Crisi sanitaria in Basilicata e royalties petrolifere

“Lo scorso 8 Aprile, sulle pagine de “Il Quotidiano del Sud”, a cura di Eugenio Furia, è stata pubblicata un’intervista al segretario organizzativo regionale della Uil Basilicata Vincenzo Tortorelli. Oggetto dell’intervista “Le falle nella gestione della crisi e qualche idea per il dopo-Covid”, partendo da disamina e suggerimenti riguardanti l’emergenza sanitaria in atto.”

Inizia così un lungo ed articolato comunicato stampa del Coordinamento Nazionale No Triv in riferimento all’intervista prima citata e che potete leggere a questo link 🙁https://www.quotidianodelsud.it/basilicata/lintervista/sindacati/2020/04/08/coronavirus-in-basilicata-le-falle-nella-gestione-della-crisi-e-le-idee-per-il-dopo-covid-tortorelli-uil-piu-attenzione-a-soggetti-fragili-e-partite-iva?fbclid=IwAR3eGNB3E0xeS1KRQ-XKpjpfukz0OJ0TXd2lkUCdx4EkRntlBZDNEop37-c).

“Nell’invito/appello rivolto al Presidente regionale Bardi ed al responsabile della Task force regionale Esposito, Tortorelli privilegia tra l’altro, nello scenario del dopo-virus,
l’idea-proposta di Fondo mutualistico, che avrebbe “la caratteristica di strumento finanziario a diretta emanazione regionale, con l’ausilio ed il sostegno dei soggetti legati alla rappresentanza sociale ed imprenditoriale. Pensiamo ad un fondo mutualistico di 200 milioni di euro, un prestito delle compagnie petrolifere da restituire a partire dal 2022 per la durata delle concessioni petrolifere al netto di quello che devono dare per le royalties, l’Ires, la fiscalità statale. Qualcuno dovrebbe ricordare che la Uil e il Cssel (Centro Studi Sociali e del Lavoro n.d.r.) in tutti questi anni hanno condotto un’iniziativa asfissiante per la costituzione del Fondo Sovrano che se ora ci fosse avrebbe rappresentato più che un’ancora di salvezza, un’autentica cassaforte regionale”.

Ancora più accorato si fa l’appello del segretario lucano Uil a Bardi, quando, esaltando il “metodo concertativo” e nel timore di sua dismissione a fine emergenza, invocando “una risposta straordinaria e robusta del livello locale nella crisi da Covid 19 per sostenere le esigenze di famiglie e cittadini e quelle delle imprese”, sollecita “il Governo Regionale a valutare con tutta l’attenzione che merita la nostra proposta di costituzione di un ‘Fondo regionale di investimento sociale’,… che può essere un ottimo strumento moltiplicativo di risorse e di reddito adeguato al difficile momento depressivo e per buttare le basi sul dopo emergenza”.

Tortorelli propone un Fondo “auto sostenuto sul mercato finanziario”, che si aggiungerebbe “al prestito da parte delle compagnie petrolifere” già citato. Insomma, Fondo mutualistico, Fondo regionale di investimento sociale, non sono che denominazioni diverse, con ipotesi di gestione finanziaria e di mercato forse tecnicamente diverse, ma entrambe riconducibili, per ispirazione e per funzione, alla proposta di costituzione di un Fondo Sovrano regionale, che la Uil in Basilicata condivide da tempo con Cgil e Cisl.

Ciò che più ci rende allibiti davanti a tanta persistenza monomaniacale della proposta di Tortorelli &C è l’univocità del suo approccio da fedele servitore e ventriloquo di quello che soltanto pochi mesi orsono si sarebbe detto il “pensiero unico estrattivo”.

Nemmeno lontanamente scalfito dalle preoccupazioni degli accordi di Parigi della Cop 21 del 2015, dal fallimento della Cop24 di Madrid, dalle centinaia di relazioni scientifiche dell’IPCC dell’Onu, che evidenziano la scadenza temporale di non più di 10 anni per fare qualcosa per evitare l’ulteriore innalzamento climatico di 2 gradi centigradi; del tutto impassibile e refrattario di fronte all’ondata del più globale dei movimenti della storia umana (FFF, Extinction Rebellion) contro la lobby del Fossile e a favore delle rinnovabili pulite, il segretario Tortorelli continua imperterrito a vestire i panni di un grigio e “responsabile” burocrate di stampo confindustriale.

