E mo? Santa Cucina e San Fornello aiutateci voi. Il dubbio aumenta toccando ferro e pancia dopo che i Paesi europei saranno liberi di scegliere se utilizzare gli organismi geneticamente modificati (Ogm), nelle diverse colture e impieghi, a seguito del voto nell’europarlamento che prelude all’approvazione del Consiglio e alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

L’Italia che ha bandito uso e coltivazioni degli Ogm (ricordiamo la coltivazione del mais MON810, l’unica coltura consentita in Europa) non subirà sanzioni e potrà tutelare meglio i propri prodotti dai rischi di agripirateria. E qui  si registrano dichiarazioni precise del ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina e delle organizzazioni professionali agricole che da anni portano avanti battaglie a tutela di produzioni tipiche  e autoctone di marchi made in Italy.

Ma altri Paesi potrebbero decidere di accrescere quote di produzioni e di utilizzo  o di introdure nelle coltivazioni o negli allevamenti l’uso degli Ogm, che hanno nel proprio Dna geni che in natura appartengono ad altri organismi. Hai voglia a dire filiera garantita, ma la mano sul fuoco è a rischio di scottature… perché quella dei focolari contadini e dei pastori, davanti a camini o bivacchi,  per cucinare pasta, legumi e verdure o per cagliare il latte sopravvive a malapena nei piccoli centri.

E allora fagioli, formaggi, focacce e altre produzioni potrebbero alla fine rendere dubbia la provenienza di quanto arriva sulle nostre tavole. D’obbligo allora avere una filiera di fiducia per acquistare la forma di formaggio, olio, vino, salumi e altro ancora quasi a chilometri zero o contattando chi in campagna ci vive o lavora stabilmente.

Ma gli ogm fanno male davvero? C’è chi dice sì e cita tutta una serie di effetti collaterali che vanno dall’aerofagia alle flatulenze all’incidenza sulle malattie alimentari e tumorali e qui la esposizione allarmistica si sposta sul grano radioattivo e sulle importazioni da mezzo mondo, dove le coltivazioni agrobiotech sono la norma. E allora pane, pasta, biscotti, focacce  verrebbero prodotte con farine di provenienza industriale e con miscele di grani  da paesi dell’Est, asiatici o americani, senza dimenticare le cisterne con quintali di latte che alimentano l’industria lattiero casearia nostrana a causa della drastica riduzione degli allevamenti.  Un ‘’cavallo di Troia’’ che finisce sulle tavole degli italiani e di certo la scritta “no ogm’’ (ammesso che ci sia) finisce al primo boccone.

Già le etichette…Un problema che nel commercio scorretto e globalizzato vuole le mani assolutamente libere e si insinua nella convenienza delle offerte e dei prezzi. Più informazione, più controlli (il nostro Paese è tra quelli più attivi) ma non bastano. Del resto altrove non si fanno scrupolo sulle produzioni intensive che fanno business. La ricerca deve andare avanti e in Basilicata con il consorzio Metapontum Agrobios (ricordate la melanzana transgenica?) abbiamo messo a punto progetti e brevetti che in loco, e per vari motivi, non hanno attecchito  tant’è che la nostra agricoltura ha perso via via di competitività come quella del Bel Paese (altro marchio  nostrano di formaggi e di prodotti lattiero caseari finito all’estero).

Concetti che abbiamo sentito di recente nel corso di una iniziativa presso il circolo La Scaletta sulla grande svolta nella cultura agraria del 900. E allora tutela, filiera ma la nostra agricoltura è stata anche sperimentazione naturale e di laboratorio, ma senza forzature e aberrazioni. La freschezza e la genuinità sono requisiti imprescindibili della cucina e dei prodotti made in Italy, altrimenti  la ‘’americanizzazione’’ da fast food e della filiera del cibo spazzatura tutto intingoli, salse, grassi, conservanti e coloranti ci porterà insieme alla vita sedentaria a malattie da benessere e l’obesità, il diabete e via elencando ne sono un triste esempio.

E il pericolo viene dal Transatlantic trade investiment partnership (Ttip), l’accordo commerciale ‘’una scelta strategica e culturale ‘’ come l’ha definita durante il semestre italiano alla guida dell’Unione europea, il presidente del consiglio Matteo Renzi, che liberalizza commercio e produzioni agroalimentari, accanto alle barriere tariffarie anche regole e, controlli e standard minimi richiesti per la circolazione di merci, norme su sostanze chimiche tossiche, leggi sanitarie, libertà di Internet e la privacy dei consumatori, brevetti  copyright, albi professionali.

Meno regole  significa meno tutele per il consumatore e con tante ripercussioni sulla salute.

Fatevi un giro con il vostro carrello nel supermercato virtuale di  internet o baloccatevi sulla spesa delle famiglie americani e troverete salsicce anemiche a scadenza poliennale, centrifugati di salse e sughi, formaggi hi tech e  altro ancora a produzioni contraffatte. E i nostri prodotti di nicchia? Beh procuratevi lente di ingrandimento e armatevi di pazienza: chi cerva trova e si riguarda la salute. Se siete sfortunati prenotate un tour del gusto in Basilicata. I sapori del passato sono sempre più rari, ma sono unici. Vi aspettiamo e Buon appetito.