Ne ricorderemo sorriso, educazione e competenza sopratutto quando si trattava di dire cosa andava fatto e non era stato fatto nella ”Basilicata sulle stampelle” per gestire il territorio, frenarne il degrado…dai dissesti idrogeologici all’erosione costiera. Giulio Cocca, scomparso a 77 anni, resterà un ”forestale” per sempre come ci aveva più volte detto quando lo incrociavamo in bici, dopo la pensione, per mantenersi in forma o durante convegni o per la presentazione di libri altrui o propri come “Ambiente e tradizioni fra boschi e popolazioni (1950-2000)” e quello più recente, che abbiamo recensito, come ” La forza della speranza. Ricordi ed emozioni di un lucano”. Lo ricordiamo nella Caserma, ora in abbandono, di via Nazionale a Matera, in un ufficio dall’arredo datato e interamente inventariato, ma in buono stato, tra mappe e foto in bianco e nero di opere eseguite ”a regola d’arte” per regimare le acque dei canali o bloccare le frane, con interventi di forestazione, briglie, scolmatori e via elencando. Ricordava date, importi, luoghi e circostanze, segnalazioni e la lungimiranza della politica del tempo di ascoltare i suggerimenti di quanti -come lui- operavano sul campo e avevano contezza delle cose da fare.” I fiumi – diceva – devono fare il loro corso, ma occorre evitare di stravolgerne i corsi, territori. Tutto ha un senso e una funzione, comprese le attività silvo pastorali”.E ci parlava del ruolo delle podoliche, anche se qualche volta scantonavano sui binari della ferrovia creando rischi per sè e per i treni. Era amato dai suoi collaboratori, alcuni dei quali stanno portando avanti una eccellente carriera e altri che abbiamo visto stringersi accanto ai figli, come Carmine che ha seguito gli insegnamenti paterni e l’amore per il territorio. Don Giulio, come lo chiamavano in tanti, si era impegnato anche in politica nelle fila della Dc ed era stato sindaco di Grottole (Matera)negli anni Novanta. Aveva contribuito alla nascita di di testate specializzate come ” Economia&Territorio” edita da I.E.M srl per l’ex Consorzio dei Comuni non montani e redatto note interessanti per gli speciali di varie testate dal settimanale Città domani a Basilicata Regione. Lo ricordiamo impegnato anche nelle attività di associazioni come il Serra Club.Se n’è andato un pezzo della storia del Corpo Forestale dello Stato della Basilicata e del Mezzogiorno, prima che la riforma ” voluta dall’alto” decidesse altro posizionamento. Lo ricorderanno in tanti, per le attestazioni e i riconoscimenti ricevuti come dottore Agronomo e Forestale Emerito in virtù della brillante carriera lavorativa, svolta a servizio della pubblica amministrazione sin dal 1967 nella quale ha operato nel settore forestale sia per la regione Basilicata che per la regione Puglia. E l’articolo che riproponiamo ne confermano competenze e attenzione alla tutela del territorio.

Vincenzo Viti : Ricordo di Giulio Cocca

“Ieri ho voluto ricordare, nella Chiesa di San Paolo, Giulio Cocca,esponente di quel mondo sortito dal paese, vissuto come patria civile e come romanzo di formazione, e approdato poi alle responsabilità regionali e interregionali di guida  dell’Amministrazione forestale. Un settore assolutamente vitale nella economia di una regione interna e boschiva. 
Ho inteso ricordare una personalità generosa e garbata, testimone di una misura civile ormai rara nel tempo della “dismisura” , agitato dal rancore e dalla violenza verbale. 
Un protagonista discreto e operoso, coerente con un’ idea di natura non intesa come “suolo sangue e confini”  ma come orizzonte umano,come luogo della rigenerazione e percio’ come ricchezza da coltivare fuori di visioni estreme e conflittuali.  