Le sue frequentazioni con il Cssel (Centro Studi Sociali e del Lavoro) avrebbero dovuto, nel bel mezzo dell’esplosione di una crisi sanitaria mondiale dalle modalità di gestione del tutto inedite, un utile e fecondo ampliamento della visuale.

Evidentemente Tortorelli (e chi come lui) teme i “rischi” del pensiero divergente ed anticapitalista più del Covid-19!

Peccato che non si sia accorto della vera e propria accelerazione che la riorganizzazione ed il riorientamento degli assets finanziari e produttivi delle stesse grandi compagnie petrolifere stanno manifestando in questi ultimi mesi!

I fondi sovrani stanno rivedendo la composizione del portafoglio dei propri investimenti, puntando alla graduale dismissione degli assets petroliferi. Tra questi il fondo sovrano norvegese, che, primo al mondo, ha finanziato il welfare con le entrate “petrolifere”.

Non si tratta certo di un repentino “addio al petrolio”; da parte del governo della Norvegia. Il fondo da oltre 900 miliardi di euro di patrimonio comincia, con un piano preciso e ragionato, a voltare le spalle ai petrolieri, disinvestendo strutturalmente nel settore per oltre 5 miliardi di euro, non solo in virtù di condizionamenti politici e sociali, ma per attenuare i rischi di un’economia troppo dipendente dagli idrocarburi ( vedi ad es. https://www.ilsole24ore.com/art/il-timido-addio-petrolio-fondo-sovrano-norvegese-italia-mirino-solo-saras-ABr6t5bB https://quifinanza.it/finanza/perche-la-norvegia-ha-abbandonato-un-investimento-da-54-miliardi-di-euro/315421/).

Ferme restando ovviamente le note differenze in termini sia produttivi/quantitativi che normativi e fiscali che caratterizzano il confronto tra i sistemi norvegese ed italico in materia estrattiva, messe puntualmente a sistema comparato nel decreto dell’Aprile 2014 dalla Corte dei Conti Regionale di Basilicata, è l’idea stessa di costituire un Fondo Sovrano regionale oggi, in Basilicata, che suscita non solo perplessità, ma serie preoccupazioni per il carattere provocatorio che tale proposta assume ai nostri occhi.

Tanto non soltanto perché è addirittura il “re” degli investitori globali in fonti fossili, Black Rock, che con la sua potenza di fuoco di una dotazione di ben 7mila miliardi di dollari (per i 2/3 basata sulla raccolta di fondi pensione) ha annunciato la propria intenzione di diventare protagonista attivo nella transizione energetica e nella lotta alla crisi climatica ( https://www.rinnovabili.it/energia/il-gigante-dei-fondi-blackrock-ridurra-gli-investimenti-nei-combustibili-fossili/), ma in quanto, come afferma in una lettera agli azionisti il suo fondatore Larry Fink, “l’emergenza climatica sta drasticamente modificando il modo in cui gli investitori guardano alle prospettive a lungo termine delle singole aziende”.

E perché “La consapevolezza sta cambiando rapidamente e ormai siamo giunti ad un punto di rimodellamento strutturale dell’intera finanza”.

Per il 2020 Black Rock, dichiarando di aver perso 90 miliardi di dollari investendo in energie fossili, ha identificato nuove politiche finanziarie, tra cui “una netta riduzione degli investimenti nei combustibili fossili a partire dal carbone, non considerandosi un osservatore passivo nella transizione a basse emissioni di carbonio. Riteniamo di avere una responsabilità significativa – come fornitori di fondi indicizzati, come fiduciari e come membri della società – nella transizione energetica”, dedicando ai propri clienti la promessa di aumentare il numero di versioni “sostenibili” dei suoi prodotti finanziari.

Filantropo? No di certo! Annusatore di mercati e cacciatore di storici profitti.

Egregio sig. Tortorelli, a questo punto la domanda ci sorge spontanea: “Scusi, ma lei dove vive?”.

Possibile che per gente come lei non valgano nemmeno gli inequivocabili segnali che giungono ogni giorno dagli indici azionari delle borse di tutto il mondo, che dopo un mega accordo tra Usa e Opec, riporterebbero le quotazioni del Wti da 20 ad un massimo di 25 dollari al barile?

