Leggo sul Quotidiano che “cresce la preoccupazione Cgil, Cisl e Uil per lo stato dell’economia lucana. I dati sull’occupazione e sull’export in Basilicata, secondo quanto ricostruito dai sindacati «sono drammatici» e il «Manifesto sul lavoro» realizzato proprio dalle organizzazioni sindacali «è stato finora ignorato».”

Il Manifesto per il lavoro – con proposte per i settori dell’ambiente, delle piccole e medie imprese, delle risorse naturali, del turismo e per il settore socio-assistenziale – è stato presentato lo scorso novembre, «ma ha trovato ‘sordità’ da parte di chi ha responsabilità di governo», hanno aggiunto i sindacati. Con qualche difficoltà l’ho finalmente trovato ‘in rete’ giacché non ve n’è traccia nelle camere del lavoro e ho dovuto rileggerlo per cercare di capire cosa non convince.

Insomma, a me dà l’impressione soprattutto  di un documento di denuncia (implicita) delle carenze di programmazione e organizzativa da parte della Regione Basilicata, specie nell’integrare gli indirizzi e la gestione dei diversi fondi destinati allo sviluppo, tanto che si arriva finanche a indicare forme organizzative e procedurali necessarie alle politiche per la “crescita” della regione.

Sia chiaro, il Manifesto per il lavoro è uno dei rarissimi e utilissimi strumenti a nostra disposizione per censire complessivamente potenzialità e limiti dell’assetto socioeconomico regionale e interregionale. Il primo obiettivo di questo mio scritto è l’invito a leggerlo, appunto!

Eppure, a me pare che in esso: 1 – manchi una critica sostanziale all’idea della crescita che segna proprio il fallimento del neoliberismo con le conseguenze che anche una regione piccola come la nostra è costretta a pagare e 2 – resti sottaciuta l’idea del conflitto capitale/lavoro, che è il solo motore della trasformazione possibile. E non mi sembra poca cosa per un sindacato dei lavori!

Tutti a cercare i segnali incoraggianti che annunciano l’”uscita dal tunnel”, la fine della crisi! Una cultura economica che da tre decenni sta trascinando il mondo da una crisi all’altra, con cadenze sempre più ravvicinate e con crescente intensità, rialza la testa pronta a raccontarci la storia di sempre, persino grazie alle burocrazie sindacali e di partito. Aggiustato il guasto meccanico, si “riprende a correre”.

crisi finanziaria

La storia invece sta assumendo un esito imprevisto. La crisi colpisce in pieno gli Stati: l’esplosione dei debiti pubblici dei paesi sviluppati è stata indotta dalla necessità di salvare le banche private condotte sull’orlo del fallimento da manager irresponsabili che per almeno un ventennio – ma, ancor oggi la vicenda della costituenda bad bank italiana lo conferma – hanno incentivato,  attraverso i facili prestiti, l’indebitamento delle famiglie e dunque l’esposizione delle banche; le banche salvate dal debito pubblico (oltre il 20% del PIL dei paesi sviluppati) accusano gli Stati di avere debiti pubblici insostenibili e su questi impostano lucrose operazioni al ribasso. E tutti costoro fingono però di non comprendere cosa bolle sotto la superfice della crisi finanziaria: “solo in apparenza la bolla finanziaria e creditizia crea e anticipa la crisi: in realtà essa accompagna e segue un imballo di sovrapproduzione nell’economia reale” (lo ha scritto K. Marx più di un secolo e mezzo fa).

Sotto i soldi, sotto la carta moneta, sotto gli imbrogli bancari, c’è lo squilibrio grave nella distribuzione della ricchezza reale: i cittadini devono consumare allo spasimo – anche indebitandosi – per tenere in piedi il meccanismo dello sviluppo, per non bloccare il processo di accumulazione. Così immense risorse finanziarie venivano drenate, sempre più copiose dai vari angoli della Terra. In questi ultimi anni, però, lo schema consueto dei cicli economici non si è ripetuto. Oggi, l’economia finanziaria, l’ingigantimento dei valori monetari, ha solo simulato una nuova fase di accumulazione reale del capitale: anche nelle fasi di crescita il capitale non è più in grado di diffondere lavoro e reddito per la grande massa della popolazione. La modernizzazione industriale, questo processo secolare animato e promosso dal conflitto storico tra operai e capitale, che ha trasformato profondamente le società dell’Occidente, è collassato.

L’ondata neoliberista ha rappresentato un tentativo e anche una sfida, perché pretendeva di realizzarsi senza provocare se non momentanee rotture nell’ordine sociale, di riuscire a combinare in modo nuovo crescita economica e occupazione. Liberandosi da decennali pastoie burocratiche e sindacali – questa era l’ipotesi – il mercato avrebbe dispiegato impensate energie nel cuore della società. Per questo sono stati demoliti pilastri essenziali dello Stato sociale, abolito tutele sindacali, sicurezze stratificate nel tempo, distrutto l’intera società industriale dell’Occidente.

