Da diversi anni le legislazioni europee in materia di pensioni vanno nella direzione di allontanare progressivamente il momento in cui i lavoratori potranno smettere di faticare per tornare a essere proprietari del proprio tempo e dedicarsi a quel che resta della loro esistenza. Sembra che in Italia si abbiano le condizioni più svantaggiose per i lavoratori che a partire dal 2021 non potranno andare in pensione prima dei 67 anni ed entro il 2050 non prima dei 69 anni e mezzo. Non occorre lambiccarsi il cervello per capire quale possa essere la “botta di vita” che attende un lavoratore medio che ritorna libero dopo i 67 o dopo i 69 anni: nei successivi anni di “libertà” per lo più assaporerà il vantaggio di non doversi assentare dal lavoro per andare a fare la fila negli studi medici delle ASL. Eppure da più parti si inneggia a questo accorciamento dell’intervallo fra la pensione e la morte, come a sano rimedio per salvare le sorti del paese.

Si predica e si accetta, insomma, che il post pensionamento, cioè il tempo liberato di chi per vivere ha dovuto sempre lavorare, debba essere il più breve possibile; si riafferma – una volta per tutte – che chi vive di lavoro debba vivere per lavorare sino allo stremo totale delle sue forze, dopodiché andarsene al più presto per non pesare troppo sulle casse dell’INPS. Proprio a sancire che l’esistenza delle persone lavoratrici, al contrario delle persone ricche, non ha nessun significato, che i lavoratori sono oggetti del mercato, sono comparse nel film di qualcun altro e tali devono restare, fungibili come candele del motore a scoppio: i lavoratori come pezzi di ricambio a basso costo.

Le pressioni di Confindustria e commercianti su governo e Regioni perché non si fermasse produzione e vendita durante l’epidemia che ha già falciato 80.000 persone (se il dato è attendibile e non edulcorato), hanno dato ampia prova di quale considerazione si abbia in certi ambienti per la vita e la salute di chi lavora, avendo a cuore solo i profitti di chi intraprende e specula in borsa. Qualcuno morirà? Be’, pazienza – hanno detto – ma qui si ha da far soldi – con il cinismo che li contraddistingue da sempre.

Gli esperti del governo e dell’Europa spiegano che è giusto procrastinare il pensionamento per le maggiori aspettative di vita che la modernità offre ai cittadini: una volta si moriva prima e quindi è giusto allungare il tempo lavorativo fino a quasi 70 anni.

E ciò, ci spiegano, è necessario in quanto il sistema di previdenza sociale non può reggere tempi lunghi di sopravvivenza né la pubblica opinione può tollerarlo.

Lavorare tutta la vita e poi levarsi di mezzo in fretta, questo il ruolo. Deprimente è che questo assunto sembra a vari livelli incredibilmente condiviso da tanta opinione pubblica.

L’INPS non ha le risorse per pagare pensioni così lunghe, si dice e si accetta come dogma, rinunciando a porsi domande sulle ragioni per cui l’INPS non abbia abbastanza risorse come se la scarsità finanziaria derivasse dalle troppe pensioni pagate.

Non perché ne escono troppi: l’INPS non ha soldi perché ne entrano troppo pochi, c’è troppa evasione contributiva, perché c’è troppo lavoro nero o anomalo. Spesso si legge sulla stampa di lavoratori assunti come apprendisti-part-time in prova ma che si scopre stanno invece 12 ore in officina da 20 anni, o di finti braccianti agricoli, e di pletore di assunti a un mese, a tre mesi, a un anno, ma che in realtà lavorano nello stesso posto da lunghi anni, licenziati per fargli prendere la mobilità mentre lavorano lo stesso, ma a nero, poi riassunti da un altro imprenditore sodale, poi ri-licenziati.

Troppe magagne, pochi controlli e nessuno a cui potersi rivolgere: un operaio di quelli descritti che aprisse una vertenza, non troverebbe mai più lavoro, nessuno lo assumerebbe mai più.

E si china la testa e si tace.

Nel Paese si è creata artificialmente una contrapposizione demenziale fra nuove e vecchie generazioni che distrae dal vero avversario comune e si capisce che le nuove generazioni, oltre che senza diritti, senza speranza di percepire pensioni di sorta, sono anche privi di rappresentanza sociale, come lo sono i disoccupati, i precari, i corrieri, i riders e di fatto tutti quei lavoratori che non lavorano nella PA e nelle grandi aziende.

L’INPS non ha abbastanza risorse per continuare a pagare le pensioni a chi lavora e la disoccupazione in crescita e l’elusione-evasione contributiva fanno temere possibili dissesti con conseguenze mostruose.

Sul lavoro posto nella Costituzione a fondamento della Repubblica, sul patto sociale che la Carta considera il collante primario della democrazia, sulla sopravvivenza stessa di un patto fra generazioni, per il futuro del Paese, i sindacati dei lavoratori e i partiti della sinistra che nacquero come espressione delle classi lavoratrici:

* avrebbero dovuto impedire che INPS e INPDAP cedessero a prezzi stracciatissimi l’immenso patrimonio immobiliare acquisito con i contributi dei lavoratori, impoverendo di fatto gli enti previdenziali in favore di miliardari business privati. Perché hanno taciuto tutti su quella dilapidazione del patrimonio dei lavoratori? In qualche caso lo sappiamo il perché, ma gli altri? Perché non mobilitarono i lavoratori a impedire quello scempio?

dovrebbero denunciare l’assurdo spreco che, con tutti gli immobili di proprietà pubblica esistenti sul territorio, l’INPS vada spesso a occupare locali in affitto di proprietà di privati (al pari di tanti, troppi enti pubblici) e far cessare questo regalare soldi dei lavoratori ai privati che spesso sono proprio quegli stessi datori di lavoro che eludono i contributi;

dovrebbero militarmente combattere il lavoro NERO in ogni sua manifestazione, denunciando, ogni situazione anomala;

dovrebbero con ogni mezzo combattere la evasione contributiva e pretendere con ogni mezzo che vengano effettuati più controlli;

dovrebbero combattere e denunciare gli abusi in materia pensionistica e di finta invalidità;

dovrebbero ogni giorno vigilare e denunciare quelle figure istituzionali deputate ai controlli che dovessero … “distrarsi” dai loro compiti ispettivi.

dovrebbero …

Se governando adottassero queste azioni o se all’opposizione le pretendessero con energia dai governi in carica, tanta parte dell’elettorato disilluso che da anni ha smesso di votare, tornerebbe ad appoggiare i partiti di sinistra e si costituirebbe una forza politica di governo progressista e democratica ispirata al dettato costituzionale.

Ma probabilmente hanno capito – gli ex compagni – che combattere gli abusi e i privilegi non conviene, opporsi al profitto liberista che se ne frega dell’ambiente e della salute dei cittadini non conviene, impedire la precarizzazione del lavoro che proviene dalle esternalizzazioni dei servizi pubblici non conviene, ostacolare la privatizzazione di ogni attività sana dello Stato non conviene, far pagare le tasse ai ricchi non conviene: chi gli finanzierebbe le fondazioni, i viaggi, i convegni?

E i doni poi?

No, no, non conviene. E poi: i poveri sono ingrati e non hanno nulla da donare.