Immaginiamo che anche lei, come il presidente Bardi, Assindustria, le major di Big Oil, stia facendo un tifo forsennato per il ritorno ai “mitici” tempi dei 150/160 dollari al barile.

Se anche non le dovessero essere sufficienti gli accorati appelli del portavoce e segretario Onu Antònio Guterres, oppure lo stesso disegno strategico della presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, che impegna la BEI allo stop agli investimenti fossili entro il 2020, ci corre l’obbligo etico e politico di ricordare a lei ed ai suoi sodali che solo in Europa ogni anno si registrano 1,4 milioni di decessi prematuri dovuti a cause ambientali, su cui si potrebbe intervenire in chiave preventiva (inquinamento e cambiamenti climatici); che gli eventi estremi sono un rischio reale ed accertato per la sicurezza delle persone; che dal 2010 al 2016 le sole inondazioni hanno provocato in Italia la morte di oltre 145 persone e l’evacuazione di più di 40mila persone e che, eventi estremi a parte, l’Italia è comunque un Paese ad elevato rischio ambientale.

Il Climate Change in realtà va ad aggravare il macabro record di 81.000 decessi prematuri dovuti all’inquinamento atmosferico provocato da auto, industrie e riscaldamento, che, già di suo, determina sul mero piano economico perdite pari al 5,6% del Pil.

Da un recente studio della Harvard University, che ha raccolto dati in circa 3.000 contee negli Stati Uniti (98% della popolazione) fino al 4 Aprile 2020, risulta che a fronte di un aumento di solo 1 μ g / m 3 nel PM 2,5 è ad esso associato un aumento del 15% del tasso di mortalità COVID-19, con un intervallo di confidenza al 95% (CI) (5%, 25%).

Vale a dire che un piccolo aumento dell’esposizione a lungo termine a PM 2,5 porta ad un grande aumento del tasso di mortalità da COVID-19, con l’entità di un incremento potenziale pari a 20 volte rispetto a PM 2,5 e mortalità per tutte le cause.

I risultati dello studio sottolineano l’importanza di continuare a far rispettare le vigenti normative USA sull’inquinamento atmosferico (che Trump intende far saltare in toto), per proteggere la salute umana sia durante che dopo la crisi da COVID-19. Tutto questo vale, con evidenza, anche per la Val Padana in Italia!

Per quanto riguarda la salute, sono gli stessi dati dell’OMS ad avvertire che i cambiamenti climatici influiscono sui determinanti sociali ed ambientali fondamentali.

Come noto, sono indispensabili aria pulita, acqua potabile sicura, cibo sufficiente, riparo sicuro.

Tra il 2030 e il 2050, i cambiamenti climatici dovrebbero causare circa 250.000 decessi aggiuntivi all’anno, a causa di malnutrizione, malaria, diarrea e stress da calore.

I costi diretti per i danni alla salute sono stimati tra i 2-4 miliardi di USD / anno entro il 2030.

Le aree con infrastrutture sanitarie deboli, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, saranno le meno in grado di far fronte senza assistenza alla preparazione ed alla risposta.

Non dimentichiamo che il Fondo Monetario Internazionale esige l’istituzione di una carbon tax contro le emissioni (75 dollari a tonnellata entro il 2030 per disincentivare la dipendenza delle aziende dalla combustione di materie fossili).

Il rapporto di 75 USD/Ton CO2 potrebbe garantire una riduzione media delle emissioni di circa il 35%, mentre il rapporto di 75 USD/Ton CO2 applicato in modo uniforme genererebbe entrate tra lo 0,5% e il 4,5% del Pil in base alle norme stabilite dai rispettivi Paesi, con possibilità di aumento medio del 43% del prezzo dell’elettricità, del 68% per il gas metano, del 14% per la benzina e fino al 214% per il carbone.

