Ho avuto la fortuna, da bambino, di leggere le loro imprese e resto convinto che ancor oggi sarebbe utile lettura per i nostri bambini e ragazzi. Mi son fatto persuaso che, sì la loro vicenda si svolge alla corte del re Alboino a Ravenna, ma che fossero originari meridionali! Erano sicuramente partiti da uno dei nostri paesini – da sempre poveri di lavoro e di terra feconda; magari lucani e perché no, materani. I racconti risalgono alle prime decadi del Seicento e riprendono e rielaborano novelle antichissime; magari quelle che qui da noi e fino agli anni Cinquanta erano note come le storie di Titta, Tittone e Nasocacato. Principio narrativo comune ai racconti di Bertoldo contadino rozzo di modi ma di mente acuta e senso pratico che finisce per diventare consigliere del re, di Bertoldino e la sua ridicola semplicità e dello stolto Cacasenno, è la contrapposizione tra la vita semplice dei contadini e quella artificiosa e vana dei cortigiani. La contrapposizione tra i due mondi è evidenziata dalla morte di Bertoldo. Il re Alboino era così ammirato dall’ingegno del contadino da volerlo sempre accanto a sé; pertanto, gli impose di vivere a corte, ma Bertoldo, che aspirava a tornare a zappare la terra e a mangiare i cibi semplici (soprattutto rape e fagioli), finì per ammalarsi e morire a causa della vita di corte. Sulla tomba di Bertoldo il re volle un epitaffio scritto in caratteri d’oro: In questa tomba tenebrosa e oscura,/ Giace un villan di sì deforme aspetto,/ Che più d’orso che d’uomo avea figura,/ Ma di tant’alto e nobil’intelletto,/ Che stupir fece il Mondo e la Natura./ Mentr’ egli visse, fu Bertoldo detto,/ Fu grato al Re, morì con aspri duoli/ Per non poter mangiar rape e fagiuoli.
Non so quale fu la sorte toccata invece a Titta, Tittone e Nasocacato, ma certamente hanno avuto eredi, fin nelle nostre generazioni! E certamente, i discendenti di Titta hanno fatto scuola ai nostri contadini scarpa grossa e cervello fino. “Come ai tempi della Magna Grecia, un senso di realismo speculativo primitivo, di accettazione dell’inevitabile, di riconoscimento di un ordine stabilito, insieme naturale e morale, pervade e determina la vita del popolo.”, scriveva Friedrich G. Friedmann, “Per i contadini della Calabria e della Lucania, la possibilità di costruire e dirigere la loro vita sociale, politica ed economica non esiste”. “Chiamo tata chi mi dà da mangiare!” mi rispondeva il contadino o il pastore che rientrava al paese dalla campagna all’imbrunire quando gli chiedevo il voto al PCI; e lo dichiarava con voce stentorea, per farsi ben sentire. Poi però, allontanandosi aggiungeva con un soffio: “nel seggio, loro non mi vedono!”: ecco rispuntare Titta … Oggi, i figli e i nipoti dei ‘Titta-massari di campo’ , che da mezzo secolo ormai si son liberati della terra – finita in mano per la parte essenziale a altamurani, gravinesi e santermani , sono mattonari – di mestiere o per professione; quelli di mestiere prevalentemente imprese forestiere, quelli per professione li trovi negli uffici burocratici negli studi tecnici nella banche nel ceto politico e d’affari. D’altra parte, tolto il turismo ‘di massa e di ruina’, cos’altro sopravvive nel deprivato sud del sud, oltre quel che resta del minuto pubblico impiego e dei pensionati? Finita la gloriosa stagione dell’urbanistica e della pianificazione del ‘risanamento’, Titta non ha altra possibilità di sostentamento di tutta intera la baracca messa in piedi se non la rendita e la speculazione edilizia: oggi, nella forma della rigenerazione urbana (fino a ieri definita riqualificazione, recupero abitativo). I Titta di Basilicata sono riusciti in un’impresa che non ha uguali nel Paese (mi pare!): rendere definitiva, ‘ordinaria’ una norma