Con un’alzata d’ingegno il Sindaco nomina cinque donne nella Giunta di fine mandato. Forse un azzardo a pochi mesi dalla scadenza – lo si vedrà, ma di buon augurio per il futuro politico della Città.

Come scrivevo nel post “Il testamento politico della governatura”, De Ruggieri è riuscito a guadagnare alla Città, nell’anno da Capitale della cultura, quel tanto che occorre per essere ricordato nei lustri a venire. Oggi poi, coll’azzeramento e ricomposizione della Giunta, cerca di risolvere il problema di ‘gestire’ quel risultato – in termini di perfezionamento degli atti, di cura delle procedure di realizzazione delle opere e della loro futura gestione, ecc.

Ma, un bilancio politico dell’anno da Capitale europea della cultura non può limitarsi a tanto. No, la Città non ha ‘svoltato’!

Non l’hanno salvata i burocrati ‘culturali’ europei che, in fondo, replicano all’infinito il modello progettuale del Grande Evento, infarcito di mostre, improbabili happening e tanta Disneyland.

Non potevano salvarla i ‘nostri’, che non sanno andar oltre l’economicismo d’importazione e quello paesano.

E bisogna pur dirlo, non si vedono ancora nell’orizzonte materano esperienze di autonomismo municipale che avrebbero potuto fare la differenza e che i ‘nostri’ si son guardati bene dal promuovere.

Avrebbe potuto la candidatura europea della Città contribuire ad affrontare, finalmente e nella carne viva della crisi socio-ecologica meridionale e mediterranea, il nodo culturale della fine di un’epoca, delle parole per dirlo, di nuove idee e pratiche per inaugurarne una nuova?

Quando ci si deciderà a farlo, finalmente?

E dove se non in uno di quei luoghi di quella Europa artefice della rottura culturale ormai globale della relazione tra umano e natura, tra comunità umane e comunità ecologiche; cioè, della esportazione in tutta la biosfera del modello di dominio sulla natura (e infine oggi anche sull’uomo in quanto vivente che ne è oggettivamente filiazione)?

Dove, se non in uno di quei luoghi apparentemente ‘dimenticati’ dall’economia che conta e in realtà ad essa funzionali, ma che proprio per questo, han potuto resistere più a lungo alle minacce di spoliazione territoriale, di disintegrazione dell’identità dei luoghi – com’è anche, del resto, in tante aree dell’Appennino dalla Calabria alla Liguria?

Dove, forse, è ancora possibile far tesoro delle ‘resistenze di quel che resta dei luoghi’ per recuperare la memoria della relazione ecosistemica rotta altrove – penso alle ricche metropoli.

Nella Guida per l’autocandidatura la Commissione europea giustamente evidenziava, fra gli obiettivi primari il «Contribution to the long-term cultural strategy». Dunque, da un lato promozione degli eventi temporanei, dall’altro investimento su una “infrastruttura” del sapere che la città investita dalla nomina europea doveva dimostrare di pianificare e saper gestire.

Possibile che, nei 49 milioni assicurati e tra le centinaia di milioni promessi, non sarebbe stata possibile, non è ancora possibile, ad esempio, sostenere la realizzazione di un Osservatorio Territorialista Materano, in grado di riprendere  un percorso progettuale che viene da lontano, e – in nuovi termini – il suo tema di fondo storico dello “sviluppo locale come alternativa strategica”?

Un percorso dicibile e proponibile in un contesto di soggetti operanti secondo il metodo partecip-attivo e non soltanto dal punto di vista dei cittadini in quanto abitanti, ma anche in quanto produttori della Città? E che finalmente si pongano in una relazione dialettica, con i loro Uffici, con quel che resta delle Fabbriche e delle Officine, dell’Agricoltura, del Turismo, della cultura permanente, dei servizi del Welfare; con le loro Organizzazioni sindacali e categoriali; con le Istituzioni statuali e sociali? E con uno sguardo che divenga – nel tempo – capace di vedere al di là delle settorialità, del corporativismo degli interessi?

Guardare, insomma, il territorio come una ‘coralità produttiva’ – avrebbe detto Becattini, che si autogestisce socio-ecologicamente. I nostri luoghi, (avendo come orizzonte un Sud che voglia uscire dagli schemi della ‘modernizzazione passiva’) non possono che scommettere sulla costruzione di una, cento, mille ’coscienze di luogo’ e quindi su Progetti locali di sviluppo (trasformazione sostenibile) quanti sono i luoghi caratteristici/tipici del nostro Sud che finalmente si mettono ‘in rete’.

Pensare, costruire un Osservatorio per dare risposte sia agli interrogativi relativi alle concrete e diversificate forme innovative di democrazia comunitaria presenti sul territorio in modo da misurarne i caratteri, la diffusione, la capacità generativa di luoghi capaci di contrastare il dominio dei flussi globali, che tagliano fuori il Sud da qualsiasi ipotesi di ripresa; sia a come affrontare le difficoltà frapposte all’avanzamento di questi processi dal sistema politico istituzionale e proporne un radicale rinnovamento, a partire dallo sviluppo di istituti di autogoverno comunitario fondato sulla crescita della democrazia dei luoghi.

L’idea dell’Osservatorio altro non è che la traduzione concreta e in loco di un novo, più ampio, concetto di democrazia, che incorpori le esigenze e i diritti della biosfera come presupposto per il funzionamento delle nostre comunità. Un’idea, peraltro, che ho visto già crescere come una rete anche in tanti piccoli comuni del sud barese, del Salento. Non c’è da stupirsene: in quella Regione hanno ben seminato la societàdeiterritorialisti.it  di Alberto Magnaghi, Becattini; figure come l’assessora regionale Angela Barbanente, capace non solo di egemonizzare il percorso territorialista della Puglia, ma di moltiplicare le esperienze della partecipazione attiva perfino nei più piccoli comunelli. Figura di grande spessore culturale e politico, non certo i nostri piccoli cultori delle particelle urbane e del consenso immediato!