Giulio Cocca, sia nel servizio civile sia nell’impegno politico, cui è stato più volte chiamato  forzando la sua discrezione, ha sempre saputo declinare le virtù del rigore e della offerta di sé con una disponibilità gratuita, generosa che ha lasciato tracce nei mondi che ha frequentato e nelle pagine che ha scritto e  nelle quali ha trasferito pagine di diario, osservazioni  disincantate  e severe sui costumi e sui valori professati talvolta insidiati dalle trasformazioni sociali, insieme con notazioni erudite e curiosità professionali.
Ricordarne figura e lascito morale diviene perciò un dovere della coscienza e della memoria in una città, ma non quella delle istituzioni probabilmente distratta, che invece lo ha voluto salutare non facendo mancare  un diffuso e sincero tributo di  stima.”

EROSIONE COSTIERA
E RIMBOSCHIMENTO

di Giulio Cocca da “Basilicata Regione”
Il rapporto fra l’uomo e
il territorio, da sempre,
è stato difficile e
laborioso, passando da un
uso indefinito e senza particolari
regole e comportamenti
ad un uso più ragionato
ed ispirato e legato a
rigorosi parametri di gestione.
Tutto questo, allo
scopo di evitare sconvolgimenti
o degradi irreversibili
e dannosi per la stessa
sopravvivenza dell’uomo.
In questa ottica si inserisce
il problema dell’arretramento
delle coste lungo il
litorale jonico di Basilicata
e interessa non solo gli
operatori turistici e rurali
della zona, ma l’intera comunità.
Esso, al momento, ha
assunto una rilevanza non
più trascurabile in quanto
gli effetti negativi dell’arretramento
delle coste si
concretizzano nell’avanzata
delle acque del mare,
nell’erosione delle coste e
nel danneggiamento delle
bellissime spiagge sabbiose
del Mar Jonio, con grave
pregiudizio per gli investimenti
e i territori retrostanti
i quali sono collegati
con le aree più prossime
al mare da strettissimi
nessi non facilmente
distinguibili e selezionabili.
Gli oggetti economici
più a rischio, di fronte atale emergenza, sono, soprattutto,
le strutture turistiche
e le bellezze naturali,
fonti inesauribili di ricchezza
e di benessere economico,
qualora vengano
amministrate saggiamente
e con idee più chiare e
lungimiranti. L’intero
problema della aggressione
del mare nei confronti
del territorio va, certamente,
risolto attraverso
una più stretta relazione
di studio fra le dinamiche
delle acque marine e quelle
fluviali, concertando un
più stretto confronto su
basi razionali e su più approfondite
riflessioni.
Al riguardo, però, pur
condividendo che il controllo
e la disciplina dei
parametri di governo delle
acque marine e delle acque
fluviali sono essenziali
ed importantissimi per assicurare
un valido contributo
e concorso per la soluzione
delle questioni
delle quali si discute, ritengo
che il problema vada
affrontato attraverso
una analisi ed una riflessione
di maggiore portata
e di più vasta valenza che
coinvolga altre componenti
che, seppure più
modestamente influenzano
comunque, il comparto
in maniera positiva.
Volgere l’attenzione alle
dune marine, dando ad esse
una maggiore consistenza,
può costituire un
ausilio maggiore per la difesa
delle devastanti forze
che tendono a favorire e a
facilitare l’avanzata del
mare. Al momento l’erosione
delle coste, probabilmente,
non è né maggiore
e né minore di quanto
si è verificato, mediamente,
nel passato.
Pur tuttavia, le preoccupazioni
e l’allarme sono al
di sopra del livello di
guardia per amministratori,
imprenditori e comuni
cittadini che operano nei
vari settori lungo il litorale
jonico di Basilicata in
quanto l’avanzata delle acque
marine mette a rischio
i notevoli investimenti,
di carattere pubblico
e privato, che negli ultimi
decenni sono stati attuati
lungo l’intera fascia
costiera metapontina.
