La tecnologia e i sistemi digitali pervadono sempre di più ogni aspetto della vita quotidiana, un processo che va di pari passo con la narrazione entusiastica della super informatizzazione da parte dei media e dalla politica. Spuntano ovunque festival ed eventi più o meno grandi dedicati all’informatica e a internet e con il secondo governo Conte abbiamo nuovamente il ministero per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione che era stato soppresso nel 2012.

Tutta la retorica sul miglioramento che l’informatica apporta alle nostre esistenze deve però spingerci a indagare sul prezzo che questo comporta e a domandarci chi paga il conto dei nostri agi. Al di là delle ricadute sociali che comporta l’alienazione dai rapporti reali di giovani e meno giovani impegnati molte ore al giorno con smartphone e pc, esistono anche altre ragioni che dimostrano che lo sviluppo tecnologico ha ben poco di sostenibile per milioni di esseri umani.

Chiariamo subito un punto: non si tratta di essere contrari alla modernizzazione e allo sviluppo tecnologico, è piuttosto un atto di accusa al sistema economico e sociale all’interno del quale avvengono questi processi.

Con una lucida analisi marxista alcuni militanti del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), proprio in occasione dell’ultimo internet festival tenutosi a Pisa a ottobre, hanno pubblicato un documento fortemente critico contro un sistema che grava sull’ambiente e sulle vite di numerosi lavoratori di alcuni Paesi dell’Africa e del Sud-Est asiatico.

I dati raccolti nel documento fanno riferimento a una ricerca svolta da Timothy Longman, professore associato all’Università di Boston ed ex osservatore per i diritti umani per conto del Dipartimento di Stato statunitense nel Congo orientale e Julie Kingler, anch’essa professoressa all’Università di Boston. Longman e Kingler denunciano le condizioni di schiavitù in cui lavorano in Congo gli addetti all’estrazione del coltan, minerale utilizzato per la fabbricazione di computer e smartphone in quanto altamente conduttore.

Si parla chiaramente di condizione di schiavitù con esseri umani ostaggio di organizzazioni paramilitari e costretti a lavorare senza sosta per turni infiniti che arrivano a dieci ore al giorno. Tutta la dotazione in mano agli estrattori consiste in una pala e non esiste alcuna misura di sicurezza, inoltre molti scavano scalzi e a mani nude. Non è raro incontrare in questo contesto anche donne impiegate nell’estrazione e che non possono astenersi dal lavoro nemmeno nel periodo della gravidanza: la pena per essersi assentati dal lavoro potrebbe consistere in pestaggi o stupri.

La seconda parte del documento redatto dal PCL riguarda la compagnia Foxconn. Si tratta di una delle maggiori fabbriche di apparecchiature informatiche al mondo i cui lussuosi uffici amministrativi si trovano a Tucheng, in Taiwan, ma nei suoi impianti di produzione le condizioni di lavoro sono pessime: le leggi della Repubblica Popolare Cinese prevedono che un lavoratore non possa cumulare più di 36 ore di turni aggiuntivi al mese ma sono sistematicamente violate e molti ne svolgono fino a 100, con tanti saluti alle 8 ore di sonno necessarie agli esseri umani: un pluslavoro di 64 ore comporta che, in una singola giornata, un lavoratore si trovi a dover lavorare dalle quattro del mattino fino a notte fonda.

Anche in questo caso ai lavoratori non è fornito l’abbigliamento produttivo adeguato al loro lavoro. Spesso sono trattenuti in fabbrica nottetempo per presenziare a riunioni che poi non figurano nella loro paga mensile e sono tenuti a fare il turno di notte anche per un mese di fila per un modesto premio salariale ma il riposo durante il giorno è poco, in dormitori in cui sono tenute a dormire fino a 10 persone tutte insieme. Sono in tanti a non reggere questo sfruttamento violento e disumano e a togliersi la vita, per lo più giovani dai 18 ai 24 anni di età. A proposito dell’età va ricordato come per risparmiare sugli stipendi per i lavoratori, la Foxconn ha pensato bene di far lavorare alla catena anche dei minorenni, soprattutto liceali.

In questo contesto si inseriscono anche le organizzazioni criminali, a cominciare dalla camorra, che spesso coordinano le importazioni di generi di consumo dall’Asia, come più volte spiegato dallo scrittore Roberto Saviano.

Un articolo di David Sarno sul Los Angeles Times riporta come anche marchi come Apple, Nintendo, Dell, Hewlett-Packard, Sony e Amazon collaborino con la Foxconn occultando con una maschera di glamour le violenze sui lavoratori.

Questi sono i modi di produzione dello “sviluppo sostenibile” sbandierato ai quattro venti dai politici dei partiti borghesi, e dunque questa è la base materiale della “competitività” alla base della “crescita” che comporterebbe “sviluppo”. La menzognera retorica liberista è smascherata dalla scienza marxista, che rivela che a crescere e svilupparsi sono solo i capitali dei padroni, che competono con la dignità e la vita degli operai.

Una questione che tra l’altro è strettamente connessa anche al fenomeno migratorio. Oltre ai conflitti armati infatti, anche le devastazioni ambientali provocate dalle multinazionali e lo sfruttamento disumano perpetrato ai danni di milioni di lavoratori contribuiscono a spingere molte persone a lasciare il proprio Paese con la speranza di trovare una vita migliore altrove. Una riflessione che però non trova spazio nel dibattito politico borghese, dove nella contrapposizione tra “porti aperti” e “porti chiusi”, non trova spazio il paradosso capitalista che è all’origine di tutto il problema.

LINK UTILI E FONTI: “Conflict and Coltan in Eastern Congo”, in https://www.youtube.com/watch?v=F5VZtJDYWNM (Url consultata il 24/10/19).

Gurman, Mark, “Apple, Foxconn Broke a Chinese Labor Law for iPhone Production”, in https://www.bloomberg.com/news/articles/2019-09-09/apple-foxconn-broke-a-chinese-labor-law-for-iphone-production (Url consultata il 24/10/19).