HomeCulturaA PROPOSITO DELLA LETTERAPERTA DEI GIOVANI CREATIVI

A PROPOSITO DELLA LETTERAPERTA DEI GIOVANI CREATIVI

Tutte le volte che sento qualche demagogo assicurarci che  – state sicuri, qui non si tratta di ‘politica’, prorompo nella medesima esclamazione beffarda e tagliente gridata da quel ragazzo del “Febbraio ’70” in una straboccante assemblea di paese, come tantissime se ne susseguivano in quei giorni, all’indirizzo del sempiterno sindaco di Ferrandina Saverio D’Amelio, che concionava la folla: “ .. perché noi vogliamo un Movimento lucano a-confessionale (applausi!), a-partitico (scrosci di applausi nella sala!), … a- politico ..”.  “A-fess’ d’ mam’t!” fu il commento che si guadagnò dal ragazzo che l’interruppe. E venne giù persino la sala!

La stessa risposta che urge dare al Pittella presidente della Regione che afferma:  “Faccio mia la lettera aperta dei creativi lucani perché le loro richieste coincidono esattamente con il lavoro che stiamo facendo. Infatti, la politica resterà lontana dalla Fondazione Matera – Basilicata 2019”. E per non essere frainteso, ripete la solfa in chiusura di messaggio: “Mi meraviglia piuttosto che alcune parti del mio partito, con la conferenza stampa di questa mattina, vogliano politicizzare il ragionamento sulla Fondazione. .. oggi chi governa ha l’obiettivo, anche alla luce della sfida di Matera2019, di unire e non di dividere”. E’ o ci fa?

Ora, io capisco – poi, mica tanto se dichiarano di essere “cittadini culturali” – i giovani CRESCO BASILICATA, la comunità dei creativi lucani , che vorrebbero ancora illudersi di vivere innocentemente il proprio presente e concludono la loro Letteraperta  alle istituzioni locali e regionali  commentando: “ questa situazione non fa che confermare il “male politico” che attraversa le varie Capitali Europee: questo continuo rallentamento e controllo della politica ha prodotto sempre stravolgimenti dello spirito iniziale dei dossier”. Vogliono dire che la mala politica ha sovvertito la buona politica? Beh, non sanno usare le parole o non ne conoscono il significato?! O anche loro, come Pittella, ciurlano nel manico sperando in qualche consenso in più nell’antipolitica e nella demagogia?

No, credo proprio che non si possa lasciar correre! Soprattutto, perché in gioco è la vicenda culturale dei nostri territori, non certo l’inventività purchessia! Quel che è in gioco è il modo di stare assieme di mondi e vite diverse, non solamente il punto di vista borghese oggi egemone! L’egemonia borghese, ci ricorda Gramsci, ha prodotto il politico come fosse un regno distinto dell’esperienza sociale, strutturato concretamente e formalizzato istituzionalmente come condizione di possibilità per la politica. E Croce in Italia ne fu l’epigono ideologico, venerato ancor oggi dai giovani neoidealisti nostrani, evidentemente! Solo così si spiegherebbe tanta assertività nelle parole della Letteraperta.  In realtà, nella misura in cui una società politica distinta è una forma sociale che sorge solo con il mondo moderno, ci ammonisce Gramsci, essa è definita propriamente come «società politica borghese», proprio come il politico è propriamente definito da questa prospettiva come «il politico borghese».

Allo stesso tempo, però, la riflessione di Gramsci ammonisce anche contro quegli approcci contemporanei che cercano una leva in un momento ipoteticamente sottratto al politico e alla politica «reale», sia esso rappresentato da una «vera politica» a distanza dallo Stato (Badiou), da un esodo della moltitudine (Negri), o anche da un ritorno (potenzialmente sindacalista) al mondo del lavoro (Tronti). Il ricorso a queste pratiche incontrerà il politico borghese nella sua forma più intensa, vale a dire, nella sua pretesa di essere momento organizzativo non politico bensì «tecnico» – e sempre e comunque «dall’alto». Ecco, è precisamente a questo esito che vorrebbero indirizzarsi anche i nostri ”creativi”, restando sopraffatti –poi – dall’accidenti tecnico e dal suo reale beneficiario, in cui si trasforma oggi la politica “borghese”? Anche perché i loro proclami di partecipazione attiva hanno tanto un sapore essenzialmente retorico!

