Strano libro, l’ultimo in libreria di Vincenzo Viti! Sembra, quasi una premessa di ordine metodologico a una fatica ‘narrativa’ non ancora giunta a compimento. Una premessa però che, per urgenza e rabbia, doveva pur essere immediatamente pubblicata, non solo e non tanto per denunciare le vaghezze del Dossier che ispira l’Evento Matera 2019, quanto nella speranza di contribuire a raddrizzarne il tiro: “Il profilo delle attività di ricerca ed elaborazione progettuale avrebbe dovuto avvalersi di alcuni filoni privilegiati, iscritti peraltro nelle letterature dello sviluppo: la rigenerazione economica e culturale dei territori e l’idea strutturata di cambiamento posta a base di un nuovo modello di sviluppo urbano, sociale e territoriale”.

Per questo, Viti suggerisce esplicitamente la rilettura del Rapporto socioeconomico su Matera voluto dall’Amministrazione comunale cittadina nel 1970 in preparazione del Piano Regolatore Generale della Città. La sua ripubblicazione oggi “si iscrive perciò come impegno alla scoperta, o alla riscoperta, di una straordinaria stagione politica, culturale e civile che ha segnato la vita della città elevata oggi a Capitale Europea della Cultura”. “Cinquant’anni dopo, Il Dossier, pensato per la competizione a Capitale Europea della Cultura, avrebbe risposto all’urgenza di un’altra stagione impegnata a ‘chiudere’ la partita storica della città dei Sassi, declinandola in termini meteorici, sublimandola nel gergo dei ‘futuribili’ mediante un esercizio sintattico tutto interno all’ossimoro antico-moderno e una contaminazione che è parsa navigare fra ansie di prestazione e vaghe stelle dell’Orsa. Impresa che si attende ormai discenda sulle terre, lasciando qualche traccia che duri. Giudizio perciò sospeso in vista dell’approdo al 2019 con vista sugli anni a venire.” (Il volume è stato editato da Rubettino alla fine dello scorso anno). Non è difficile cogliere nell’iperbolica espressione dell’autore l’impressione di una profonda delusione di fronte a un’occasione ‘storica’ che appare a tutt’oggi mancata!

“Il Rapporto – commenta nella postfazione al libro Gianpaolo D’Andrea che, prima di essere l’attuale assessore alla cultura del Comune di Matera, è storico stimato anche delle vicende meridionali e lucane – con le sue luci e le sue ombre, ha finito con il rappresentare, comunque, una sorta di porta d’ingresso di un percorso che, pur attraverso contrasti e polemiche non del tutto sopiti, giunge fino a noi, consentendoci di recuperare oltre agli elementi di frattura, anche quelli di continuità, ma soprattutto le opportunità nuove maturate nell’arco di tempo che ce ne separa.”

Il Rapporto ieri come oggi il Dossier, documenti non comparabili, tuttavia – scrive Viti – “vivono dentro una storia comune, con un significato che li mantiene organici a stagioni confinate nella loro irripetibile temporalità e destinati a ispirare una lettura più vasta del rilevante contesto cittadino”, pensando, ad esempio, l’effetto Basilicata della capitale europea, prefigurando una nuova stagione delle relazioni tra i capoluoghi e le diverse aree territoriali, comprendendo il Cilento su un versante e la corona delle comunità murgiane pugliesi sull’altro.

Risulteranno decisivi – riassume il prof. D’Andrea, oggi come allora, “la qualità dell’approccio, la coerenza del metodo, il rigore delle scelte e l’efficienza della gestione”, per “la creazione delle condizioni più adatte a indurre tutti e ciascuno ad animare una grande stagione di impegno personale e collettivo, nelle diverse aree territoriali e nei vari settori produttivi, in tutte le fasce di popolazione, favorendo il prevalere di un modello di complementarietà..”.