Percorrendo i circa 40
chilometri di costa, si ha
modo di osservare come le
onde del mare, in più
punti, minacciano o, ancor
peggio, hanno gia distrutto,
strutture turistiche
e attività sociali di carattere
pubblico e privato
senza che alcun efficace
strumento o schema difensivo
possa aver avuto
modo di essere realizzato e
abbia, quindi, potuto sperimentare
e manifestare la
sua efficacia e capacità di
contenimento. Sicché l’allarme,
alla luce delle nuove
situazioni e condizioni
create dall’uomo, effettivamente,
è evidente ed
obiettivo.
A maggior rischio sono
tutte quelle innumerevoli
strutture pubbliche e private,
soprattutto di carattere
turistico, localizzate
in prossimità della battigia.
È doveroso far rilevare,
però, che la pubblica
amministrazione già nel
passato aveva colto l’interesse
su questo problema e
attraverso il Corpo Forestale
dello Stato, nell’immediato
dopoguerra, aveva
avviato una serie di interventi
di sistemazione
idraulico-forestale finalizzati
alla difesa delle attività
rurali che si avviavano
verso una forte politica di
trasformazione e di miglioramento
fondiario
nell’ambito della piana
metapontina.
L’azione difensiva
espressa dal popolamento
arboreo forestale posto in
opera aveva lo scopo principale
di difendere gli insediamenti
rurali e le colture
dal sorrenamento
operato dalle sabbie molto
mobili e di costituire una
valida ed efficace barriera
frangivento contro le
brezze marine cariche di
salsedine. Nel contempo,
si valorizzò un suolo non
utilizzato e si migliorò un
ambiente che mai nessuno,
a quel tempo, pensò
che, successivamente, sarebbe
stato al centro di
grandi e rilevanti attività
turistiche e ricreative. La
fissazione delle dune, originariamente
instabili e
molto mobili, rappresentò
il primo problema da risolvere
per assicurare l’attecchimento
della vegetazione
erbacea, prima, e arborea,
poi. Il tutto fu impostato
nell’ambito di una
logica che teneva conto
del dinamismo della linea
di spiaggia, legato, strettamente
ed indissolubilmente,
alle azioni idriche
sotterranee della terra ferma
e, parimenti, all’idrodinamismo
di carattere
marino.
Il rimboschimento delle
dune e la sistemazione di
esse rappresentavano, in
quel momento, il nodo
intorno al quale poteva
stabilizzarsi un equilibrio.
La pubblica opinione non
si sentì coinvolta, se non
fosse stata interessata dalla
occupazione che ne derivò.
La pubblica amministrazione,
invece, pur
adottando il programma,
lo inquadrò, più che in
una rigorosa visione di
controllo costiero,
nell’ambito delle finalità e
degli scopi che la pianificazione
e la trasformazione
fondiaria, che nell’immediato
dopoguerra si
stava attuando, volevano
perseguire in applicazione
delle leggi disciplinanti la
bonifica integrale. Il diverso
ragionamento e la
diversa visione dei problemi,
tanto da parte della
pubblica opinione quanto
da parte delle amministrazioni,
è da porre in relazione
alla forte differenza
di interessi esistente fra la
esigenza sociale ed economica
dell’immediato do-
Il mare avanza e la vegetazione cerca di frenarlo come può. L’azione delle piante più che volta a resistere all’onda è indirizzata a fissare la duna
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poguerra rispetto alle esigenze
attuali. L’instabilità
della linea di spiaggia che
si evidenzia attraverso l’alternanza,
nel tempo, fra
l’arretramento e il ripascimento,
a causa del trasferimento
di materiale, è,
come prima si è detto, un
problema antico che non
ha mai creato grandi difficoltà.
L’assenza di sensibilità
nei confronti dell’aggressione
del mare, che in passato
si è pure verificato, si
giustifica per la inesistenza
quasi assoluta, in
quell’epoca, di insediamenti
turistici e sociali in
prossimità delle coste.
