La immediata levata di scudi da parte di buona parte dei residui ambienti della sinistra dinanzi a questo referendum in cui ci viene chiesto di confermare o meno una decisione già assunta a maggioranza quasi totale dal Parlamento del Paese e la conseguente crociata per il NO, francamente appare un po troppo “conformistica”, una posizione pigra e conservatrice di uno status quo indifendibile. Pigrizia che è poi la causa dell’afasia in cui versa da tempo e gli impedisce di ritrovare una strada convinta e convincente per ripartire.

Ma davvero qualcuno pensa che il NO con cui si è avversato, giustamente, la riforma di Berlusconi prima e quella di Renzi dopo, perchè stravolgevano e riscrivevano -in ambedue i casi- in larga parte la Carta costituzionale, sia riproponibile contro questa riforma semplice, mirata, che porta a compimento una riduzione dei parlamentari inseguita da TUTTI, sin dal lontano 1985 come abbiamo ricordato nel nostro precedente articolo (https://giornalemio.it/politica/il-taglio-si-il-taglio-no-e-la-costituzione/), e che non ha alcuna velleità di riscrivere la Costituzione, conformemente allo spirito e alla lettera dell’art.138 della Carta stessa?

Ma davvero qualcuno pensa che dire di essere in difesa del parlamentarismo e chiedere nel contempo di  votare contro la decisione di quel Parlamento che ha licenziato questa riforma in modo quasi plebiscitario, con soli 14 voti contrari alla Camera, non sia uno schiaffo proprio a chi si dice di voler difendere? Chiedere di votare NO non è una colossale contraddizione oltre che un atto di delegittimazione del Parlamento?

E una nuova legge elettorale proporzionale e maggiormente rappresentatività della realtà del Paese, per altro già in calendario per le prossime settimane, avrebbe un impulso maggiore con la vittoria del SI o del NO?

E che dire della esigenza di revisione dei regolamenti parlamentari, così datati e pertanto indicati come responsabili della scarsa funzionalità delle Camere? Una vittoria eventuale del NO non chiuderebbe questo discorso? Non sarebbe, invece, la vittoria del SI ad imprimere una spinta per un cambiamento da tutti ritenuto necessario?

Volutamente non ci soffermiamo sull’argomento del risparmio derivante da questa riduzione (tema caro a taluni animosi promotori del taglio), ritenendolo marginale e secondario rispetto alle motivazioni sopra elencate e da cui non bisogna farsi distrarre.

Dunque, ricapitolando e fuori dagli slogan, la realtà è che una vittoria del NO delegittimerebbe proprio quel  Parlamento che si dice di voler difendere, bloccherebbe il percorso per una nuova legge elettorale e la revisione dei regolamenti delle Camere. Insomma, farebbe rimanere tutto fermo allo status quo per chissà quanto tempo. Sarebbe un voto di pura conservazione.

E allora se non si stravolge la Costituzione, se si spinge ad un cambiamento, è possibile votare SI da sinistra a questo referendum?

Ebbene, a noi pare che sia non solo possibile, ma anche la scelta giusta.

Essa, per altro, comincia ad emergere seppur lentamente, anche da prese di posizioni significative.

Come per Pier Luigi Bersani che teme “il trappolone” al governo Conte dal fronte che si va compattando sul NO, ricorda come “Su un tema così controverso ogni opinione in famiglia è legittima e va rispettata. Io, insieme a molti altri a sinistra, ho sempre proposto la riduzione dei parlamentari.”

Così come per Erri De Luca che in una intervista del 31 agosto scorso esprime il suo “SI convinto al referendum quale primo segnale per ridurre i privilegi” aggiungendo che “Il problema è la qualità della rappresentanza più che il numero degli eletti“.

Poi Salvatore Settis, strenuo difensore della Carta, che scrive: “Dico SI alla riforma contro quelli che ragionano a breve termine” .

Quindi Paolo Flores D’Arcais che dichiara  “E’ una misura che simbolicamente va nella direzione giusta. Se andassi a votare sceglierei il SI…” e all’argomento secondo cui ridurre il numero degli eletti significhi diminuire la rappresentatività delle Camere risponde: “No. Non credo affatto che gli eletti debbano rappresentare i territori, ma l’intera nazione. Rappresentare un territorio significa spesso assecondare le clientele, se non le mafie.

Interventi che confermano trattasi di una riforma che non altera il ruolo e i poteri del Parlamento, nè il delicato equilibrio tra gli organi costituzionali e quando si paventa una riduzione della rappresentatività dei territori si ricorda che i Parlamentari secondo la Costituzione rappresentano la nazione (anche perchè se chiedete a bruciapelo a chiunque, proprio qui in Basilicata, chi siano i parlamentari attuali lucani dubito che si sappia rispondere).

La questione vera non è la quantità ma la qualità della rappresentanza che è una questione tutta politica e che non è certamente aggravata e/o risolta da questo referendum.