Francamente mi sembra, le aspettative suggerite da Viti costituiscano, al tempo stesso, altrettanti capi d’imputazione per i reggitori del Dossier nelle verifiche che dovranno pur esser fatte l’anno prossimo o giù di lì! Naturalmente, ho trovato assai utile le riletture del Rapporto e, di quella, che ne fa Viti; e interessante la parte in cui Viti tenta i conti col levismo e con l’azionismo nostrani. E penso che varrebbe la pena – per tutti – leggerle entrambe, se non altro assumendole come comune riferimento per avviare davvero e oltre i fumi del Dossier una seria discussione sul destino della Città nei territori che la coronano, sempre più larghi, fino ad affacciarsi nuovamente e finalmente al Mediterraneo.

E questo quanto al metodo, ma i contenuti? Possono ancora essere quelli inquadrabili in un ipotetico ‘sviluppo lineare’, di una ‘crescita’ in grado di sgocciolare ricchezza anche tra le fasce più povere della nostra società? Non penso che Viti voglia attardarsi ancora su tali mitologie. Ma ci annuncia nulla circa ipotesi di futuro per la nostra Città e il territorio sempre più largo in cui vuol continuare a vivere, sconfiggendo per sé stessa e le comunità tutt’intorno il destino dello spopolamento, dell’assistenza; quanto meno di una sempiterna ‘sospensione’ tra passato e futuro. E Viti non può farlo perché non introduce nella narrazione quel salto di paradigma prodotto e suggerito dalla lunga crisi 2008-2014 – crisi a un tempo dei limiti biofisici e dell’impossibilità ormai di accaparramento ‘a buon mercato’ della natura che regge l’attuale sistema di profitto. Del resto, Matera e il Mezzogiorno non sono affatto esclusi dagli effetti annichilenti che stanno distruggendo il tempo e lo spazio geologici della nostra civiltà. Siamo entrati nel nuovo millennio abolendo la prospettiva dominante della nostra epoca, quella tendenza che aveva avviato e quasi dato l’impronta più propria all’età contemporanea: vale a dire l’aspettativa di un futuro destinato a migliorare continuamente il presente. L’abbiamo già visto. Il capitalismo è esso stesso, come modo di produzione, proiezione nell’avvenire. Il futuro che trasforma il denaro, potere solo simbolico, in merci, il futuro che accresce, in maniera cumulativa, la cornucopia della ricchezza. Ma ormai da molti anni, con un processo sotterraneo e silente, questa illimitata fiducia nel tempo che verrà si è dissolta, si è trasformata in inquietudine, si è rovesciata in minaccia. Il tempo che avanza è fatto di nuvole nere all’orizzonte. È la casa comune che scricchiola, per eccesso di sfruttamento, per le risorse che cominciano a scarseggiare, per il sole che ci diventa nemico. L’avvenire è diventato un lastricato impervio su cui si stagliano, in prospettiva, una moltitudine di rischi imprevedibili e, ancora più in fondo, la minaccia di eventi catastrofici definitivi.

Intanto, è ormai possibile osservare con chiarezza che la nuova velocità del tempo sociale costituisce una forma alterata e innaturale di energia destinata a sbriciolare le comunità umane. Essa contribuisce – insieme a tutte le altre componenti e dinamiche in atto della società capitalistica – alla solitudine e alla miseria spirituale dell’individuo. Quel «deserto che avanza» nel cuore della società, non è solo frutto della perdita di fondamento di tutti i valori. Non è morto solo Dio. La fretta che trascina gli individui consuma silenziosamente la stoffa dei sentimenti, i quali richiedono riflessione e dunque quiete, silenzio, calma, lentezza. Alla lunga, la vita di corsa desertifica nel cuore umano ogni superstite senso.

È un teatro dell’umana condizione reso noto da una letteratura ormai ampia e di vario genere a cui non c’è nulla da aggiungere. Qualsiasi narrazione, perciò, che non faccia i conti con la ‘scoperta’ del limite biofisico alla crescita incontrollata, costituisce a mio parere soltanto un arzigogolo per avallare, consapevolmente o no poco importa, il procrastinarsi delle forme di sfruttamento irrazionale della natura e dell’umano che ci conduce tutti nel baratro della comune rovina!

