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MATERA 2019 A RISCHIO “GENTRIFICATION”

Dopo qualche perplessità, ho deciso di pubblicare l’intervento di Vanni, mio figlio, manomettendolo e facendolo diventare un lavoro a quattro mani. Al di là del suo valore, potrebbe diventare una buona pratica di Giornalemio.it per allargare ad altre voci.

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Da diversi anni a Matera arriva un numero crescente di turisti. Da due anni a questa parte, con la candidatura e la designazione a Capitale della cultura 2019, il fenomeno è visibile a tutti.

Chi siano questi turisti, quanti siano e da dove vengano non è facile saperlo. Sulla base dei dati a disposizione, percentuali e numeri conosciuti sono sicuramente in difetto per via dell’economia sommersa e perché le presenze sono calcolate su parametri non univoci. Il dato non è accurato, ad esempio non vengono conteggiati e forse neanche stimati i visitatori “mordi e fuggi” che vengono dai luoghi limitrofi e che in giornata tornano a casa o dormono nella vicina Puglia. Insomma, non ci sono dati certi ma opinioni.

Non siamo la prima cittadina ad essere interessata ad un fenomeno del genere, né tanto meno possiamo dirci sorpresi: è il risultato di un lavoro di marketing portato avanti da tempo e che ha avuto un’accelerazione importante grazie, o per responsabilità, del Comitato MATERA 2019, da un team costituito prevalentemente da comunicatori ed esperti di web che ci ha lavorato molto anche attraverso i nuovi e potentissimi strumenti del marketing, i cosiddetti “social”.  Alcune delle cittadine investite dal ciclone turismo sono state in grado di gestirlo e di beneficiarne in un’ottica lungimirante e programmata, ponendo le basi per un futuro migliore del loro presente; altre si sono fatte travolgere e hanno approfittato del momento per arraffare quanto più possibile, con risultati di corto respiro. Due esempi per tutti, Salamanca in Spagna e Alberobello in Puglia. Facile indovinare il diverso destino.

Cosa succede in una città che diviene meta turistica e cosa succede o succederà a Matera?

Sicuramente è in atto il fenomeno noto come “gentrificazione” dei centri storici. Vale la pena chiarire meglio l’evoluzione del significato di questa parola “gentrification”, anche per comprenderne l’assuefazione e spesso la buona accoglienza che lo sfiguramento della città ha presso la pubblica opinione.

L’espulsione più o meno brutale di chi ha inventato qualcosa, da parte di chi pensa che quella cosa sarebbe piuttosto interessante se solo il suo inventore si levasse di mezzo, riassume più o meno buona parte della storia del capitalismo. Si ripete pressoché all’infinito la medesima vicenda, di quello che sta sperimentando, che so, la ruota, osservato con una certa attenzione dalla caverna di fianco da un altro tizio, il quale non ha in mente di solito alcun miglioramento tecnico (quelli al massimo arriveranno dopo per vie traverse), ma solo di guadagnarci parecchio, rivendendo la pensata a un pubblico festante. Solo, piccolo particolare, si tratta di liberarsi con un bel colpo di clava in testa dell’inventore, o magari di convincerlo a consegnare volontariamente il trabiccolo in cambio di poco o niente, andandosene poi magari a inventare qualcosa d’altro, che sia la lampadina a incandescenza, il telefono, il sistema operativo di un computer. Ci hanno costruito sopra anche tutta la storia del diritto di sfruttamento e dei brevetti sulle innovazioni, su vicende del genere, ma certo applicare a una «invenzione» come la città il medesimo schema sarebbe troppo rudimentale, e così dal cappello del prestigiatore salta fuori la parola gentrification con tutti i suoi annessi e connessi, prevalentemente ideologici.

Quando la sociologia conia negli anni ’60 il termine gentrification per definire il processo di trasformazione sociale strisciante ma radicale degli ex quartieri popolari, coglie perfettamente nel segno: vede esattamente lo stesso meccanismo che una volta si chiamava «sventramento», ovvero demolizione di un quartiere urbano e sostituzione con un altro, abitato da chi aveva potuto permettersi direttamente o indirettamente di finanziare tutto il processo: campagna di stampa sugli orrori, piccone e carriola per tirar giù i vecchi fabbricati tenendo magari buono qualche simbolo folk come ciliegina, e costruzione sulle ceneri del monumento al proprio esclusivo benessere.