L’economia finanziaria si è realizzata, diversamente dai cicli precedenti, non solo con un limitato incremento di posti di lavoro in taluni settori in forme precarizzate, ma con espulsioni in massa di operai anziani, con la sottoccupazione e con l’aumento considerevole della disoccupazione reale, con l’allungamento della giornata lavorativa, con le “fabbriche del sudore” popolate di asiatici che vivono e lavorano notte e giorno con salari di fame, col lavoro minorile, l’incremento oltre ogni decenza del lavoro nero e grigio. Abissi di iniquità sociale sono stati creati fra i paesi ricchi e quelli poveri, ma anche all’interno delle società di antica industrializzazione.

Oggi, governi, imprese, economisti, burocrazie di partiti e sindacali dei lavoratori, si trovano di fronte a sfide titaniche, a scenari del tutto inediti, e pensano di poterli affrontare correndo ancor più velocemente, ma sempre nella stessa direzione, lungo l’unico sentiero conosciuto. Non si riesce ad accettare la dura realtà. La crescita economica non riesce più a creare, con l’ampiezza che sarebbe necessaria, occupazione: senza lavoro vero, dignitoso e ben pagato, senza redditi sufficienti, l’immenso flusso di merci che una macchina produttiva di inaudita potenza (oggi prevalentemente fatta di elettronica, che però semplicemente sostituisce lavoro) rovescia in maniera crescente sul mercato, trova sempre meno acquirenti. Il profitto non si realizza, il sistema s’imballa!

All’immensa crescita della produttività del lavoro e delle merci avrebbe dovuto corrispondere una più ampia redistribuzione della ricchezza, una riduzione della giornata lavorativa e una spartizione del lavoro di portata almeno pari alla vastità delle trasformazioni produttive realizzate. E invece, il capitale in assenza di un antagonista che lo costringesse a questa scelta progressiva, in mancanza di forze politiche e sindacali che lo spingessero a proseguire il vecchio sentiero storico della modernizzazione industriale, ha ripiegato sul terreno più vantaggioso e facile delle delocalizzazioni, dell’outsourcing, del decentramento organizzativo, della precarizzazione e dell’intensificazione dello sfruttamento del lavoro. Ma, alla fine, il conflitto frontale tra le ragioni del profitto privato e quelle del lavoro sociale diverrà inaggirabile.

Oggi, in un teatro di guerra così aspro, i capitali si dirigono in massa verso la speculazione finanziaria, che nell’età neoliberista è diventata il vero porto franco dei profitti capitalistici. E anche i nuovi mercati nei paesi in via di sviluppo e nelle regioni a basso reddito hanno una vita futura di circa 15 anni per uniformarsi totalmente ai mercati maturi d’Occidente. Senza parlare della falsa infinità della natura, o delle catastrofi ambientali.

Da qui dobbiamo ripartire. Occorre un cambiamento di rotta: il capitalismo deve rassegnarsi all’idea che se vuol vendere le sue merci necessariamente sempre più abbondanti, deve garantire un reddito anche a quel numero crescente di cittadini a cui toglie il lavoro. E questo comporta una progettualità sociale che ha poco a che fare con gli automatismi del mercato tanto divinizzato. Domanda una nuova creatività della politica. Non esistono soluzioni pronte all’uso e il tracollo storico dei partiti operai e popolari alimenta il peso dei poteri dominanti sotto forma di quotidiana rassegnazione per chi aspira a una società diversa.

Questo collasso consente l’uso di nuove e antiche parole, apre spiragli di possibilità materiali che vanno sperimentate con nuova e coraggiosa creatività politica: la riduzione drastica della giornata lavorativa, la distribuzione del lavoro come bene comune e non come una merce, l’inserimento di molteplici ambiti dell’economia produttiva e dei servizi entro la sfera dei beni comuni (il lavoro, i sistemi sanitari, l’acqua, le terre fertili, la biodiversità naturale e agricola, la scuola e  la formazione, agricoltura e sistemi alimentari). Non nuove burocrazie di controllo, ma gestione delle attività produttive e di welfare accrescendo la democrazia, la partecipazione dal basso dei cittadini.

Occorre riportare buona parte della ricchezza accumulata in mani private sotto il dominio pubblico, per utilizzarla come leva di una redistribuzione dei redditi e base di un nuovo welfare, fondato sui servizi più che sul reddito monetario, che dia stabilità alla società intera. E lo strumento è quello di sempre, l’antica leva dell’emancipazione popolare: la lotta, il conflitto sociale. Sapendo che non partiamo da zero: esistono e crescono movimenti, moltitudini in crescita volutamente non captati dai radar dei media. La lotta, per esperienza del movimento dei lavoratori, pur tra difficoltà e delusioni, quando è posta in un orizzonte visibile di possibilità, quando è ispirata da un obiettivo di giustizia, quando è illuminata da una partecipazione corale, costituisce pur sempre una ragione di vita in un mondo altrimenti svuotato di senso. Formidabile leva morale con cui sconfiggere un avversario sempre più privo di orizzonti, di ragioni, di proposte.

