C’è un modo semplice per smontare la propaganda sull’autonomia differenziata, che con un colpo di coda il Governo Meloni vuole adottare in spregio alla bocciatura costituzionale: guardare i numeri veri. Non quelli gridati, ma quelli che resistono.
Primo dato: il Mezzogiorno ha ricevuto per anni meno spesa pubblica pro capite rispetto al Centro-Nord. Il Rapporto Eurispes ha stimato in circa 840 miliardi di euro il differenziale cumulato tra il 2000 e il 2017. Non è una cifra “rubata” in senso contabile, ma è il segno di un divario strutturale prodotto da scelte precise. E dal 2017 ad oggi? Altro che ‘voci’ sulla scarsa credibilità dei 1000 miliardi previsti!
Secondo dato: questo divario nasce dal criterio della spesa storica.
Si è finanziato di più dove si spendeva di più. E dove si spendeva meno – cioè al Sud – le risorse sono rimaste più basse. Un circuito chiuso: meno servizi, meno spesa, meno risorse.
Terzo dato: i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) esistono, ma non sono garantiti allo stesso modo. Ancora oggi diverse regioni meridionali restano sotto la soglia di adeguatezza, soprattutto nella prevenzione e nella sanità territoriale.
E il risultato si vede: ogni anno centinaia di migliaia di cittadini del Sud si spostano al Nord per curarsi, alimentando una mobilità sanitaria che vale diversi miliardi di euro e impoverisce ulteriormente i sistemi regionali meridionali.
Quarto dato, il più grave: i LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni) – cioè diritti fondamentali come scuola, trasporti, servizi sociali – non sono mai stati definiti e finanziati pienamente.
Questo significa che per anni lo Stato non ha avuto l’obbligo reale di colmare i divari.
E allora la verità è semplice: il Sud non ha perso soltanto molto più di “mille miliardi” fino ad oggi; ha perso diritti, servizi, opportunità per decenni. E oggi, con le preintese sull’autonomia differenziata di Roberto Calderoli, il rischio è che questo divario venga non ridotto, ma reso definitivo.
E se c’è un luogo dove questa contraddizione è evidente, è la Basilicata. Qui i numeri non fanno rumore, ma parlano chiaro: una delle regioni con più alto calo demografico e perdita di giovani; servizi sanitari sotto pressione e mobilità sanitaria passiva significativa; difficoltà crescenti dei comuni: carenza di personale, progettazione debole, dipendenza finanziaria; E mentre tutto questo accade, il livello politico resta sospeso.
Il presidente Vito Bardi non può limitarsi a osservare (e magari, come il suo collega presidente della Calabria – entrambi di centro-destra – accodarsi all’assenso alla ennesima “porcata” Calderoli). Ma il problema, ancora una volta, non è solo lui. È il silenzio diffuso: dei sindaci, delle istituzioni locali, delle classi dirigenti territoriali.
Un silenzio che non è neutralità. È rinuncia. Perché una regione che: perde popolazione, fatica a garantire servizi, non ha ancora recuperato i divari storici, non può permettersi di affrontare una riforma che aumenta la competizione tra territori senza aver prima garantito condizioni di partenza uguali.
Alla fine, la questione è brutale nella sua semplicità: si può parlare di autonomia dove non sono garantiti i diritti essenziali? Se la risposta è no, allora la sequenza è obbligata: prima i LEP, prima l’uguaglianza sostanziale, poi – eventualmente – l’autonomia.
Fare il contrario significa una cosa sola: trasformare la disuguaglianza in sistema. E il Sud, ancora una volta, pagherà il prezzo più alto. Non per destino. Ma per silenzi, omissioni e scelte politiche precise, per tradimento delle comunità meridionali.