Gli abitanti precedenti, fuori dai piedi, cacciati chissà dove, magari a «inventarsi» la loro ruota, che sarà poi rubata da altro successivo furbacchione. Perché si tratta esattamente di questo: c’è un nulla, o qualcosa che non vale nulla, e alcune persone con la loro vita e agire gli danno valore, valore urbano, poi dalla caverna accanto qualcuno li vede e decide che sarebbe molto conveniente levarli dai piedi. Lo si può fare in tanti modi, ad esempio facendo diventare chi fa gentrification un vero salvatore della patria, che «crea ricchezza», altro che appropriarsi di valore altrui.

C’è almeno una cosa che accomuna la migliore urbanistica agli inventori spontanei di città: entrambi non perdono mai di vista il fattore umano, la qualità dello spazio e delle relazioni, provano per quanto possibile insomma a realizzare degli ideali di giustizia, bellezza, efficienza. Ovviamente il pioniere che si insedia lo fa dal proprio punto di vista esclusivo, mentre l’urbanistica prova a fissare delle regole generali, ma è indubbio che deve restare costante il riferimento alla complessità, alla qualità quotidiana, a cose come il rapporto pubblico privato, la sicurezza perseguita soprattutto per vigilanza spontanea, una specie di ergonomia dei quartieri che sfugge del tutto a chi assume prospettive troppo lontane e specializzate. Lontane e specializzate come sono (vogliono essere, non è mica una condanna) quelle dei tanti economisti che si cimentano con la città, cercando di ridurla alle loro sofisticate tabelline dei valori monetari, ma saltandone a piè pari e allegramente fattori determinanti.

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Questa orrenda parola in italiano non significa nient’altro che “imborghesimento” delle aree centrali cittadine: quelli che erano in origine quartieri popolari diventano quartieri ambiti dai borghesi, dai benestanti e dagli imprenditori, che nel giro di poche decine di anni e attraverso artifici di varia natura, si sostituiscono agli abitanti originari. E siccome fa tanto “cultura”, nei centri storici come nei Sassi non si sventra più, semplicemente si cacciano i vecchi abitanti, le storie popolari che li hanno inventati.

A questo fenomeno di imborghesimento se ne associano altri:

  • Vi è un interesse sempre crescente verso le attività commerciali. Dapprima, una nuova forma di auto imprenditorialità che allevia il problema della disoccupazione; un’opportunità per chi ha voglia di avere un lavoro autonomo, anche solo per sganciarsi dalle logiche familistiche e clientelari dominanti. In una seconda fase, anche queste forme di autoimprenditorialità sono destinate ad essere sostituite da forme più strutturate di business. Solitamente dai grandi marchi in mano alle multinazionali (i cosiddetti monomarca), che rilevano a prezzi cui difficilmente si può dire di no, o perché al rinnovo i contratti di locazione, subiscono incrementi tanto esosi da scoraggiare i vecchi locatari, specie se si tratta di negozi tradizionali o poco remunerativi da un punto di vista turistico.
  • Uguale dinamica nel mercato immobiliare: i fitti alle stelle perché il rientro economico di un B&b o di una casa vacanza è moltiplicato rispetto ad una locazione semplice. E i fitti salgono anche in periferia, così come i prezzi delle case, nonostante quella parte di città non beneficia degli effetti del turismo. I prezzi di acquisto salgono e ben presto i grandi investitori stranieri arrivano in massa e comprano, a prezzi insostenibili per gli abitanti del posto, gran parte del patrimonio immobiliare appetibile nel centro storico, palazzotti nobiliari, nei Sassi.
  • L’aumento dei prezzi soprattutto in centro, scoraggerà i materani che lì ci vanno per passeggiare, fare acquisti o per passare la serata, preferendo posti periferici se non paesi vicini, a portata economica.
  • Anche i servizi essenziali in centro, sostituiti da negozi di altra natura, si trasferiscono fuori o spariscono.
  • E poi ci sono i problemi della mobilità: parcheggi, caos nella ztl per l’immobilismo e la pervicace incapacità amministrativa. E’ facilmente intuibile che anche quelli che potrebbero permettersi una cena in un ristorante del centro o farsi una passeggiata, desistano preferendo luoghi meno problematici.