Occorrerebbe, piuttosto, allo scopo di liberare questa storia territoriale nostra (ma il compito è generalizzabile) dalla interrogazione subalterna da parte del politico esistente in quanto principio di organizzazione speculativa, elaborare nuove pratiche di egemonia capaci di sfidarla sul terreno della «società politica» esistente.

Cos’è la politica, in fondo? La politica non è solo immanenza, è anche formazione di una soggettività, è visione del futuro; la politica deve leggere il presente con in testa un disegno per andare oltre l’interesse immediato. Gli intellettuali non possono certo sentirsi chiamati al ruolo un po’ ridicolo di ‘angeli salvatori’. Ma è anche indubbio che la loro formazione sparsa somiglia sempre più a pattuglie disperse nel deserto e il momento dello smarrimento ha coinciso proprio con l’abbandono dell’impegno politico.

Il discorso dell’impolitico, un tempo caro agli intellettuali della fallimentare separatezza, mi pare che oggi funzioni solo da alibi. Di fatto il discorso va rovesciato: la posizione ‘impolitica’ fa riferimento a una ‘politica’ che non può più reggere neppure a se stessa. Si deve dunque parlare di un ‘nuovo impegno’, di un pensiero che torna a essere forte e non si rassegna ad amministrare la posizione di rendita dell’osservatore distante e rassegnato dello status quo, per trasformare in opportunità la crisi e il vuoto attuale. Occorre una resistenza che tenga conto dei due drammatici cambiamenti epocali, subentrati o acutizzatisi proprio dopo il cruciale 1989: la fiducia nella provvidenza senza fine delle risorse della Terra è ormai pura follia, e Destra e Sinistra sono diventate solo due diverse declinazioni del pensiero unico, dominante e invisibile come l’aria.

Di fronte a tale insieme di problemi materiali e culturali dov’è la presenza, il cuore e la testa di chi si occupa di cultura? Tende a rimanere invisibile perché è anch’essa in gran parte all’interno di tale pensiero? È questo il vuoto di fondo che andrebbe colmato. Tali problemi, chiedono di porre al centro la vita, le ragioni del cuore irrise dal dio razionalista, quel che resta ed è ancora vitale dell’identità millenaria delle nostre terre fra il mare. Certo, non ci sono formule né garanzie, tuttavia “identificarsi con la vita implica identificarsi con tutti i suoi aspetti e dunque non solo con la primavera in fiore ma anche con i terremoti e, per quel che riguarda gli uomini, non solo con i loro amori e i loro sogni, ma anche con il male che infliggono agli altri, le ingiustizie che commettono, le guerre che scatenano”, dice Magris. Il quale ricorda, con Platone, la radice della separatezza dell’arte (soggetto sacer, posto fuori) nella cultura occidentale, il suo crinale di campo a parte che incrocia sacralità e complessità, “proprio perché deve prescindere da giudizi morali”. Il che può renderla “complice dell’ingiustizia e delle violenze che regnano nel mondo”, facendo dimenticare che “Gli scrittori e gli artisti non sono un clero laico…né capiscono la vita e la politica necessariamente meglio di altri”, o che “la responsabilità verso il mondo riguarda ogni persona  poco importa se da avvocato, scrittore o barbiere.”

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1 commento

  1. Michele coloriture ferrandinese della prima repubblica a parte l’argomento merita una affollata assemblea di taglio politico culturale, ma con varie mozioni per evitare di buttare bambino, bacinella e acqua sporca… La Fondazione è sulla strada della Ri.fondazione e domani, salvo ripensamenti dell’ultima ora, lo statuto sarà davanti al Notaio per integrazioni e aggiustamenti che dovrebbero portare al cambio di passo. Le citazioni di D’Amelio, Pittella, Cresco, Gramsci e Magris (dov’è Renzi ?) meriterebbero un’analisi a parte. Sintetizzare è difficile ma fare chiarezza dove si vuole andare a parare con cultura e sistemi culturali è importante, anche perché cultura è economia, Oppio dei popoli? Per la barba di Marx , Engels, Bakunin, Pisacane e Verdi. Gli accostamenti ci stanno tutti e per Matera occorre tirare fuori anche il pelo dall’uovo. E Matera 2019 con i desiderata di Cresco passa per questo rito.

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