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La Basilicata cresce, ma continua a svuotarsi

Il problema della regione non è soltanto la perdita di popolazione. È un modello di sviluppo che non trasforma le risorse disponibili in lavoro di qualità, servizi accessibili e possibilità concrete di restare.

La Basilicata continua a perdere abitanti. È il dato che ritorna in ogni rapporto sulla condizione regionale e che, quasi inevitabilmente, finisce per riassumere tutti gli altri. Ma limitarsi a registrare lo spopolamento rischia di scambiare l’effetto per la causa.

Vivere in Basilicata è diventato più costoso, faticoso e insicuro; il diritto di restare non è sostenuto da una rete adeguata di lavoro, servizi, mobilità, assistenza e opportunità formative. Il saldo migratorio interno del 2025, pari a meno 5,5 per mille, conferma che la regione continua a cedere popolazione al resto del Paese. oltre i giovani appena diplomati o laureati, si spostano interi nuclei familiari, lavoratori qualificati, persone che non trovano nella propria terra una prospettiva sufficientemente stabile.

Si mette così in moto un circolo vizioso: diminuiscono gli abitanti, si restringe la domanda interna, si indeboliscono i servizi e diventa ancora più difficile restare. Nei comuni più piccoli la chiusura di una scuola, la riduzione del trasporto pubblico, la mancanza di un medico o di uno sportello bancario non rappresentano semplici disagi. Possono determinare la scelta definitiva di abbandonare il paese.

Eppure, accanto a questi segnali, ne compaiono altri apparentemente positivi: nel 2025 il fatturato delle imprese lucane sarebbe cresciuto del 5,1 per cento, ma il fatturato non coincide automaticamente con l’aumento del valore aggiunto prodotto e trattenuto sul territorio; né con salari più alti, occupazione stabile, investimenti innovativi o riduzione delle diseguaglianze. E questo é il punto politico che andrebbe discusso. La Basilicata può crescere statisticamente senza svilupparsi socialmente; può aumentare la produzione di ricchezza e continuare, nello stesso tempo, a perdere giovani, competenze e popolazione; esporta energia, acqua e risorse naturali senza riuscire a garantire ai suoi abitanti servizi proporzionati al contributo offerto al Paese.

La stessa transizione energetica rischia di riprodurre la logica estrattiva già sperimentata con il petrolio: il territorio fornisce risorse, sopporta gli impatti e riceve compensazioni, senza costruire una filiera industriale e tecnologica capace di generare occupazione qualificata e duratura. Chi governa, insomma, la trasformazione, chi ne riceve i benefici e quanta parte del valore prodotto rimane nelle comunità.

Anche il lavoro presenta una situazione contraddittoria: l’aumento degli occupati, quando si verifica, non dice ancora nulla sulla qualità dell’occupazione. Precarietà, bassi salari, stagionalità e lavoro irregolare continuano a segnare parti rilevanti dell’economia regionale. Nell’area di Metaponto, quattro lavoratori su nove risulterebbero irregolari: un dato che mostra quanto alcune filiere produttive possano crescere mantenendo condizioni di forte vulnerabilità sociale.

La crisi della filiera automobilistica di Melfi aggiunge un’altra preoccupazione e non riguarda soltanto gli addetti direttamente impiegati, ma una rete di imprese, servizi, professionalità e famiglie distribuita ben oltre l’area industriale. Non basta attendere le decisioni di un grande gruppo multinazionale. Occorre una politica industriale pubblica capace di accompagnare la riconversione, sostenere l’indotto e impedire la dispersione delle competenze accumulate.

Investire negli ITS Academy e nella formazione tecnica è necessario, ma non sufficiente. Gli oltre 3,4 milioni destinati ai due ITS lucani possono rafforzare l’offerta formativa soltanto se vengono collegati a una strategia regionale dell’innovazione e a imprese capaci di utilizzare e remunerare le nuove competenze. O, vogliamo semplicemente formare meglio i giovani per poi consegnarli ai sistemi produttivi del Centro-Nord o dell’estero.

La stessa distanza fra annunci e vita quotidiana emerge nei servizi: la Basilicata presenta livelli molto elevati di dispersione idrica e una rete infrastrutturale fragile. Gli interventi sulle reti idriche e fognarie sono indispensabili, ma i finanziamenti episodici non sostituiscono un programma pluriennale di manutenzione, ammodernamento e controllo pubblico della risorsa; la cui assenza  dimostra l’incapacità di impiegare efficacemente anche quelli già acquisiti, come i fondi PNRR; che si stima finora utilizzati si e no al 27%.

In sanità, la mobilità passiva continua a trasferire pazienti e risorse verso altre regioni. A essa si aggiungono ticket farmaceutici particolarmente gravosi e difficoltà di accesso che colpiscono soprattutto anziani, famiglie con redditi bassi e residenti nelle aree interne. Quando per una visita, una cura o un esame occorrono ore di viaggio, un’automobile e la possibilità di assentarsi dal lavoro, il diritto universale alla salute diventa un diritto territorialmente diseguale.

Si restringono intanto i consumi familiari. Di fronte all’aumento delle spese fisse, molte famiglie lucane rinunciano o riducono cure mediche, attività sportive, cultura e socialità. La povertà, pertanto, non coincide soltanto con la mancanza assoluta di reddito; é anche impossibilità di partecipare pienamente alla vita collettiva e di sostenere spese essenziali senza compromettere l’equilibrio familiare.

La Basilicata non manca di risorse. Dispone di energia, acqua, patrimonio ambientale e culturale, università, competenze industriali e una diffusa trama di piccole imprese. Quel che manca, piuttosto, è una strategia capace di ricondurre queste risorse a un obiettivo comune: migliorare stabilmente le condizioni di vita delle persone.

Occorre perciò superare sia la narrazione della regione condannata al declino, sia quella celebrativa di una crescita misurata soltanto attraverso investimenti, presenze turistiche, fatturati o nuova capacità energetica installata. Altri gli indicatori decisivi: quanti giovani scelgono di restare o di tornare; quanti rapporti di lavoro diventano stabili; quanto aumentano i salari reali; quanto tempo occorre per raggiungere una scuola, un ospedale o una stazione; quanta ricchezza prodotta rimane sul territorio.

Il futuro della Basilicata reclama un patto regionale per il diritto a restare, capace di tenere insieme lavoro, casa, servizi, mobilità, formazione, salute e tutela del territorio. Una regione si sviluppa davvero non quando sfrutta più intensamente le proprie risorse, ma quando consente alle sue comunità di vivere meglio, decidere del proprio futuro e non essere costrette a partire.

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