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Diso: Tra Bossi e Vannacci nel centrodestra volano stracci. E la legge elettorale non convince

Parola d’ordine nella maggioranza meloniana che, con la ‘’schiforma’’ elettorale (altro che stabilità) vuole forzare mano alla Costituzione su scelte e rappresentatività parlamentare, è quella di farsi scavalcare a destra da Futuro Nazionale, guidata dall’ex generale dei parà della Folgore Roberto Vannacci. E il caso del gioielliere condannato a 14 anni e passa di reclusione,per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo fuori dal negozio, ne è la conferma. I sondaggi lo danno in crescita e con un elettorato ‘’trasversale’’ che pare abbia trovato un alternativa a un centro destra che ha tradito gli impegni di quattro anni fa, con i problemi dell’economia in crescita e un Paese privo di autonomia decisionale, e allineato e coperto ai diktat dei guerrafondai Donald Trump e Benjamin Netahnyau. Per l’avvocato Pierluigi Diso, che attende si faccia chiarezza nel quadro politico del Belpaese con la nascita di un terzo polo moderato, paradossalmente il Bossi della prima ora- aldilà del Roma Ladrona- con il suo anticomunismo di maniera aveva ben chiara una strategia interna, ma oggi la Bandiera Rossa da prima della caduta del Muro di Berlino non garrisce più da tempo e l’erede,fallimentare, di quella esperienza Il Pd continua a essere ‘’né carne e né pesce’’. Alternativa con chi? “ Assistiamo ad una tendenza generale del sistema politico a focalizzarsi -scrive Diso-sulla gestione del consenso immediato, riducendo lo spazio per riforme organiche sul futuro del Paese e si va a votare solo per andare a votare, mentre nel Paese ci sono problemi enormi e ci dilaniamo in battaglie finte sull’inesistente’’. Come ne usciamo? Restituendo centralità a Parlamento e Costituzione. Quando? Come? La risposta alla città civile e a quel partito del 60 per cento che non va a votare.

LE RIFLESSIONI DI PIERLUIGI DISO
Leggendo quello che scriveva un amico qualche giorno fa, nei due accampamenti politici ancora esistenti (ma attendiamo il terzo polo) si coglie la vaghezza e lo spaesamento della politica ed il vannaccismo ne sarebbe la cura? Tra il lancio di Futuro Nazionale, le parole d’ordine su immigrazione ed Europa e le polemiche sul femminicidio, l’ex militare prova a trasformare il consenso personale in una forza politica capace di pesare sugli equilibri del centrodestra italiano. Il pensiero del generale Vannacci si articola su posizioni nazionaliste, sovraniste e fortemente critiche verso il “politicamente corretto”. Nei suoi testi e interventi, promuove la difesa dei valori tradizionali, la famiglia naturale e la meritocrazia, esprimendosi spesso contro l’immigrazione incontrollata, le politiche green e i diritti delle minoranze, posizioni che gli hanno attirato diverse critiche ma che hanno al contempo intercettato un vasto consenso popolare. Il suo elettorato è trasversale, composto in gran parte da sostenitori delusi dai partiti tradizionali, elettori di destra e fasce che cercano una rottura con gli schemi politici attuali, sposando la protesta più che la proposta.

Sebbene all’interno della stessa maggioranza di centrodestra le sue idee abbiano talvolta creato divisioni, la sua figura ha dimostrato di avere una forte capacità di attrazione, tanto da spingerlo a consolidare il proprio peso politico. Ecco che i nostalgici della vera politica preferiscono al generale il Bossi prima maniera, che un ridicolo anticomunismo senza comunismo, confrontando così la prima fase della Lega Nord con l’attuale retorica di alcune forze politiche. Bossi prospettava un’ideologia federalista, autonomista e fortemente critica verso il centralismo romano (“Roma ladrona”); si concentrava su riforme istituzionali, sul decentramento fiscale e sulla tutela degli interessi economici del Nord Italia, attraverso una comunicazione ruspante, populista e di rottura, ma focalizzata su istanze territoriali ed economiche concrete, piuttosto che su battaglie ideologiche astratte. Oggi si parla ancora di anticomunismo senza comunismo, nonostante il blocco sovietico e i principali partiti comunisti occidentali siano scomparsi da decenni. I critici e gli analisti politici lo interpretano come un espediente retorico per compattare l’elettorato attraverso la creazione di un nemico ideologico anacronistico. Ma così si rischia di svuotare il dibattito politico di contenuti attuali, sostituendo i programmi concreti con una contrapposizione puramente ideologica.

Le battaglie ideologiche odierne sono prive di un reale corrispettivo nella realtà storica attuale. La Lega di Bossi aveva almeno un pregio, affrontava un problema reale, la disunità dell’Italia, con una proposta concreta, la divisione dell’Italia, ma almeno quella proposta rappresentava interessi, egoismi, paure reali. Gli storici della politica sono concordi nell’affermare che lo scontro tra la Lega prima maniera e il sistema politico italiano unitario e centralista è stata l’ultima lotta politica concreta, l’ultimo dibattito sui problemi reali prima di una schizzofrenia elettorale senza programmi positivi per il futuro. Il passaggio da quel modello di scontro territoriale alla politica odierna evidenzia un mutamento profondo nelle modalità di consenso. Si è passati dal territorio ai social: lo spostamento del dibattito dai problemi strutturali locali a campagne mediatiche focalizzate su tematiche identitarie o emergenziali a breve termine, insieme ai programmi elettorali che sono entrati in crisi. Assistiamo ad una tendenza generale del sistema politico a focalizzarsi sulla gestione del consenso immediato, riducendo lo spazio per riforme organiche sul futuro del Paese e si va a votare solo per andare a votare, mentre nel Paese ci sono problemi enormi e ci dilaniamo in battaglie finte sull’insesistente.
Pierluigi Diso

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