La botta c’è stata, ma i campanelli di allarme avevano risuonato in più occasione con la crescita del partito neonazista della Afd che ha raccolto il malcontento trasversale di gran parte dell’elettorato, compreso quello moderato della Cdu. Ed è il momento della riflessione, come suggerisce nella nota che segue Carmela Ianella, dirigente nazionale dell’Udc, affinché quel voto, quel segnale, possano restare un fatto isolato. La Germania ha avuto una storia precisa e ha messo da parte l’esperienza nazista, dopo aver fatto i conti con quella eredità. Ma se ci sono rigurgiti e voti di protesta di questo tipo, e in un clima di deriva sovranista internazionale, Italia compresa, e allora occorre rafforzare la democrazia, recuperando capacità di ascolto con gli elettori, a cominciare dai giovani. Stessa storia per l’Unione Europea, che ha mostrato scarsa unità e potere decisionale sui temi dei diritti e nello svolgere un ruolo autonomo nella guerra Ucraina-Russia e in Medio Oriente con il genocidio in corso a Gaza e in Cisgiordania. La pace si costruisce difendendo libertà e diritti.

LE RIFLESSIONI DI CARMELA IANNELLA
Il recente e significativo successo elettorale di Alternative für Deutschland (AfD) in Sassonia-Anhalt impone una riflessione che vada oltre la sbrigativa etichetta di un’ondata di estremismo. Liquidare questo risultato come mera intolleranza significa ignorare le dinamiche della Germania reale e il disagio concreto di un elettorato la cui stragrande maggioranza non è estremista, ma esprime un forte voto di protesta. Questo malcontento nasce dalle risposte mancate della politica, a lungo attese dai cittadini; se trascurato, tale scenario rischia di avviare un mutamento duraturo non soltanto in Germania, ma anche a livello europeo.
Per giudicare con onestà intellettuale il momento attuale, bisogna partire da una verità ineludibile: i tedeschi non sono un popolo di estremisti. Nel secondo dopoguerra, questa nazione ha compiuto un cammino straordinario: ha saputo ricostruire la propria identità morale, riconquistando la fiducia del mondo intero e restituendo ai propri cittadini un sano e legittimo orgoglio nazionale. La Germania ha inoltre messo in campo politiche di accoglienza e di integrazione davvero eccezionali, strutturando un modello inclusivo che per decenni è stato un esempio e un punto di riferimento mondiale.
Chi ha vissuto e vive la Germania dall’interno conosce bene questa realtà. Intere generazioni di figli di emigrati – compresa la storica comunità italiana, della quale io stessa facevo parte – sono cresciute all’insegna di un’integrazione vera e profonda, in un Paese in cui la discriminazione era un’eccezione e la meritocrazia una regola tangibile. Se hai talento e ti impegni, la Germania ti premia. Questa è la sua forza storica.
Il boom dell’AfD, secondo me, nasce piuttosto dalla percezione che si sia superato il confine ideale del principio “accoglienza e integrazione sì, ostentazione no”.
Il dissenso, secondo me, si focalizza su 3 nodi principali: un dibattito identitario che vede un ridimensionamento delle tradizioni storiche locali pur di non urtare la sensibilità altrui; un sistema di welfare avvertito come sbilanciato a favore di chi non ha una storia contributiva a scapito dei lavoratori storici e una diffusa sensazione di fragilità legata alla sicurezza quotidiana.
In questo scenario di trasformazione politica, la CDU, che oggi esprime il cancelliere tedesco, è chiamata a una riflessione profonda, prendendo atto che gran parte dell’elettorato dell’AfD non è formato da frange radicali, ma da centinaia di migliaia di ex elettori democristiani delusi – padri di famiglia, lavoratori e pensionati. Chiunque conosca la storia e la sensibilità politica tedesca sa quanto sia immensamente difficile, quasi inconcepibile per la CDU, superare l’assoluto tabù culturale del cordone sanitario per evitare alleanze con l’estrema destra. Eppure, per spezzare questo circolo vizioso, la dirigenza democristiana tedesca dovrebbe trovare il coraggio di porgere la mano a quella formazione e accettarne l’invito: l’obiettivo non è legittimare gli estremismi, ma istituzionalizzare il partito attraverso la prova e la responsabilità dell’azione di governo. In questo modo, l’AfD verrebbe costretta a confrontarsi con la complessa gestione amministrativa, dando al contempo voce a quell’elettorato moderato che vi ha trovato rifugio solo perché si sentiva abbandonato.
Isolare il voto non significa isolare il problema. La Germania si trova dinanzi a un bivio identitario e sociale che non si risolve con la retorica dell’isolamento. Il popolo tedesco non chiede intolleranza, chiede che l’integrazione torni a essere un dovere reciproco. Solo una politica coraggiosa, capace di guardare in faccia la realtà e di dialogare con chi rappresenta il disagio delle urne per disinnescare la minaccia dell’estremismo dall’interno, potrà evitare che il paese si spacchi definitivamente, restituendo ai cittadini la certezza che lo Stato appartiene ancora a chi lo ha costruito giorno dopo giorno.Popoli dell’Europa occidentale
