CARRARA – Marina Abramović proclamata Accademica d’Onore dall’Accademia di Belle Arti di Carrara. Con 7 laude. E, tra l’altro, la prima donna in assoluto. Ma, magari, com’ha specificato lei, la prima davvero e non l’unica. Accademica, per dire, come il maestro Antonio Canova, tocco dei marmi.

L’onorificenza le è stata assegnata qualche giorno fa, in videoconferenza, in collegamento fra New York e la sede dell’Accademia a Carrara.

Il direttore Luciano Massari, insieme all’intero consiglio accademico, hanno assegnato alla performer serba l’alto merito dell’ente, che annovera tra gli illustri predecessori, appunto, Canova e John Flaxman, ma anche, più recentemente, lo scultore dell’amore strano, Maurizio Cattelan insieme a Massimo Bottura (2018) e Jeff Koons (2019).

Marina Abramović è nata quasi al compleanno del Sand Creek, il 30 novembre, del 1946; serba di nascita, nata per l’esattezza a Belgrado, come forse perfino ricorda e ci riferisce il suo sguardo, è nipote d’un patriarca della chiesa ortodossa serba, successivamente proclamato addirittura santo. Ma, soprattutto, da genitori partigiani. Al suo quattordicesimo compleanno, la sua prima quasi performance. Dunque la giovane studia all’Accademia delle Belle Arti di Belgrado e poco dopo passa a insegnare a quella di Novi Sad. Inizio. Iniziazione.

La prima performance italiana è datata ’74, e fu esposta nella Galleria Diagramma di Luciano Inga Pin a Milano, col titolo brillante “Rhythm 4”. Due anni prima di trasferirsi ad Amsterdam. E di conoscere il sodale, d’arte e d’amore, perché saranno insieme fino al 1988, artista tedesco Ulay. Il Leone d’oro alla Biennale di Venezia arriva nel 1997, con la strabordante esecuzione “Balkan Baroque”.

Nella sua prima performance, esplora elementi di ritualità gestuale. Usando dieci coltelli e due registratori, l’artista esegue un gioco russo nel quale ritmici colpi di coltello sono diretti tra le dita aperte della mano (il gioco del coltello). Ogni volta che si taglia, deve prendere un nuovo coltello dalla fila dei venti che ha predisposto e l’operazione viene registrata. Dopo essersi tagliato venti volte, l’esecutore fa scorrere la registrazione, ascolta i suoni e tenta di ripetere gli stessi movimenti, cercando di replicare gli errori, mescolando passato e presente. Corpo e mente, si contraddicono. Prima d’ascoltarsi. E muoversi insieme. Fino all’estremo, ovviamente. Ed è solamente l’inizio, ancora, del percorso d’Abramović.

Tra le precisazioni nella lectio magistralis, in effetti, l’artista dirà d’aver cominciato a percorrere la sua strada con successo proprio nell’ex Belpase.

In “Rhythm 5”, per esempio, il genio, compiuto l’atto finale della purificazione, salta attraverso le fiamme e si getta nella stella di fuoco che ha alimentato coi suoi capelli, con le sue unghie. Parti di sé che contribuiscono, in qualche misura, a farle perdere conoscenza. Avendo alimentato un fuoco che toglie l’ossigeno. In una stella che è il suo passato. Epperò, soprattutto, il suo passato delle sue origini geografiche-politiche. La stella della Jugoslavia. Rossa.

“Imponderabilia”, invece, è realizzata col suo compagno Ulay, a Bologna, ed in questa performance entrambi sono in piedi, nudi, ai lati di una stretta porta che consente l’ingresso nella galleria. Chi vuole entrare è costretto a passare in mezzo ai loro corpi, decidendo con imbarazzo se rivolgersi verso il lato del nudo maschile o verso quello del nudo femminile.

E’ invece “Rest Energy”, realizzata al MoMA, quella sicuramente più della in comunione: la performance si basa su lei che brandisce un arco rivolto verso di sé, mentre Ulay ne tende la corda tirando verso il suo lato una freccia puntata sul cuore della donna.

La più nota, di quelle che diventano in qualche modo in comunione, o comunque per un pezzo, condivise, nonostante siamo già nel 2010, quindi dopo anni di separazione, è sempre al MoMA: “The Artist Is Present”: in uno spazio aperto in cui è collocato un tavolo e due sedie una a fronte dell’altra, l’artista seduta guarda i visitatori invitati a sedersi. La performance dura 736 ore. E in un certo momento arriverà Ulay, appunto.

La laudatio di Fabio Cavallucci è una definizione perfetta dell’opera meritoria di Marina Abramović spiegata in sette passaggi. Le sette rivoluzioni che hanno fatto meritare all’artista naturalizzata statunitense il titolo di “Accademica di Carrara”. Innanzitutto usare se stessa e il proprio corpo come forma d’espressione artistica, di totale determinazione, per arrivare all’energia; fare del suo corpo di donna uno strumento per scardinare ogni tabù; il coinvolgimento del pubblico quasi per ogni performance, vent’anni prima che divenisse consuetudine di certa arte; lavorare in coppia, quindi ponendo dei limiti alla propria partecipazione a favore di quella del compagno, Ulay in questo caso, che fu anche suo collaboratore per 12 anni; la replicabilità delle performance, che dal 2005 divengono evento durativo; l’arte che diventa metodo, con autodisciplina e indagine interiore; l’artista che diviene parte del star system per estendere il proprio messaggio.

Un’onorificenza nei luoghi di Michelangelo e del Bernini, del materico per antonomasia, che però incontra oggi l’arte intangibile. “Una felice unione degli opposti”, l’ha definita Cavallucci, in maniere più che adeguata.

“Userò queste parole per il mio funerale, per quanto siano state precise”, comincia con humor nero il genio, mettendo questi termini in una traduzione che avrebbe potuto anche non esserci a un certo punto, visto che l’artista parla e capisce abbastanza l’italiano.

Ma la lezione dell’arista è davvero fervida di contenuti per le tante studentesse e studenti, oltre che sicuramente di molte e molti docenti, delll’Accademia nata, impregnata e cresciuta dal marmo delle Alpi Apuane.

“E’ importante lo stato d’animo, mentale, nell’atto della creazione, avere e praticare la facoltà di scegliere il mezzo d’espressione che si preferirà. Ogni materiale, può diventare mezzo. Dal marmo, al cielo, al corpo”. L’artista è una fonte di chiarezza.

“Bisogna innanzitutto chiedersi, ma voglio davvero diventare un artista? Fatto ciò. Dirselo non basta. Serve superare mille ostacoli reali. Il posto più adatto non è necessariamente uno studio o un atelier, e non bastano i libri, ma serve avventurarsi nella realtà, nell’ignoto, uscire dalla propria zona di sicurezza”. L’artista insegna davvero.

Poi racconta sinteticamente il suo percorso personale, con cenni biografici, puntando sui momenti che le hanno fatto trovare l’energia profonda, il bisogno d’esibirsi insieme al pubblico e di superare ogni muro con l’esterno, dopo essersi conosciuta, svuotandosi durante le tante performance. The Artist in Present su tutte.

“Della performance non rimane traccia, se non nell’energia di comunicazione che si riesce a sprigionare. Con quelle più lunghe, poi, si riesce a confondere l’arte con la vita. A intrecciare i due mondi. E in quei momenti è avvenuta una trasformazione spirituale in me”.

Dopo il suo passaggio, amiamo di più l’arte. E disprezziamo sempre più i creativi della domenica pomeriggio e del post-lavoro.

NUNZIO FESTA