Lo studio e il controllo
della linea di spiaggia erano
appannaggio esclusivo
e riservato a studiosi e agli
addetti ai lavori.
È fuori di dubbio che allora
erano prioritari ed essenziali
altri interessi, collegati
alle trasformazioni
fondiarie e al miglioramento
delle condizioni
sociali nei centri abitati e
nel campo rurale. Tali interessi,
di grandissima e
fondamentale importanza,
prevalevano su ogni altra
attività o iniziativa, in
quanto costituivano un
caposaldo importante per
lo sviluppo che, successivamente,
si è verificato
lungo l’intero arco metapontino
della Regione Basilicata.
È rilevante, poi, sottolineare
che nell’immediato
dopoguerra pochissime
persone si recavano in vacanza
durante il periodo
estivo, a mare e non vi erano
insediamenti turistici o
di altro regime economico,
fissi, o anche precari,
in prossimità delle coste.
In conseguenza, nessun
concreto problema si poneva
alla gente qualora la
linea di spiaggia arretrasse
o avanzasse di qualche
metro in più o in meno rispetto
a qualche eventuale
punto preso a riferimento.
Pur tuttavia, per gli addetti
ai lavori, già nell’immediato
dopoguerra si ponevano
i problemi che,
collegandosi alle attività
sociali e rurali che si dovevano
sviluppare lungo la
fascia interna metapontina,
evidenziavano e conducevano
alla necessità di
dover fermare la duna marina
in continuo movimento
e in possesso di un
elevato grado di instabilità
e dinamismo. La forza dei
venti, l’azione del mare, la
mancanza di copertura vegetale,
la scioltezza e l’incoerenza
delle sabbie marine
erano le cause principali
che generavano la
mobilita delle dune sabbiose
e potevano creare
grandi difficoltà alle attività
agronomiche e agli
insediamenti umani che
dovevano svilupparsi
nell’entroterra, anche attraverso
lo smerigliamento
operato sulla vegetazione
agraria. Le dune assumevano
forme e sezioni
caratteristiche in dipendenza
dello spirare del
vento dominante. La loro
disposizione a codoni,
perpendicolari al vento
principale, era modificabile
facilmente e nel loro
moto, a volte per diecine
di metri all’anno, potevano
sommergere strutture
realizzate dall’uomo.
Sicché si ritenne di intervenire
lungo tutto il litorale
con la realizzazione
di opere di difesa idrogeologica
e di sistemazione
forestale aventi lo scopo di
fissare le dune marine,
inerbire la prima fascia
prospiciente il mare e, immediatamente
dopo, far
affermare la vegetazione
arborea.
Tutte queste opere,
ideate e progettate dal
Corpo Forestale dello Stato
furono attuate nell’ambito
di un più vasto disegno
tecnico integrato, ove
la trasformazione fondiaria
per concretizzarsi razionalmente
aveva la necessità
di collegarsi al riassetto
territoriale, inteso e
attuato nella sua più ampia
accezione.
L’attività si iniziò, in
prossimità del mare, con
la fissazione delle dune
che avvenne attraverso la
realizzazione di cannucciate,
graticciate ed altre
rudimentali barriere e con
lo scopo, anche, di proteggere
le giovani piantine
dall’azione del vento e dallo
smerigliamento operato
dalla sabbia trasportata.
Durante la stagione estiva
la aridità è stata sempre
notevole sicché, per assicurare
l’attecchimento, le
piantine furono soccorse
con adacquamenti, utilizzando
acqua riveniente da
improvvisati pozzi realizzati
sul posto.
Tutte le specie utilizzate
avevano caratteristiche di
spiccata resistenza alla aridità,
alla facilita di attecchimento,
alla frugalità,
Rimboschimento litoraneo di conifere realizzato su mazzuoli, allo scopo di affrancarlo dalla salinità dell’acqua affiorante,
e distrutto dal fuoco
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alla salinità e alle notevoli
difficoltà della stazione.
