Lo spunto provocazione di Lucio Gruosso, del Centro Studi Leone XIII di Rionero in Vulture, sullo scampato pericolo olocratico, deviazionista del BelPaese, con l’arrivo di Mario Draghi – figura autorevole- ma alla guida di un governo trasversale da “tutti insieme incompatibilmente’’ – offre il destro per ritornare sulle malattie, i malanni, la malannata ormai cronicizzata dello stato di salute della nostra democrazia. Riforme? Se ne parla da sempre con commissioni camerali e bicamerali, ma quando si tratta di mettere mano ad argomenti come semplificazione, garanzie, leggi elettorali chiare e senza premialità fuori contesto o di mettere mano a quella prassi trasformistiche da cambio di casacca, che fa saltare puntualmente maggioranze o a crearne di nuovi con il “cavallo di Troia’’ di turno, come ha fatto Matteo Renzi nella fase di transizione tra il governo Conte e Draghi. Olocrazia? Siamo usciti da prove peggiore, come i tentativi di colpi di Stato e le pagine tutte da chiarire degli attentati terroristici di colore rosso e nero, ma con uomini di ben altra levatura. Il livello si è abbassato e contano mediatori, lobbisti e faccetoste similari. Italia sempre in bilico e in pericolo, con una cancrena dura da estirpare. E quanto agli ideali e ai valori condivisi occorre guardare al passato, recuperando certezze, buone pratiche, tornando a scuola di formazione politica, visto che i partiti di un tempo hanno lasciato il campo a figure di basso profilo, che costituiscono il vulnus dell’olocrazia.

Società e Politica. Occorre riunirsi in nome di ideali e valori condivisi.
Ma l’Italia è sfuggita al pericolo oclocratico?
Molti ritengono che con l’incarico di premier a Mario Draghi l’Italia sia scampata al pericolo oclocratico cui in pochi anni ci aveva esposto un modo di fare politica demagogico, messo in campo in primis dal Movimento 5 Stelle, seguito ed imitato dalla Lega e in maniera più velata da altre forze politiche, ma che affonda le sue radici nella caduta della Prima Repubblica.
Cos’è l’oclocrazia? Una forma degenerata della democrazia, in cui la guida del governo è alla mercé di volizioni delle masse che fanno prevalere o tentano di far prevalere le proprie istanze (o quelle che abili macchinatori le convincono ad adottare), mosse tout-court dalla pancia, anche cercando di prevaricare la legge e le forme democratiche previste dalla Costituzione (un esempio su tutti la piattaforma Rousseau). La nostra forma di democrazia parlamentare è per sua stessa natura più vulnerabile, più incline ad “essere deviata” rispetto alla forma di democrazia presidenziale. Pur volendo ammettere che con Mario Draghi si sia posto un argine a tale minaccia, e senza speculare sul fatto che il governo in carica invece possa rappresentare un degenerazione verso una forma di governo oligarchico-lobbistica, l’immaturità e, in alcuni casi, incapacità degli attuali vertici dei maggiori partiti politici nella scena italiana lasciano pensare che il mostro sia solo assopito e non vinto.
Dobbiamo allora riflettere su cosa sia la democrazia e su come ogni cittadino deve e dunque può partecipare alla vita politica del Paese.
La nozione di democrazia ha una pluralità di significati teorici e storici che non possono essere riassunti dalla sola definizione <> come suggerisce l’etimologia del termine (dal gr. Démos “popolo” e Kràtos “potere”); per lo schema classico, la democrazia è una teoria politica secondo cui il governo non compete né ad uno solo (monarchia), né a pochi (oligarchia), bensì a tutti. Dire che il governo compete a tutti implica l’idea di una partecipazione dei cittadini alla gestione della “cosa pubblica” e presenta pertanto stretti legami con le nozioni di uguaglianza e di libertà. La “cosa pubblica” o res publica è ciò che appartiene al popolo : “Est igitur res publica res populi” questa è la definizione di Stato che dà Cicerone nella trattazione De re publica, ma l’arpinate precisa subito che “il popolo non è un qualsiasi aggregato di gente” (populus autem non omnis hominum coetus quoquo modo congregatus), bensì “un insieme di persone associate da un accordo sui reciproci diritti e dalla comunanza dell’utile” (multitudinis iuris consensu et utilitatis comunione sociatus). I singoli facenti parte di questa moltitudine sono parti contraenti un accordo circa i diritti (iuris consensus) che prevede una limitazione degli stessi, in particolar modo sul diritto di partecipare alla conduzione del governo, al fine dell’utilità collettiva. La qualifica di res publica res populi è pertanto negata non solo alla tirannide e all’oligarchia, ma anche alla democrazia radicale o oclocrazia, dove la moltitudine diventa un tiranno perché viene meno quell’accordo circa i diritti (iuris consensus): una moltitudine dove tutti abbiano uguali poteri non possiede i requisiti che sono essenziali per la esistenza stessa della comunità civile. Il consensus iuris parte dal “diritto naturale” di uguaglianza, ma postula una differenza di diritti all’interno di questa uguaglianza, stabilita da quell’accordo ipotetico stretto in vista dell’utilità comune. Su questo accordo, su questo contratto sociale si definisce lo Stato (democratico): frutto di quella naturale tendenza degli uomini ad associarsi per sottrarsi alle ingiustizie e alle violenze dello stato di natura, dove vale la legge del più forte, attraverso le norme e le convenzioni. Questa naturale tendenza ad associarsi è da ricercarsi, come suggerisce Aristotele, nel fatto che l’individuo non basta a se stesso; non solo nel senso che non può da solo provvedere ai suoi bisogni, ma anche nel senso che non può da solo, cioè al di fuori della disciplina imposta dalle leggi e dall’educazione, giungere alla virtù che ci differenzia dalle belve e la quale è posseduta in sé e di per sé in assoluto solo da un Dio : “chi non può entrare a far parte di una comunità, chi non ha bisogno di nulla, bastando a se stesso, non è parte di una città, ma è una belva o un dio” (Pol. I, 2, 1253 a, 27-30).
Senza lo iuris consensus, la democrazia diventa quella forma di governo tanto aborrita da Platone. Essa si riduce ad <>, la moltitudine perde il senso di giustizia, da intendersi dal punto di vista platonico come suum agere (attuazione del proprio compito) che è condizione indispensabile del vivere insieme. Senza l’accordo circa i diritti, senza la consapevolezza che il potere spetta al popolo nelle forme e nei limiti della Costituzione (che altro non è che un accordo sui diritti), la moltitudine nelle sue parti cessa di essere giusta, perché le parti non adempiono i propri compiti (suum agere). Allora come si partecipa alla gestione della cosa pubblica? Attraverso il “televoto” su una piattaforma di un provider esterno? Permettendo a chiunque di divenire “portavoce” perché tanto “uno vale uno”?
Forse sarebbe opportuno tornare alle vecchie maniere… riunirsi innanzitutto in nome di ideali e valori condivisi, discutere e proporre, sempre in base al proprio background, scegliere oculatamente chi inviare a rappresentarci in Parlamento (o negli altri organi elettivi) sempre in ossequio al motto “expendendos cives, non numerandos” (bisogna pesare, non contare i cittadini). La Democrazia è governo di tutti, ognuno sceglie come partecipare, ma non è solo con una “X” sulle schede elettorali che si partecipa.
Lucio Gruosso – Centro Studi Leone XIII