Più di vent’anni dopo le barbariche manifestazioni ‘secessioniste’ della Lega di Bossi, la rivendicazione di non dover suddividere le risorse destinate alla salute e all’istruzione con le regioni “arretrate” diventa una misura politica condivisa dal governo giallo-verde (sempre che il M5S, da quì alla pubblicazione dei dati elettorali europei non cambi idea sulla autonomia differenziata già concordata nel Contratto di governo). Il Parlamento non potrà emendare l’intesa che consente alle regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, di disporre di fondi in base “al gettito dei tributi maturato nel territorio regionale”; dovrà limitarsi ad approvarla o respingerla. Sarebbe il primo passo di una secessione dei ricchi che rispolvera, al tempo del sovranismo, le peggiori istanze dell’egoismo leghista della prima ora. Alla fine, il risultato sarà quello reclamato da tempo dalle regioni più ricche: trattenere per sé tutta la ricchezza prodotta senza doverla spartire con quelle più povere.

Già il Governo Gentiloni il 28 febbraio 2018, pochi giorni prima delle elezioni politiche, aveva concluso con ciascuna di esse una pre-intesa sulla base di quanto già predisposto dal Governo Renzi l’anno precedente – con l’allora sottosegretario delegato Bresso. I testi, molto simili fra loro, si concentrano su tre questioni chiave:

1^ – la durata di maggiore autonomia (La durata è di 10 anni durante i quali sono possibili revoche solo se entrambi le parti sono d’accordo),

2^ – i temi oggetto di maggiore autonomia (le politiche del lavoro, dell’istruzione, della salute, della tutela dell’ambiente, dei rapporti internazionali e con l’Unione Europea),

3^ – -le risorse di spettanza (la pre-intesa stabilisce che andranno determinate da un’apposita Commissione paritetica Stato-Regione, inizialmente in base ai fabbisogni standard, poi anche in base “al gettito dei tributi maturato nel territorio regionale”).

E forse, il vero obiettivo a cui puntano le tre regioni richiedenti fra le più ricche d’Italia – se si dice che le risorse sono determinate anche in base alla quantità di gettito generato nella Regione – è proprio la secessione dal resto d’Italia! Si inserisce un elemento di apartheid fra i cittadini italiani perché quelli che risiedono nelle regioni più ricche disporranno di un ammontare procapite più alto di quelli che abitano nelle regioni più povere.

In concreto succederà che l’ammalato dell’Emilia Romagna godrà di migliori cure di quello della Basilicata, lo studente della Lombardia avrà migliore istruzione di quello della Sicilia, il camionista del Veneto viaggerà su migliori strade rispetto a quello della Basilicata o Calabria, mandando a carte quarantotto – ad esempio – le annose e sacrosante richieste lucane (e soprattutto materane) di equiparazione degli standard infrastrutturali (anche viari e ferroviari).

Insomma, peggiora il divario Nord-Sud già molto marcato. Secondo l’ultimo Rapporto Svimez, “l’ammontare della spesa pubblica complessiva consolidata, intesa come spesa di Amministrazioni centrali e territoriali, si presenta significativamente più basso nel Mezzogiorno: 6.886 euro per abitante nel 2016 contro i 7.629 euro del Centro-Nord”.

E gli effetti si vedono su tutti i piani:  socio-assistenziale, formativo, sanitario. I dati sulla mobilità ospedaliera interregionale sono forse la fotografia più chiara delle carenze del sistema ospedaliero meridionale. Lo Svimez certifica che il saldo netto di ricoveri extra-regionali dalle regioni meridionali ha raggiunto le 114 mila unità nel 2016. Una mobilità che associata al ricorso alla sanità privata per aggirare le lunghe liste di attesa, costringe le famiglie meridionali a uno sforzo finanziario cospicuo. Non a caso nel Meridione la cosiddetta “povertà sanitaria”, l’impoverimento dovuto all’insorgere di patologie gravi, colpisce più che altrove. A livello nazionale, anno 2015, la percentuale di famiglie impoverite per sostenere le spese sanitarie non coperte dal Servizio Sanitario Nazionale, è stata pari all’1,4%. Ma nelle regioni meridionali ha raggiunto il 3,8% in Campania, il 2,8% in Calabria, il 2,7% in Sicilia, il 2,54% in Basilicata contro il 4,9% delle famiglie non povere.

A tutt’oggi, a determinare quale Regione riceve in termini di risorse fiscali di più e quale di meno è solo la diversa quantità di popolazione. La misura è stata voluta dalla Costituzione per mettere tutti gli italiani sullo stesso piano di parità e viene calcolata tramite: a – Il fabbisogno standard, che indica il livello di servizio da garantire e che, poiché deve essere uguale per tutta Italia, è stabilito dal governo centrale; b – una volta stabilito il fabbisogno standard, se ne ricava anche il suo costo procapite, assegnandone il corrispettivo ad ogni Regione, moltiplicato per il numero di cittadini residenti.

Invece, il Contratto di Governo, prontamente accolto dalla ministra leghista agli affari regionali che già nell’autunno 2018, ha raggiunto intese definitive con le tre regioni padane, propone di calcolare i “fabbisogni standard” in modo inaccettabile, tenendo conto non solo dei bisogni specifici della popolazione e dei territori (quanti bambini da istruire, quanti disabili da assistere, quante frane da mettere in sicurezza) ma anche del gettito fiscale e cioè della ricchezza dei cittadini. In pratica i diritti (quanta e quale istruzione, quanta e quale protezione civile, quanta e quale tutela della salute) saranno come beni di cui le Regioni potranno disporre a seconda del reddito dei residenti.
Quindi, per averne tanti e di qualità, non basta essere cittadini italiani, ma cittadini italiani che abitano in una regione ricca. Per gli altri non residenti, dovranno esse pagate le differenze di costo tra la regione di provenienza e quella che ti ospita. Tutto ciò è in aperta violazione con i principi di uguaglianza scolpiti nella Costituzione cioè, dei diritti di cittadinanza indipendentemente dal reddito dei singoli. E si decide sfruttando un vuoto normativo inaccettabile denunciato più volte dalla Corte costituzionale: dal 2001, infatti, nessun Governo ha trovato il tempo, fino ad oggi, di definire i LEP – Livelli Essenziali delle Prestazioni sociali e civili omogenei per tutti i cittadini italiani, ovunque residenti.

Ove si procedesse all’incontrario – prima trasferire risorse alla Regioni, poi stimare il costo dei LEP – qualcuno potrebbe accaparrarsi più del necessario senza che sia evidente a chi lo stia togliendo.
E la Basilicata che fa? Che dice? Si rende conto di venire cancellata – come l’altra piccola Regione del Molise – dalla geografia del Paese? C’è voluta tutta l’autorevolezza del prof. Viesti alla presentazione del suo pamphlet “La secessione dei ricchi” per costringere il Sindaco di Matera a smozzicare qualche parola di circostanza. E il silenzio dell’ANCI-Basilicata? E quello dei sindaci dei 130 Comuni? E quello della Regione? Quello della politica?

Il pericolo della destabilizzazione del Mezzogiorno, della sua definitiva separazione dal resto del Paese, è talmente grave che mi pare giusta e doverosa la pretesa, da parte di tutti noi elettori chiamati al rinnovo del Consiglio regionale e perché lo si possa deporre un voto, che ciascun candidato alle ‘regionali’ dichiari la propria ferma ripulsa a simili intese. E identica richiesta dovrebbe esser ripetuta in occasione delle elezioni europee.