Certo, rivendico – e chiedo all’autore di Matera ‘Capitale’ di farvi i conti – il punto di vista di quanti, nella temperie eco-socio-economica, rispondono alla sfida della crisi contemporanea – che è essenzialmente ecologica e perciò stesso non superabile dall’imperante neoliberismo – condividendo una critica radicale del modello di società occidentale (si muovono cioè dentro la corrente del post-sviluppo) e definiscono il benessere in termini di soddisfazione dei bisogni materiali in maniera ecologicamente, socialmente, e globalmente equa, sviluppando le potenzialità umane in termini qualitativi (o relazionali) piuttosto che quantitativi (o acquisitivi). Che definiscono il limite al benessere non come dato materialmente dalla biosfera (limite esterno), ma come socialmente dato (limite interno).

Dobbiamo ricordarcene tutti! E’ già a partire dagli anni ’70, che il discorso sui limiti biofisici ha costituito probabilmente il nodo centrale dell’emergere di una narrazione ecologista della crescita economica moderna, nelle sue varie articolazioni. Là fuori, nel mondo come in Italia, grandi “fette” di società cominciano, al netto della teorica inafferrabilità del fenomeno, a metterlo a fuoco tra le proprie coordinate culturali e ad avvertirne la materialità nel presente. Non mi riferisco esclusivamente ai milioni di persone che, dal Sud del Mondo, sono costrette a migrare da terre prosciugate dal colonialismo e poi colpite da siccità e desertificazioni, ma pensiamo all’Europa e dunque all’Italia, al nostro Sud, dove un modello dissennato di sviluppo ci costringe a convivere con livelli sempre più intollerabili di inquinamento dell’aria e dell’acqua, ad assistere alla recidiva ricerca di nuove fonti di combustibile fossile (o alla costruzione di infrastrutture per la loro erogazione), alla deforestazione e al consumo di suolo che compromettono la capacità dei territori di rispondere con efficacia ai fenomeni di una crisi climatica che è già qui. Anche a casa nostra – in Basilicata – si è dispiegato un capitalismo estrattivo e di rapina. La risorsa da sfruttare è il territorio, ovvero quella “rete della vita” che tiene insieme natura umana e non umana. Nel frattempo, già oggi, la forma sociale che le nostre comunità hanno sedimentato storicamente e rafforzato attorno alla lotta, è messa a dura prova dal prosciugamento della spesa pubblica, mentre fondi pubblici che potrebbero essere investiti altrimenti, principalmente nella messa in sicurezza del territorio attraverso opere diffuse e mirate, nella la scuola o nella sanità, sono invece dirottati verso aziende dal dubbio codice etico e verso opere del tutto insostenibili.

Un tema centrale che dovremo porre al centro della nostra discussione per inquadrare al meglio la questione materana è che tipo di avvenire economico potrà avere il Sud nei prossimi anni e decenni. Continuare a rivendicare genericamente “lo sviluppo”, è ormai un esercizio svuotato di significato, alla luce delle nuove dinamiche mondiali, mentre avanzano innovazioni tecnologiche sconvolgenti, mentre il pianeta è minacciato da squilibri inediti nella storia dell’umanità. In generale, possiamo dire che la crisi ha prodotto un quasi totale azzeramento, o ridimensionamento, dei poli e distretti industriali che si erano consolidati nei decenni precedenti. E quindi un annullamento delle politiche industriali per il Mezzogiorno del ventennio 1961/81. E non penso proprio che tornerebbero a nuova vitalità nella stagnazione strutturale dell’economia.

Perché invece, caro Viti, non alziamo una bandiera: bisogna riabitare i paesi in via di abbandono, e quelli in via di spopolamento, tra essi oggi persino i due capoluoghi. Per far ciò, occorrono – anzitutto – serie politiche alimentari. Certo, è un problema di enormi dimensioni che interessa tutta la montagna e le colline italiane. Ma che è ormai un dramma vero e proprio per una piccola regione come la nostra in cui, in pochi lustri, abbiamo perso un sesto degli abitanti! Le cause antiche e recenti sono molteplici, ma in ogni caso lo svuotamento dei luoghi interni ha conseguenze rilevanti a vario livello: antropologico, geologico, sociale, economico. Costituisce anche un vuoto di memorie, di rapporti, una desertificazione ambientale e un deserto di speranze.
Negli ultimi anni, questo fenomeno epocale, quasi ignorato e rimosso nell’epoca della modernizzazione selvaggia e dell’intasamento delle città, è al centro di interesse, attenzione, riflessioni, narrazioni da parte di soggetti diversi, di studiosi di numerose discipline, anche del mondo politico.

