Se le pubblicazioni, ormai siamo alla quinta, della collana degli ”Appunti di Matera sotterranea” diventassero un progetto, supportato però dalla latitante cultura di impresa, la Città dei Sassi incrementerebbe e diversificherebbe in concreto l’offerta turistica. E lo diciamo e scriviamo a ragione con l’uscita del numero, delle edizioni Magister, dedicato alle ” Cantine” e alle loro funzioni originali o ai diversi usi nei secoli. Non solo luoghi della filiera vitivinicola, ma anche rifiugio antiaereo,depositi e altro. Merito ancora una volta di una coppia di appassionati ed esperti della Matera inedita e da riportare alla luce della conoscenza come Enzo Viti e Teresa Lupo. Per loro, e per quanti sono impegnati nella difesa identitaria della storia e della memoria cittadina, lontano dagli opportunismi speculativi dei ‘beni comuni’, il recupero e la fruizione di tanta parte della Matera sotterranea sarebbe un premio a tanto impegno.

A ricordarlo nella presentazione, dal titolo ” L’architettura muore perchè tutto è architettura”, è un altro appassionato di Matera (gli auguriamo che il progetto per il recupero del cineteatro Duni vada in porto) come l’architetto Luigi ”Gigi”Acito, che parla della alta ”capacità di rilevazione” di Enzo e Teresa nel descrivere le cantine e la loro economia (sociale e produttiva) nella civiltà dei Sassi. Una storia in evoluzione, ma da tutelare, senza stravolgimenti di sorta perchè l’uomo non dimentichi e i visitatori possano apprezzare e leggere quello che è stato ‘scolpito’ nelle cantine. ” Quando la fillossera – scrive Acito- distruggerà i nostri vigneti e la produzione di vino si fermerà, la parte anteriore di molte cantine saranno rivitalizzate come dimore, e lo scavo continuerà a rendere funzionali gli spazi e l’architettura morirà, perchè tutto sarà, finalmente, architettura”. Se quell’insetto combina danni nei vigneti, anche l’uomo non è da meno. Attendiamo, infatti, che il consiglio comunale venga convocato per esprimersi sulle indicazioni venute fuori dalla commissione comunale speciale , presieduta da Pasquale Doria, sugli interventi di ”riqualificazione e valorizzazione” (usiamo un eufemismo) di Murgia Timone, che hanno profondamente modificato quella parte del paesaggio che è un tutt’uno con quello dei rioni Sassi.

Altro capitolo. E un bicchiere di quello buono, spillato dalle botti delle cantine d’epoca, censite da Enzo Viti e Teresa Lupo ci sta tutto per ”riscoprire” quella parte di città. Sono in tutto 571: 433 rilevate nel 2021, 34 censite ma non rilevate, 4 quelle distrutte (documentate), 22 quelle sepolte (documentate) e 78 gli ipogei adattati a cantine. Un percorso con un bicchiere di vino Matera doc alla mano, spesso al buio, sarebbe davvero una bella attrazione della città sotterrane, già a apprezzata nelle altre quattro pubblicazioni dedicate a palombari, grabiglioni, abbondanza e foggiali, in attesa che venga quella dedicata a ”strada san Francesco”.

Nel frattempo le descrizioni per tipologia, localizzazione, dimensioni e attrezzature in uso, o rinvenute nel cantine ,sono un ottimo viatico per sapere cosa Matera conserva sotto al piano stradale, osservando mappe, disegni, fotografie e descrizioni. E di curiosità ce ne sono tante,a cominciare dai pesanti e solidi portoni lignei corredati di serrature e chiavi metalliche dalle dimensioni dovute, dalle scalinate di accesso alle cisterne, dai palmenti (i luoghi dove si pigiava l’uva) ai contenuti delle uve detti ”frizzole” e realizzati con piante di ferula. Altri tempi. Segnati da iscrizioni, incisioni apotropaiche affinchè la vendemmia andasse bene. Bastava una croce sui palmenti, travi o torchi per il buon augurio. Un rito destinato a seguire il ritmo delle stagioni, a cominciare dal detto ” San Martino ogni mosto è vino” fino ai tempi di attesa per il travaso. Nel pieno rispetto della natura, senza forzatura alcuna. Ogni cosa a suo tempo e con gli accorgimenti dovuti per lavaggio e stazionamento delle botti, damigiane e bottiglie. Curiosità? Sorprese? Enzo e Teresa ne hanno scoperte davvero tante e di diversa tipologia ed e poca: decori e figure, chiese rupestri sconosciute (all’interno di attività commerciali o di palazzi padronali) o note come quella di San Marco in Platea ubicata all’Arco del Sedile o del Convicinio di Sant’Antonio Abate , delle Tempe Cadute e altre ‘semi crollate’ in vico Commercio e Recinto Lombardi.

Ma quelle cantine hanno consentito a tanti concittadini di mettersi in salvo durante il secondo conflitto mondiale, evitando i bombardamenti aerei. E’ quanto rilevato, le date 1942 e 1943 iscritte sui muri ne sono una conferma, nelle cantine rifugio antiaereo di via XX Settembre- via San Biagio, che comprendono tre grandi ambienti ipogei collegati da un corridoio di 29 metri. E non sono le sole in una zona della città, prossima ai rioni Sassi, che continua a far emergere tanta storia del passato.
Come non fare riferimento al sistema di cantine sotterrate di corso Umberto I (oggi via del Corso) e via Margherita ( oggi via delle Beccherie), con l’area delle ”ferrerie” stravolta per la realizzazione di edifici pubblici e monumentali degli anni Trenta. Sorte simile, ma nel contesto dell’attuale piazza San Francesco d’Assisi, per il rione Fossi con l’abbattimento dei Palazzi Pascarelli, De Miccolis, Zagarella, Volpe, dell’ex giardino del Convento di San Francesco d’Assisi per la realizzazione , tra gli altri, degli edifici ex Upim, Bper e della ex Banca d’Italia. Sono rimaste qua e là delle cantine riscoperte in diverse condizioni.

Un omaggio infine alla cultura narrata della memoria cittadina, che apprezziamo nelle argomentate e suggestive spiegazioni di alcune guide professionistiche locali, con il ricordo dei ciddari. ” U’ c(i)dder”, cantine, luoghi di convivialità, per consumare vino, arrosto o altro o stringere accordi,giocare a carte, di ritrovo dopo una giornata di lavoro. A mescere vino ”primitivo”, ”malvasia”, o del dosaggio a ” tre quarti…e una gazzosa” ciddari, osti o cantiniere del passato: Panz’a cr’denz (Vizziello) in via san Biagio, di Trajòn sempre in via san Biagio, d’ Pat’rnèst ( di Paternoster) al ”Ponticello” di via Lombardi a ridosso di piazza Vittorio Veneto, d’ Andraj Stall ( Andrea Stella) in vico San Giuseppe, d’ la Martnès ( Scialpi cognome originario della Valle d’Itria, di Martina Franca), d’ Calchidd ( di Calculli) in via Tommaso Stigliani, di U’ Uarnacidd ( Tataranni) in via Pennino e altri di una Matera scomparsa. Ma da riscoprire e tutelare. E’ la nostra storia.