provvisoria e straordinaria, quella del “Piano casa”[1]. Han fatto addirittura di più: hanno cambiato la finalità stessa della legge originaria: Nel 2012, la regione modifica la legge e la peggiora; “la giunta Adduce avrebbe potuto tutelare il più possibile i tessuti urbani storicizzati, quelli del risanamento sassi ( tutti e non alcuni), l’edilizia pubblica in generale, i peep e le lottizzazioni compiute di recente formazione come il centro direzionale e non solo. In quel momento tutto questo si poteva fare perché la legge regionale 25/2012 invitava i comuni ad individuare i tessuti da escludere. La maggioranza Adduce lo ha fatto solo per il centro storico, per alcuni quartieri di risanamento e i borghi rurali. Ancora, correttivi potevano essere previsti durante il lungo dibattito per l’approvazione del Regolamento Urbanistico che ha visto impegnati due amministrazioni quella deruggieri e bennardi”. È spuntato per tali omissioni, trascuratezze e interessi particolari – ad esempio – l’obbrobrio di piazzetta Michele Bianco. E i nostri Titta han lavorato all’unisono! Poi, spuntano gli ingenui Tittone-Bertoldino che si lagnano ‘poeticamente’ di quanto sta accadendo nell’ex area Manicone & Fragasso! Denunciano il silenzio della Città e chiamano in causa anche l’associazionismo civico; dimenticando, ad esempio – forse per consapevolezza della loro irrilevanza politica d’essere, uno di questi, ancor oggi presidente di quella Coalizione civica, sponsor molto attivo della giunta Bennardi – regista dell’inguacchio. Ma parlino per sé stessi e delle malefatta appropriazione culturale di quella promettente associazione e lascino in pace quelle forme di civismo attivo che in solitudine tentano la difesa del diritto alla città solidale! E i Cacasenno che c’entrano? Nulla, naturalmente. Stanno lì ad osannare i ‘migliori’, quelli che contano; sono i corifei dell’avanspettacolo materano! A proposito, ma la parte di Alboino chi la fa? Potreste chiedere qualche ragguaglio ai Bertoldo consapevoli; oppure, attendere il neofeudalesimo prossimo venturo …
[1] il Piano Casa fu un provvedimento di natura straordinaria, che si sovrappose provvisoriamente al regime ordinario previsto dal Testo Unico DPR 380/01 e legislazioni regionali vigenti, anch’essi coerenti col TUE.
Un provvedimento di natura straordinaria sulle politiche abitative per contenere nuovo consumo del suolo; consentire il raggiungimento di un miglior grado di sicurezza strutturale degli immobili; ridurre i consumi energetici; dare rilancio all’edilizia ore in crisi; semplificare le procedure per gli interventi oggetto del piano; intervenire sul fabbisogno abitativo;
In quel provvedimento furono tipizzati di intesa alcune categorie di intervento e, fra questi, la sostituzione edilizia mediante demolizione e ricostruzione con incremento volumetrico di edifici residenziali entro il limite del 35% della volumetria esistente, senza porre limiti di tipologie edilizie come al punto precedente;
Tali interventi potevano essere compiuti in deroga alle previsioni e indici degli strumenti urbanistici vigenti, fatti salvi alcuni aspetti.
Alle regioni rimase piena facoltà di disciplinare queste categorie di intervento coi relativi titoli abilitativi. E fu conferita loro la facoltà di escludere o limitare questi interventi in alcuni ambiti, in particolare ai beni culturali, aree di pregio ambientale e paesaggistico, e in alternativa di incentivare in ambiti con di aree urbane degradate.
Il provvedimento disponeva il termine non superiore di diciotto mesi dei relativi provvedimenti regionali, salvo diversa determinazione delle singole regioni.
Le regioni possono prorogare senza termini ultimi, almeno secondo l’attuale stesura della suddetta norma.