basilicata

E per tornare a noi, lo scrivevo qualche giorno fa in risposta a un commento su questo giornale: dopo decenni di abbandono e degrado, queste nostre terre sono attraversate da diverse aspirazioni di molteplici soggettività che provano a restituire a nuova vita i nostri borghi. Occorre più che mai un progetto puntuale, multidisciplinare, per la politica pubblica; una sponda nelle pratiche effettive e in azioni che vengono dall’Europa e dal lavoro di altri portatori di conoscenza. La “Strategia nazionale per le aree interne”, con i suoi obiettivi di valorizzare le diversità e dotare i luoghi di una forte qualità di servizi essenziali (scuola, salute, mobilità), con la mobilitazione dei saperi sulla natura e col metodo di sperimentalismo democratico proposto da Fabrizio Barca, figura di primo piano nel campo degli studi e dell’impegno per lo sviluppo e la coesione del Sud e delle aree in ritardo, potrebbe essere portata ad esempio per una politica di sviluppo dei nostri luoghi.

Il sempiterno sfasciume pendulo che è il nostro territorio – esito di catastrofi geologiche e ambientali – necessita della cura attiva, della manutenzione produttiva, di presenza antropica stabile e solida nei nostri comuni interni per la conservazione stessa dei territori, in montagna e in collina come nelle valli e lungo il mare. E soltanto l’idea-destino di una comunità di frontiera tra il Mediterraneo e l’Appennino, può esaltare una necessaria mobilitazione ambientalista diffusa, imposta attraverso un disciplinamento egemonico come senso comune delle classi dirigenti a tutti i cittadini. Può – deve – improntare anche l’idea di sviluppo possibile per noi: per sperimentare, o recuperare, lavori che non sono tanto importanti per il reddito che possono fornire, ma per la qualità di vita che riescono a garantire.

Occorre capovolgere il modo di pensare che ha dominato fin qui e continua a colonizzare le menti: lavorare come dannati, avere un alto reddito e così conseguire una qualità superiore di vita. Il meccanismo si è inceppato, non funziona più. Il lavoro che dà alto reddito assorbe tutta la vita, e la sua qualità si riduce al lavoro e al suo incontenibile stress. Occorre provare a progettare lavori nuovi, soprattutto per le nuove generazioni, per esempio legati al ripopolamento delle colline interne e delle zone pedemontane da destinare a un’inedita rinascita economica e sociale, attraverso l’agricoltura biologica, fondata su piccole e medie aziende, destinate al consumo locale e ad attività di riforestazione. Un’attività multifunzionale: non solo beni alimentari, ma valorizzazione della biodiversità agricola, protezione del suolo, custodia del paesaggio, organizzazione di nuove forme di turismo, escursioni, attività didattiche, valorizzazione delle cucine locali, ecc. E nuova cultura delle risorse naturali, cura dell’ambiente, che per i giovani oggi significa dare un senso alla propria esistenza, attraverso la sperimentazione nelle aziende di agricoltura biologica e biodinamica; attraverso la pratica del prodotto a pochi km di trasporto. Forestazione produttiva con alberi di pregio, riattivando le attività di trasformazione in loco: “Attorno ai boschi e foreste si sta sviluppando una fitta trama di interessi e attività che va ben al di là della conservazione e della semplice riforestazione”.

Un elenco di cose, molto meglio studiato e organizzato negli studi e nei piani pubblici e privati, indubbiamente. Ma che va rammentato soprattutto per ricordare che la piena valorizzazione della collina e delle zone interne si può realizzare solo grazie alla simultaneità di tutte queste iniziative messe insieme, in modo da formare massa critica. Qui sta il segreto del possibile successo: tutte le varie parti si devono presentare connesse da una precisa funzionalità d’assieme e dall’orizzonte culturale generale che le sorregge. Anche perché, si comprende, una cosa è chiedere al giovane di fare il contadino o il boscaiolo, una cosa è chiedergli di partecipare, con un suo compito individuale o di gruppo, a un grande progetto complessivo di rinascita di una parte importante del territorio italiano.

Il metodo suggerito, potrebbe presiedere a qualsiasi altro intervento settoriale (meglio ancora se intersettoriale): dalla valorizzazione del patrimonio culturale, storico e ambientale alla chimica fine verde.

non è un paese per giovani

Provocatoriamente ho titolato con l’interrogativo: il Sindacato dimentica il conflitto? In realtà, già nel comunicato sindacale unitario lucano viene lanciata per marzo prossimo una grande Marcia per il lavoro. E’ il meno che si possa fare! Un primo passo per rilanciare il sistema collaudato delle camere del lavoro , le uniche sedi organizzate comune per comune oggi potenzialmente in grado di prendersi cura degli interessi dei lavoratori, soprattutto dei giovani e delle donne: che senso avrebbe uno sforzo di rinascita senza i suoi naturali soggetti, i giovani diplomati e laureati costretti all’esodo? E quelli immigrati, costretti ad altri lidi perché noi non abbiamo da offrire loro alcuna esperienza – in agricoltura, negli studi, nella ricerca, nelle produzioni – da trapiantare poi nella  rinascita dei loro paesi O, impiegarli nelle nostre comunità altrimenti condannate all’inevitabile fine?