CARRARA – L’arte la trovi nelle battaglie quotidiane della provincia. Specie se si è così fortunati e bravi da riuscire a costruire (e poi tenere in mano) le chiavi dei margini alimentati da altri margini; con tanto di confine geografico-esistenziale, che supera il limite della vocazione alla creatività fervente nella fermezza delle immagini dell’introspezione.

Ogni traversa messa di traverso alla fiere delle pubblicità più spicciola, divengono portatrici d’esperienza tormentose. Perché l’arte fa questo: danna. Oppure è gioco delle scatole dei giochini. Una banale stupidità. Quando non soltanto un vestito da indossare, finanche.

E in tutta questa difficoltà di rimanere in bilico, in uno sogno che con costanza dimostra la purezza e la forza di calamità che si può vivere giornalmente esistiti dalla furia delle ossessioni artistiche, impariamo come quando e quanto in tutti questi mondi provinciali e gioiosamente universali abbiamo il punto di riferimento meno saldo di tutti, la città di Carrara.

Qui, per dire, tutte le tensioni della maturazione di tante e tanti pittrici e pittori, scultrici e scultori sono, per poco, per molto o per sempre, transitati. Magari sciacquando la rigidità del contenutismo alla fonte fresca delle sperimentazioni, degli studi e delle passioni, ancora una volta, traversati dall’Accademia delle Belle Arti che porta ancora il segno vocativo ed evocativo – in qualche modo – del maestro Giovanni Antonio Cybei.

Allora nelle traverse della vita, delle vite nostre, ecco alla memoria recente di quando l’artista che vive a Zanego, in una dimensione di volo fra Lerici e Montemarcello, Liguria spezzina (forse), lo scultore giapponese Yoshin Ogata ci mostra le fotografie che lo vedono scolpire negli spazi carraresi prossimi alla Carriona; poi il sarzanese Giuliano Tomaino, ispiratore d’una italiana Factory, che fra Carrara e Pietrasanta trova materiali e idee; come ancora l’emozionato maestro Federico Anselmi, dalle traverse della Spezia, nato a Monterosso al Mare che gli ispirano ancora le prove di creatività su grandi vele recuperate da antichi vascelli.

In una promiscuità tra origini di pittura informale e processo verso un figurativo emozionale capace di creare “L’ultima cena” esposta al Santuario di Sant’Antonio a Gaggiola e un omaggio di memoria collettiva per la ritirata dei soldati mandati a farsi sconfiggere e sparire in Russia ai tempi della Grande Guerra; passando per la traversa quasi prossima proprio a Piazza Alberica, dove il notissimo Aldo Bandini, classe 1949 lui, viareggino di nascita e carrarino d’adozione, già e ancora professore di pittura e incisione, ricorda gli esordi con le pale d’altare e mostra qualche opera dei suoi allievi messe accanto ai suoi quadri fuori dalla norma. (ndr: Sua l’opera nella foto di  copertina)

Fino ad arrivare a un’illuminazione: la bottega di Francesco Siani. Scultore nato a Bellosguardo, in provincia di Salerno, nel 1955, Siani ha studiato all’Accademia, e vive in questa città dal mitico ’77.

Nel suo studio, che a stento contiene l’esperienza materiale di tutta la sua pressante creatività, fra una rivendicazione corrente di concetti e contettualità in mondi sempre diversi fra loro e ogni volta ‘dannatamente’ sconvolgenti e mirabilianti, provocazioni e giochi di parole/sensi, in bocca alla porta vecchia e invecchiata ad accogliere si propone l’occhio unico de “il popolo della memoria”. Questa prima serie anti-serie, ovvero dove ogni opera e unica e irripetibile, che Siani stesso definisce “archeologia contemporanea”, l’occhio altro, il nostro, deve capire che qui si troviamo in stanze visive che ridanno l’origine originaria del totem con gli evidenti innesti delle operazioni da ready-made appuntato nello stesso campo d’elaborazioni addirittura di segni, passate dalla potenza materica e simbolica di marmo, legno e ferro.

Materie che con altre (bronzo, corda, rame e juta) sono le altre molecole di nascita di queste primarie o primitive sculture. Fra le quali per sublimazione della sinergia delle fonti sale e s’alza verso noi la “Sposa nella Città delle Stelle”, pensata e realizzata in legno e bronzo.

Il testo autobiografico “Il viaggio mi racconta” (s.i.p. presso Arianna Sartori Editore, 2018) che anticipa anche tre prove di scrittura poetica di quest’artista dei calembour concettuale mai fallimentari, vedi le istallazioni, per esempio, “Mi rifiuto” e “Pazzamente” – rese rappresentazione della contestazioni e della concentrazione contro e per la società – mostrate e dimostrate al Castello di Massa che fu dei dannati e maledetti signori Malaspina, presenta l’avanzamento d’altri spazi espositivi e lavorativi di Siani.

Infatti sulla prima parete intervengono nella nostra meraviglia ancora accesa le invenzioni dei personaggi d’alcune favole, da Pinocchio in poi al Mago di Oz. Coi ricordi della infanzia a Bellosguardo che quasi sorridono insieme alle nuove scoperte di questi personaggi favolistici. Il mondo gigante del pensiero gigante di Francesco Siani, reso puntualmente da lampadine che illuminano temi e contestazioni dei temi, irrisioni e scanzonature, derisioni e stoccante ironia, sono simboleggiate da fotografie che ricordano le performance e le istallazioni, tantissime, ma anche una lunga lista di sculture moderne che testimoniano le migrazioni, le morti sul lavoro, la fratellanza universale, l’identità, le radici, la vita e la morte, la violenza contro le donne etc.

Se “Pazzamente” è l’artista intanto con la testa in una gabbia in un campo di girasoli, “Fragile” è un blocco di marmo infiocchettato, “La forza della leggerezza” è un altro masso retto da una piuma, “Ti ho strappato un sorriso” è la fotografia strappata d’una donna che ride, “Un tarlo nel cervello” è la rappresentazione del cervello con una montagna di segatura che sbuca fuori dallo stesso, ci sono almeno altre decine d’opere dello stesso valore che andrebbero raccontate e amate di nuovo.

Non a caso, forse, con la sfrontatezza dei giovanissimi ma con la superficialità dei più grandi, quest’estate, mentre l’artista era in mostra durante “Con-Vivere” nella ‘sua’ Carrara, un gruppo d’alternativi riproponeva l’idea di Mi rifiuto. Epperò senza citare Siani. Mentre con estrema facilità e la disinvoltura permessa dalla gestioni di quelle chiavi che abbiamo imparato a gestire, possiamo dire che gli specchi riscritti di Francesco Siani hanno una vitalità di disinformazione e disintegrazione della stupidità arrancante al centro delle lotte quotidiane in provincia.