In poche parole, i centri storici delle città diventano centri commerciali a cielo aperto, non luoghi e poco altro. Tutto questo sta succedendo e succederà a Matera, era facilmente prevedibile e nulla si è fatto per impedirlo o cambiare rotta, almeno al momento.

Paradigmatico di questo e di come questi processi non vengano in nessun modo valutati e gestiti è il fatidico Capodanno di Rai 1, cinquantamila le presenze previste!

E’ interessante trarre qualche insegnamento anche dal punto di vista commerciale Vi sarà senza dubbio un notevole incremento delle entrate per le attività del centro. Le vicine cittadine della puglia, geograficamente e strutturalmente meglio collegate rispetto al più vicino dei paesi lucani, ne trarranno giovamento in termini di presenze alberghiere. I grandi eventi evidenziano il deficit  di posti-letto e spingono gli abitanti temporanei verso altri lidi.

In generale, si raggiungerà il picco dei consumi in quel giorno e magari nel successivo e poco altro.

Chiunque osservi le frotte di turisti che si aggirano nei momenti topici del delirio turistico a Matera, si accorgerebbe che gran parte di questi flussi riguardano regioni vicine. Un turismo giornaliero, di prossimità organizzato da tour operator che tutto compreso, menù turistico, sosta bar e souvenir tailandese, vale una ventina di euro a persona.

Chi ha programmato di spendere ingentissime somme nel quadriennio per accogliere il Capodanno di  mamma RAI ci ha riflettuto, con esperti di flussi turistici, con l’amministrazione cittadina e con i vari portatori di interesse? (altra definizione orribile)? A naso, sembrerebbe di no e non sarebbe un caso isolato, ma la norma!

E’ l’emergenza, vera o presunta, a guidare le scelte materane. Ma quì si scherza col fuoco se si tiene in conto che, in questa breve disamina, si sono analizzati solamente aspetti materiali e non si è fatto cenno a questioni importantissime inerenti maggiormente alla qualità della cittadinanza, agli effetti di progressivo straniamento della comunità nello snaturarsi della città, sempre più irriconoscibile e impraticabile, nel percepire che tutto il dibattito politico è incentrato su questioni lontanissime dalle sue drammatiche problematiche. Di certo,  nulla a che vedere con una gestione armonica dello sviluppo cittadino.

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Poiché chi esprime opinioni contrarie è spesso tacciato di disfattismo mi permetto, pur non avendone le dovute competenze, di suggerire ed elencare brevemente l’indice di un quanto mai breve e urgente libricino dei sogni:

1-Superare il cerchio magico che governa attualmente MATERA 2019 inserendo e affiancando a esperti e personalità di rilievo internazionale, intelligenze presenti sul territorio completamente ignorate fino ad oggi; possibilmente implementando procedure certe e democratiche di assegnazione dei fondi nettamente separate da criteri partitici.

2- Condividere gli obiettivi in forma trasparente, possibilmente elevando la tipologia dell’offerta turistica in modo da attrarre una categoria di viaggiatori interessata meno alla contemplazione del creato e maggiormente alla conoscenza e all’esperienza diretta della cultura.

3- Allargare, prima che alla regione intera e alla vicina Puglia, le opportunità esistenti ai quartieri periferici della città e alle fasce che non beneficiano e che anzi subiscono questo esploit turistico.

4-Governare le attività commerciali attraverso un piano di gestione del commercio.

5-Trasferire l’ente regionale preposto al turismo a Matera, possibilmente dotandolo di un ufficio in grado di monitorare la situazione e coordinare il tutto.

Ad maiora!