Fra le specie più importanti
e diffuse vanno ricordate
la Psamma Arenaria,
Arundo Donax, Tamarix
Gallica e numerose
specie erbacee appartenenti
alla famiglia delle
graminacee, ciperacee,
chenopodiacee, crocifere,
cariofillacee, ombrellifere.
L’affermazione di detta
vegetazione oltre a consentire
la fissazione della
sabbia, assicurava un relativo
stato di freschezza al
suolo, molto utile per
quelle piante più esigente
che, contestualmente ad
esse stesse, venivano poste
a dimora.
Dopo aver conseguito
un primo consolidamento
delle dune con l’intervento
e l’impiego della vegetazione
indicata si avviò la
costituzione, più internamente
e immediatamente
dopo, di una fascia vegetale
che doveva costituire il
vero baluardo difensivo
per il rimboschimento litoraneo
che si intendeva
realizzare a difesa del metapontino.
Si posero a dimora
arbusti e piante arboree,
anche esse, dotate
di alta resistenza alla ingrata
stazione. Si piantò,
principalmente, Acacia saligna,
Juniperus Oxycedrus,
Pittosporum Tobira,
Pistacia Lentiscus.
Tutte queste piante oltre
a possedere una notevole
capacità di resistenza, posseggono
una forte potenzialità
di recupero di fronte
a possibili e frequenti
situazioni estreme e di
emergenza, e, a volte anche
esiziali.
La più vasta area, posta
più internamente e costituente
il vero e proprio
rimboschimento, fu interessata
dalla piantagione
di essenze arboree, in prevalenza,
Eucaliptus Camaldulensis,
Eucaliptus
globosus, Pinus Pinea, Pinus
Pinaster, Pinus Halepensis,
Pinus Brutia, Pinus
Canariensis, Cupressus
macrocarpa, Cupressus
arizonica e qualche fenotipo
di casuarina e
myoporo.
In alcune aree, ove la
falda del mare affiorava, si
fece ricorso alla mazzuolatura
per porre le piantine
in condizione di affrancamento
dall’acqua e dalla
salinità marina. Ove questa
operazione non fu possibile
realizzare si favorì la
conservazione dell’habitat
naturale preesistente. L’intero
complesso boscato,
così come è stato composto
e realizzato, si è sviluppato
con positivi risultati
ed ha estrinsecato tutte
quelle funzioni che i progettisti
avevano indicato
fra gli obiettivi prioritari
del programma. Da alcuni
anni, purtroppo, a causa
di una mancata serie di interventi
manutentori, l’intero
comparto boscato è
sottoposto all’attacco indiscriminato
di agenti patogeni
e parassitari che
mettono a rischio la validità
e la funzione dell’area
boscata di cui si tratta. È
necessario che la pubblica
amministrazione si renda
pienamente conto
dell’importanza che il
complesso forestale litoraneo
riveste nei confronti
della difesa idrogeologica,
oltre alle altre importanti
funzioni. Non si può abbandonare
agli eventi distruttivi
un patrimonio
che per la sua sopravvivenza
richiede interventi
di manutenzione e conservazione
relativamente modesti,
rispetto agli altissimi
costi che furono sostenuti
per la originaria sistemazione.
Esso rappresenta
ancora l’unica difesa terrestre
esistente che, nonostante
tutto, continua a
confrontarsi ed a combattere
contro le onde marine,
quanto mai, aggressive
e devastanti.
L’auspicio è che una
azione programmatica integrata
e combinata, che
tenga conto delle interferenze
e delle azioni dinamiche
che emergono dal
mare e dalla terra ferma,
sviluppi un pensiero e una
filosofia di intervento capace
di governare e controllare
un evento della
natura che, in mancanza
di adeguate misure di controllo,
potrebbe compromettere
una economia che
è fortemente tesa a conseguire
un grado di efficienza
e di operatività di notevole
interesse e spessore.