Canzoni, letture, film, trasposizioni teatrali che, aldilà delle celebrazioni a vent’anni dalla morte, lasciano intatto il giudizio sul cantautore e poeta di scuola genovese, vissuto nel solco della coerenza anarcoide, libertaria se preferite e dell’irriverenza contro luoghi comuni e istituzioni costituite. Armando Lostaglio ci pone – nel servizio che segue- questa e altre riflessioni nella lunga cavalcata di sensazioni, ricerche, sperimentazioni che hanno portato De Andrè a tirare dritto accanto alla cattiva strada, provando il cielo stellato dell’Hotel Supramonte con la dolce compagna Dori Ghezzi ( lo scorso anno a Matera per la presentazione di un libro) o le increspature del mare della vita sulle onde di ‘Creuza de Ma’’. Ma senza perdere di vista la sua Genova che in questa fase difficile, dopo le morti per il crollo del viadotto e gli effetti negativi sull’economia, ha bisogno di solidarietà, speranza e di fatti concrete per risalire. E di poesia sul pentagramma dell’Amore perduto e ritrovato di Faber…

Fabrizio De André, venti anni senza la sua voce
di Armando Lostaglio
“…Ma tu che vai, ma tu rimani /anche la neve morirà domani / l’amore ancora ci passerà vicino nella stagione del biancospino…”
Così cantava nel suo “Inverno” Fabrizio De Andrè, tanti decenni fa, ma ancora quei versi cantati – con quella voce che sembra un sussurro di vento – alita dentro di noi; insieme agli altri cantanti-poeti-musici senza tempo, da Bob Bylan a Leonard Cohen, Brassens, Brel e Boris Vian, e qui da noi Francesco De Gregori, Massimo Bubola, Ivano Fossati, Mauro Pagani e tutta la Premiata Forneria Marconi, tutti suoi compagni di viaggio. Sono riposti lì quei canti e le suonate alla chitarra sulla cattiva strada che ancora persistono, da quegli anni ’60 e ’70 irripetibili, lontani e prediletti. Era una fredda giornata d’inverno quando ci ha lasciati (11 gennaio 1999); Fabrizio rimane un emblema, nonostante siano passati vent’anni: è Lassù per riconciliare in Cielo le sue canzoni. Sarà insieme a Luigi Tenco e Lucio Dalla, a Giorgio Gaber, a Lucio Battisti, a Pino Daniele, a Mango, ad Augusto dei Nomadi: che concerto e che serenate davanti a Dio. “Gesù è stato il più grande rivoluzionario di tutti i tempi…” sosteneva in un lontano concerto presentando “L’infanzia di Maria” e “La buona novella” (dai suoi studi dei Vangeli apocrifi). Struggente rimarrà quella sua Ave Maria anche dalla voce di Antonella Ruggiero. Fabrizio con il suo cuore guardava alle nuvole e oltre, agli ultimi (come Don Gallo)e alle donne che amano e restano escluse ed abusate, ai soldati che muoiono e ai delinquenti che pagano; e irrideva ai potenti che sfruttano. Amava i vecchi che “quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte”.
Ci ha fatto amare Lee Masters (con Fernanda Pivano) e anche Majakowski e Alvaro Mutis (sudamericano). Le sue canzoni per anni ignorate e non le trasmesse in radio: Il pescatore è stata per mesi in classifica nella hit-parade (del venerdì) di Lelio Luttazzi, ma era censurata: un abisso rispetto ad oggi! E La canzone di Marinella sdoganata da Mina. Canzoni corrosive, liriche ermetiche e colte, con lo stile di puro chansonnier avvolto dal vento francese che soffiava sulla sua Genova. Ha decantato prostitute e disertori, invettive contro guerre e massacri. Fluidità di morte ma anche di vita, meditazioni per angelici enunciatori di una anarchia mistica bagnata nella poesia come ne L’attimo fuggente di Peter Weir.
Quante volte abbiamo strimpellato e fischiettato Bocca di rosa che poi con la PFM cambiò registro assumendo un rock levigato. Pronti tutti a rivedere quegli eroi sulla collina, trascurati ma lucenti di solitudine. Giudici e chimici insieme nelle ballate con Re Carlo che ritorna da Poitiers, grazie all’amicizia e i riflessi di un compagno di giovinezza come Paolo Villaggio (la scrisse con lui, entrambi figli dell’alta borghesia di Genova). Nasceva la convinzione che le sue canzoni intuissero con largo anticipo il divenire, che la rivoluzione era possibile ed era anche lì contenuta e fortemente evocata. Nella Guerra di Piero, il soldato preferiva morire anziché uccidere: “E se gli sparo in fronte o nel cuore / soltanto il tempo avrà per morire / ma il tempo a me resterà per vedere / vedere gli occhi di un uomo che muore”. Per questo abbiamo reclamato il servizio civile e non quello militare, non imbracceremo mai fucili, proferivamo. Ma poi gli attimi sono fuggiti davvero, eppure non ci siamo leccati le ferite perché si rimane per sempre in direzione ostinata e contraria. Ora la sua anima veglia sulla collina di Spoon River, riposa nell’Hotel Supramonte e su Via del campo, nel Fiume Sand Creek dopo lo sterminio degli Indiani d’America; nel canto arcaico e perenne di Creuza de ma e dei Monti di Mola. Dovunque ci sia sofferenza ci sarà sempre una sua canzone, che sa restituire incanto e grazia, dignità e lungimiranza.
“…Lascia che sia fiorito / Signore, il suo sentiero / quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle / dovrà riconsegnare /quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno / risplendono le stelle…” (Preghiera in gennaio)