti. Ma, se si ferma qui, la cittadinanza finisce per riconoscere implicitamente all’Amministrazione il monopolio della decisione: il cittadino domanda; il Comune concede, rinvia o rifiuta.

Il comunalismo compie un passo ulteriore. La comunità locale non è soltanto portatrice di bisogni. È un soggetto politico capace di discutere, deliberare, progettare, curare beni e servizi, controllare l’esercizio del potere e cooperare con le altre comunità territoriali.

Per la Rete, passare dal rivendicazionismo al comunalismo significa non limitarsi a chiedere attenzione per i quartieri. Significa costruire assemblee territoriali, conoscenza condivisa, proposte verificabili, patti di collaborazione, cantieri di coprogettazione e forme permanenti di controllo civico.

Non si tratta di sostituire il Comune o di sollevarlo dalle sue responsabilità. Si tratta di trasformarne il modo di operare e, nello stesso tempo, trasformare noi stessi: da utenti insoddisfatti a cittadini corresponsabili.

La partecipazione non è un favore concesso dall’Amministrazione. È una funzione democratica della comunità.

Quale resistenza, sindaco Nicoletti?

Torniamo allora alla domanda iniziale: quale resistenza ha opposto finora il sindaco Nicoletti alla subordinazione del Comune agli interessi più forti e alle logiche gerarchiche?

Non possiamo affermare che non vi sia stato alcun atto positivo. Possiamo però sostenere che non è ancora emersa una resistenza politica riconoscibile, continuativa e istituzionalizzata.

Non basta mediare tra partiti, Regione, Governo, Fondazione, categorie economiche e gruppi consiliari. Occorre introdurre nel processo decisionale un altro potere: quello della comunità territoriale.

La vera prova dell’ispirazione olivettiana di Nicoletti non sarà una mostra dedicata a Olivetti. Sarà la disponibilità a rinunciare a una parte del monopolio istituzionale della decisione e a riconoscere ai cittadini organizzati il diritto di concorrere stabilmente al governo dei beni, dei servizi e delle trasformazioni urbane.

Per questo la Rete propone:

  • l’approvazione, entro una scadenza pubblicamente definita, del Regolamento per la gestione condivisa dei beni di interesse generale;
  • l’avvio immediato di alcuni patti sperimentali, senza utilizzare l’attesa del Regolamento come alibi;
  • un tavolo permanente tra Comune, Quartieri, Tavolo Cultura & Lavoro e altre realtà civiche;
  • la coprogrammazione pubblica dei progetti di rigenerazione urbana;
  • criteri trasparenti e partecipati per l’assegnazione del patrimonio e per le subconcessioni nei Sassi;
  • una verifica pubblica delle ricadute sociali e territoriali di Matera–Tétouan 2026;
  • un bilancio sociale e territoriale annuale dell’Amministrazione;
  • un’assemblea cittadina dedicata alla capacità di futuro di Matera.

Il nostro non è un giudizio definitivo né una dichiarazione di ostilità. È una richiesta di svolta.

La Rete non chiude la porta al sindaco Nicoletti. Gli chiede, però, di attraversarla con atti riconoscibili. Dopo più di un anno non bastano le dichiarazioni di principio: occorre dimostrare, nelle decisioni, da quale parte si intenda collocare il potere della comunità.

Sindaco, il confronto resta aperto. Ma proprio perché vogliamo continuarlo, deve diventare più sincero, più esigente e finalmente produttivo.

La delusione diventa politicamente utile soltanto quando smette di essere amarezza privata e si trasforma in conoscenza, organizzazione e proposta. È questo il compito della Rete dei Quartieri e del Laboratorio urbano: aiutare la comunità materana non soltanto a rivendicare ciò che le manca, ma a riconoscersi come soggetto capace di osservare, discutere, decidere e costruire il proprio cammino.

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