Anche la Basilicata è la terra dei paesi, ma è a rischio. E’, anche per questa vicenda epocale, un luogo metafora di spopolamento e abbandono. Scuole, uffici postali, negozi, case chiudono quotidianamente e creano veri e propri deserti. L’elenco dei paesi a rischio abbandono – in questa, ma anche in altre regioni del Sud e del Nord – è davvero impressionante, interminabile. Ci riporterebbe in Basilicata, alla realtà desolata e desertificata a seguito delle grandi pestilenze e catastrofi disseminate dal tardo medioevo ai recenti terremoti. C’è una teoria innumere di villaggi, piccoli borghi, raggruppamenti di case, dove a volte vivono poche, pochissime famiglie. Questo problema va affrontato, con serietà, competenza, passione, affetto e con la consapevolezza che non è di facile soluzione. I luoghi richiedono cura, attenzione, amore, ma non meritano bugie, operazioni di facciata, retorica. I luoghi – come ben sappiamo dalla storia dell’umanità e del mondo, ma anche dai nostri paesi e città – possono anche morire. Si dovrebbero immaginare interventi, progetti, piani di recupero e di rinascita; non confondere insomma la malattia con la cura.

Per alzare una bandiera, a mo’ di esemplificazione, penso che potremmo intestarci una grande idea strategica: quella di un patto solidale tra il Mezzogiorno e i migranti mediterranei. Un patto fondato sull’impegno ad accogliere i migranti, insegnare loro la nostra lingua, apprendere i loro saperi e le loro ragioni, organizzarli in cooperative di lavoro, metterli in condizione di restaurare gli abitati dei nostri paesi, ripopolare le nostre terre, mentre noi non riusciamo a rintuzzare lo stupido allarme della minaccia di invasione. Noi potremmo offrire ai giovani nordafricani e di altre aree tormentate del mondo, insieme ai nostri giovani, la possibilità di rivitalizzare l’agricoltura collinare, con colture incentrate sulla ricchezza ineguagliabile della nostra biodiversità agricola. Ricordando che l’agricoltura oggi non è un semplice settore produttivo, ma il possibile centro di irradiazione di una molteplicità di servizi avanzati, dall’agriturismo all’enogastronomia, dall’agricoltura sociale alle fattorie didattiche. Noi potremmo chiamare una intera generazione a ripristinare la silvicultura di qualità, che freni il degrado e l’inselvatichimento dei nostri boschi, che curi il territorio e conservi e rivitalizzi il paesaggio.

Si tratta di un progetto che non solo frenerebbe i processi di abbandono di vasti territori e riempirebbe di economie produttive aree oggi desertificate. Esso formerebbe i presidi montani e collinari di controllo territoriale necessari perché frane ed alluvioni non danneggino le aree di pianura, dove oggi è insediata la più parte della popolazione, delle imprese e delle infrastrutture.

Lasciamoci pure alle spalle, caro Viti, le retoriche della ‘sostenibilità’. Ciò non vuol dire che non serva battersi in quelle specifiche vertenze che mirano ad ottenere minori impatti ambientali, ma il nostro orizzonte culturale e politico non può essere che quello di uscire quanto più possibile e occuparsi della disuguaglianza sociale e del degrado ambientale perché questi sono temi sempre più lungimiranti. E tutto questo non è un parlar d’altro rispetto al “diritto alla città”. La lotta sul tipo di città che vogliamo non può essere distinta dal dibattito su che tipo di relazioni sociali desideriamo. Il diritto alla città è anche, e soprattutto, un diritto collettivo, ne consegue che la lotta per raggiungerlo deve essere collettiva. E questa è la premessa essenziale per riprendere a immaginare la Matera degli anni a venire.