E tutto questo avviene alle prime avvisaglie globali della crisi climatica e ambientale, che detonano ancor più nel comune sentire quell’impotenza civica quotidianamente squarciata dalle immagini dei roghi che divorano milioni e milioni di ettari di foreste, che si assommano a quelli tuttora in atto nella foresta amazzonica, nella California, nelle steppe russe – rendendo evidente il punto di non ritorno cui ci ha portato la crisi economica sistemica che ne sta alla base; e la subalternità, se non l’omologazione, della politica alle dinamiche dei principali beneficiari di tali crisi.

Il momento di massima espansione del sistema capitalistico, ci dicono autorevoli pensatori della crisi, è stato anche il culmine dell’esperienza della modernità ed ha portato in tempi piuttosto brevi ad una situazione insostenibile sotto il profilo dell’economia umana e sotto quello della riproducibilità delle comunità ecologiche. E in questa temperie socio-economica, del resto, non c’è granché da attendersi per il nostro Paese, nel Mezzogiorno d’Italia, specie lungo l’Appennino di cui siamo espressione. L’attuale forma globale delle diseguaglianze delle ricchezze e dei redditi poi non accenna a ridursi. Se sin ora, sostiene B. Malinovic – economista alla World Bank, ne hanno beneficiato, oltre ai più ricchi nel mondo, essenzialmente le classi medie (medio-alte e medio-basse) dei paesi asiatici a danno di quelle dei paesi occidentali, quel che si prevede è l’estensione del beneficio nei prossimi dieci-quindici anni ancora a favore dei sempre più ricchi e dei ceti medio-bassi degli paesi asiatici finora esclusi; ancora a danno degli impoveriti occidentali. E ovviamente dei già poveri. E’ un caso che – riferendoci al nostro Paese, poveri e impoveriti stanno abbarbicati sull’Appennino, al Sud?

Questa tendenza delle diseguaglianze sociali difficilmente sarà sconvolta dalle misure ventilate per fronteggiare la crisi ambientale: il cosiddetto Green new deal è solamente un’ipocrita copertura utile alla rigenerazione del processo capitalista e all’accrescimento delle diseguaglianze. Servirebbe la capacità di pensare un vero progetto di transizione ecologica che non si limiti all’ambito energetico, ma si estenda all’economia circolare e a forme di consumo più razionali per risparmiare su tutte le materie prime e ridurre la produzione di tutti i rifiuti.

E ancora: le diseguaglianze di reddito e i problemi politici rimarranno strettamente collegati; spingendo, ad esempio e con la crescita delle diseguaglianze: gli S.U. ancor più verso la plutocrazia con il continuo indebolimento dell’importanza della classe media; l’Europa, i suoi Paesi più esposti al morso delle diseguaglianze, verso il populismo. Per estremizzare, la plutocrazia cerca di mantenere la globalizzazione sacrificando elementi fondanti della democrazia; il po­pulismo cerca di preservare un simulacro di democrazia riducendo però l’espo­sizione alla globalizzazione.

Con la Lega – più ancora che con i 5Stelle – siamo al capolavoro: la ‘distrazione di massa’ giunge a colpevolizzare il Sud per lo spreco dei finanziamenti che, in realtà e annualmente e fin dal 1974 e per oltre 64 miliardi di euro annui, sono rubati dalle regioni governate oggi dalla Lega per un assistenzialismo e un clientelismo e fenomeni malavitosi (mafia e camorra) che fanno invidia persino alle vecchie greppie democristiane meridionali colluse!

Ma non si tratta solamente di demistificare la falsa coscienza propalata da formazioni e figuri che entrano nel Pantheon del mondo che conta facendo loro da maggiordomi. Non penso si possa salvare ormai il Mezzogiorno – l’oggetto più vulnerabile dell’attuale crisi eco-socio-sistemica  nel Mediterraneo – se non si comprende – più in generale – che il naufragio prodotto dal neoliberismo e la crisi ecologica non sono due fenomeni separabili, sono il prodotto dello stesso insieme di processi sociali, economici e culturali, dunque della stessa storia. Da alcuni anni abbiamo raggiunto la consapevolezza che non è possibile superare la crisi globale senza risanare il conflitto con le comunità ecologiche, ciò perché è assodato che il limite economico di funzionamento dell’intero sistema si è sovrapposto al limite di sostenibilità biologica della presenza delle comunità umane.

Occorre una riformulazione della relazione tra le comunità umane e quelle ecologiche: riflettendo, in ultima analisi, su un modello non più funzionale in cui i singoli individui erano destinati a confrontarsi con i fenomeni naturali.

Bisognerebbe sostituirlo con uno in cui si definisce un confronto partecipativo tra le comunità umane e quelle ecologiche.

Tutto l’impianto della riflessione critica oggi è coinvolta in questa ricerca; il dibattito attuale unisce i nuovi orizzonti degli studi culturali, le nuove forme dell’organizzazione politica, non solo per interrompere i comportamenti distruttivi, ma anche nel lavorio di ricomposizione della profonda frattura storica.

L’idea dell’Osservatorio – se la si legge da questo punto di vista – può rappresentare l’esemplificazione concreta di tale percorso calibrata sul nostro territorio. Speriamo bene!