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5 Commenti

  1. E dal 1994, quando per il cambiamento post Manipulite, si fronteggiarono ” I Progressisti” e la ”’ Casa della Libertà”, che a Matera si parla di Piani strategico, strutturale, commerciale, della mobilità e del ”laissez faire”. Da allora va avanti quest’ultimo, con tutti i limiti del caso, I piani non ci sono e nemmeno la cornice come quella per il marketing turistico. Dopo la bolla il sistema si riassestera da solo ma, intanto, i buoi saranno scappati dal recinto e Matera (auguriamoci il contrario) si ritroverà con gli stessi problemi di inconciliabilità e ingestibilità dei flussi e dei costi che sono costretti ad affrontare Roma, Venezia, Firenze e con i residenti ”costretti” a subire gli effetti ma non i vantaggi di un turismo ”confezionato da altri per altri”. L’evento del Capodanno Rai, che apprezziamo per i ritorni di immagine, ci trova impreparati perché confezionato altrove. Però un posto in prima fila, almeno in tv, i materani e la gente di Basilicata lo avrà fino al 2019. E il canone è gia in bolletta. O, Michele, vuoi piazzare un’altra vertenza,,,o polemica? Franco

  2. La qualità prima della quantità. Dare senso alla bellezza perché essa non sia abbagliante ed effimera come quella di una donna nel fiore degli anni, ma eterna in quanto al di là del tempo. Il progetto da portare avanti non può limitarsi ad avere come meta il solo 2019, ma processo continuo di quell’armonia che i nostri padri ci hanno dato in eredità, un’eredità che merita rispetto e che non si può e non si deve ingannare

  3. interessante, inizialmente il discorso un pò complesso, l’analisi è fondamentalmente giusta, ci aggiungerei che andrebbe fatto uno sforzo per far si che la “cultura” diventi elemento sociale e ciò accade solo con l’educazione ovvero scuole, accademie, laboratori, formazione, non casuale ma permanente, perchè non sono gli eventi e gli expò a creare cultura se questa non è prima di tutto una opportunità per chi vive sul posto. Poi visto che l’abito non fa il monaco, l’ufficio del Turismo a Matera fa poco se gestito da funzionari e impiegati incapaci. E ci vuole una cabina di regia che sia composta da eccellenze regionali e che non sia solo composta da politici ( sindaco di Matera e presidente Regione) ed esperti esterni come Verri che poco sanno del territorio ed una volta finito il 2019 cercano di avere qualche altro incarico perchè la loro vita è ricevere incarichi. I grandi architetti fanno edifici dove loro non vivono, infatti chi ci vive in genere bestemmia l’architetto perchè lo stile è bello, ma la casa invivibile.

  4. Un territorio è caratterizzato dalla cultura che vige, che lo permea. Riduttivo mi pare porre la questione fra produttori di cultura e fruitori, come se si trattasse solo di spettacoli o manifestazioni unidirezionali. Per intendere e fruire correttamente un prodotto culturale occorre il tessuto intrinseco di parità percettiva. Esempio: un quadro di PIcasso, Guernica, può essere apprezzato nella sua propria epoca; se in un ipotetico viaggio nel tempo esso venisse mostrato ad artisti del 1.300 dc, non sarebbe compreso,, non potrebbe trasmettere pathos alcuno e sarebbe cestinato senza clamore alcuno, La questione materana (e meridionale) si incentra sulla capacità residuale di fare cultura di un territorio che disperde le proprie giovani menti – portatrici di innovazione – in favore di territori lontani e culturalmente più avanzati, che meglio assorbono le loro capacità, e precipita nello svuotamento progressivo e inarrestabile della capacità di fare cultura, di innovare il pensiero, di scoprire nuovi orizzonti propri, autonomi, differenti – ove possibile – dagli stereotipi imposti dalla piattezza commerciale dominante. Quindi dobbiamo chiederci – correttamente – in quale misura l’appuntamento MT2019 è effettivamente correlato con al cultura vigente nel territorio – e quale – e soprattutto se e in che maniera potrà incidere sulla crescita culturale del nostro territorio, per evitare, come paventato, che sia ancora una volta un film girato da altri fra le nostre case e destinato ad altri, mentre noi qui si fa le comparse e i servi di scena, mentre (i soliti) si riempiono le tasche di zecchini per servizi resi. In che misura MT2019 potrà contribuire ad arrestare la emigrazione delle nostre leve intellettuali e professionale, ad innestare QUI, nel Mezzogiorno e a Matera, un processo di autosviluppo economico e quindi culturale che ci possa far essere, non “capitale” che è solo propaganda, ma città, semplcemte Paese, luogo europeo di cultura e non palcoscenico suggestivo di Caroselli altri e ed altrui destinati.

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