Mentre la filiera dell’Oil&Gas continua a generare costi esterni addossati a cittadini e lavoratori tramite la fiscalità generale (non pagando il dovuto secondo il principio del “chi inquina paga”); mentre in Basilicata il Cova di Viggiano produce in deroga alla scadenza in virtù delle incostituzionali proroghe automatiche; mentre Tempa Rossa è attiva e produce ulteriori disastri da Corleto Perticara alle raffinerie di Taranto; mentre le aree Sin di Tito e Valbasento attendono le dovute bonifiche; con la spada di Damocle di ulteriori 17 istanze di permesso di ricerca e coltivazione alla scadenza dei termini della L.12/2019 e del Milleproroghe, continuiamo allibiti ad assistere al balletto residuale e meschino di litigi corporativi tra enti locali ed organizzazioni sindacali maggioritarie per una manciata di posti di lavoro e per un pugno di dollari.

E’ questo il miglior scenario per rendere fatalmente ineluttabile la difesa corporativa a favore delle major petrolifere e NON dei lavoratori del settore; del profitto e non del diritto al lavoro giusto, iniziando dalla programmazione della riconversione energetica, dalla formazione, dalle bonifiche,dalla sicurezza.

Compito storico del Sindacato è difendere i diritti dei lavoratori e promuovere i migliori scenari di progresso sociale, non di scendere a patti e stringere alleanza organica con i petrolieri!

Di fronte a tanta sconcertane perdita di identità politica e sociale, di pratica e di pensiero da parte dei massimi esponenti sindacali regionali, riteniamo ancor più illogica e irrazionale la proposta di Fondo mutualistico, proprio perché, a cogestione Regione/Uil/Cisl/Cgil/Confindustria, sarebbe “un fondo mutualistico di 200 milioni di euro, un prestito delle compagnie petrolifere da restituire a partire dal 2022 per la durata delle concessioni petrolifere al netto di quello che devono dare per le royalties, l’Ires, la fiscalità statale”.

Non solo si propone di legare ad libitum il destino delle casse lucane alla sorte delle concessioni (presenti e future …), ma si propone di contrarre debiti con esse, guarda caso proprio mentre presso il Tribunale di Potenza si celebrano ben 2 processi “Petrolgate”.

Il passo successivo della prona accettazione del modello estrattivista e neoliberista è la dipendenza sistemica finanziaria mediata dal prestito di Companies multinazionali, che tra l’altro, come abbiamo avuto modo di vedere, cambiano velocemente assets ed obiettivi strategici secondo le loro convenienze.

Cittadini lucani mazziati, disoccupati, con meno infrastrutture ed indebitati con chi li asfissia e gli inquina terra ed acqua!

Alle irricevibili proposte del Fondo sovrano lucano, che apre tra l’altro pericolosamente al salto nel buio di un’autonomia differenziata fondata sulle royalties petrolifere, rispondiamo avanzando una concreta ed immediata proposta, che speriamo (almeno per “spirito volterriano”) Tortorelli & C vogliano non ostacolare: far conoscere alle iscritte ed agli iscritti della sua/loro organizzazione sindacale la nostra richiesta di destinare alla Sanità Pubblica, alle bonifiche, alla gestione pubblica dell’acqua, al potenziamento del Welfare, i circa 20 miliardi di euro che annualmente lo Stato italiano destina al settore del fossile tramite sussidi diretti ed indiretti.

Per chi volesse sottoscrivere: change.org/20MiliardiAllaSanita (https://www.change.org/p/presidenza-del-consiglio-dei-ministri-governo-italiano-basta-sussidi-all-inquinamento-rafforziamo-la-sanità-pubblica-con-20-miliardi-di-euro?recruiter=30282118&utm_source=share_petition&utm_medium=email&utm_campaign=psf_combo_share_initial&utm_term=psf_combo_share_initial&recruited_by_id=362c7d80-ee89-012f-d045-4040d2fbfbbf)

La somma del taglio dei sussidi alle fossili e di una tassa sul carbonio da un minimo di € 75/tonn CO2 ( come dice il FMI, non gli “estremisti ambientalisti” ) sarebbe garanzia di investimenti certi nella conversione, assicurando lavoro a dipendenti in fuoriuscita da settori ad elevata emissione di CO2. A questa condizione potremmo addivenire (per gli amanti del PIL) ad un consistente aumento del PIL e dell’occupazione.

Tutti in questi giorni vanno dicendo che gli effetti dell’emergenza virale dispiegheranno effetti altrettanto planetari. Possiamo sperare almeno in un modesto ripensamento di Tortorelli sulla centralità del modello estrattivo?”

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