Cara Matera,
ti prepari ancora una volta a indossare l’abito buono. Le luci, i droni, le parole solenni: cultura, dialogo, Mediterraneo. Ancora una volta sarai al centro dello sguardo nazionale e internazionale.
Ma mentre vieni raccontata, continui a cambiare in silenzio. E non sempre nella direzione giusta.
La lettera di Luca Colucci ha il merito di rompere questa rappresentazione e di riportare al centro una domanda semplice e radicale: che cosa resta, dopo?
È la questione dell’eredità. Matera è già stata Capitale europea della cultura. È stata un’esperienza importante, capace di produrre visibilità, orgoglio, apertura. Ma oggi, a distanza di anni, è difficile dire che quella stagione abbia prodotto una trasformazione strutturale della città. Non abbastanza, almeno, da cambiare il destino dei suoi giovani.
E sono proprio i giovani il punto da cui partire. Matera, come molte città del Mezzogiorno, continua a perdere abitanti. Nascono pochi figli, aumentano le difficoltà a costruire una vita autonoma, cresce la fatica a trovare un lavoro stabile e adeguato. Molti percorsi universitari si indeboliscono o scompaiono, i collegamenti restano insufficienti, gli spazi di socialità e partecipazione sono limitati.
Non è una percezione. È una tendenza strutturale. E dentro questa tendenza si inserisce un nodo che la lettera coglie con precisione: la sovrapposizione tra cultura e turismo.
Negli ultimi anni, la crescita della città è stata trainata in larga parte dal turismo. Un settore importante, ma che da solo non basta. Perché è spesso stagionale, fragile, a basso valore aggiunto. Perché tende a occupare tempo e spazio senza costruire prospettive di lungo periodo. Perché, soprattutto, non è in grado di assorbire e valorizzare il capitale umano che la città forma.
Quando la cultura viene ridotta a funzione del turismo, perde la sua capacità generativa. Non produce lavoro qualificato, non rafforza le competenze, non costruisce comunità. E allora, come scrive Colucci, diventa una forma di resistenza, invece che una leva di sviluppo.
È qui che la questione locale si connette a quella mediterranea. Il Mediterraneo è oggi una delle regioni più giovani e istruite del mondo, ma anche una di quelle con i più alti livelli di disoccupazione e sottoccupazione giovanile. Non è un problema di formazione. È un problema di struttura economica e di modello di sviluppo. La distanza tra competenze e opportunità produce frustrazione, mobilità forzata, fuga dei talenti.
Matera, in questo senso, non è un’eccezione. È un caso esemplare. Parlare di “Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo” significa allora assumersi una responsabilità più grande: non limitarsi a rappresentare il Mediterraneo, ma provare a interpretarne le contraddizioni e a costruire risposte.
E qui entra in gioco un’altra parola chiave: dialogo. Non un termine evocativo, ma una pratica concreta. Dialogare non significa semplicemente incontrarsi. Significa condividere obiettivi, riconoscersi reciprocamente, costruire linguaggi comuni, mettere in relazione istituzioni, università, imprese e società civile. Significa, soprattutto, creare condizioni per agire insieme.
Senza questo, il dialogo resta una parola vuota. Il punto, allora, non è se celebrare o meno questa nuova stagione. Il punto è come attraversarla.
Se sarà solo un’altra sequenza di eventi, pur importanti, il rischio è quello già sperimentato: una forte esposizione seguita da una lenta ricaduta nella normalità. Se invece diventerà l’occasione per costruire infrastrutture – materiali e immateriali – per rafforzare il sistema formativo, per sostenere il lavoro culturale, per creare spazi di partecipazione e innovazione, allora potrà lasciare un segno.
La differenza sta tutta qui: tra evento ed eredità. Matera continuerà a essere una città straordinaria, indipendentemente dalle luci che la illumineranno nei prossimi mesi. Ma oggi questo non è più sufficiente.
La vera sfida è fare in modo che chi nasce, cresce o sceglie di vivere qui possa immaginare il proprio futuro senza doverlo cercare altrove.
In fondo, la domanda è semplice, ma decisiva: Matera vuole essere una città da raccontare o una città in cui restare?
La risposta non sta negli eventi. Sta nelle scelte.
