Il primo libro del potentino Cappelli lasciò la scrivania del maestro nell’88. A presentare, intanto, una penna che mostrava di saper raccontar fatti e, soprattutto, inventar personaggi.

Classe 1954, Gaetano Cappelli poi incontrò il compianto Cesare De Michelis. E nel frattempo la lingua diventava sempre più curata. Allora salutato “Floppy disk”, insomma, più il primo passaggio mondadoriano, andando verso la consacrazione dorrichiana, nasceran romanzi uno più bello dell’altro. Di quelli che colti e meno colti, impegnati e non impegnati, credenti o saccenti, puristi e vetero-neorealisti, santi e prostitute: ameranno per forza.

Ma ragioniamo d’esempi, dato che ci vorrebbe un approfondimento saggistico, e non ce ne voglia il nostro, a ricordare tutte proprio le fatiche letterarie e le prove di libero tempo. Anzi ci permettiamo d’andar per preferenze. Vedi, su tutti i libri, il sempre mitico “Parenti lontani”.

Tanto è vero che qualche settimana fa la signora Baresani e il signor Trevi lo citavano (anzi ne parlavano) in un vivo confronto sulla letteratura. Come si fa a non piangere e ridere con una scrittura che fa vivere il mondo visto, vinto, perso e vinto ancora dal giovane Carlino di Lontrone. Lucania/New York. E’ possibile leggere meno di due volte “Storia dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo” oppure meno direttamente meno di tre “La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo”?.

Fino al ‘pugliese’ “Una medium, due bovary e il mistero di Bocca di Lupo”… Per il primo romanzo ci siam sciolti ascoltando nostalgia e dolci amarezze di Riccardo Fusco. Grazie a meriti e colpe atroci del secondo siamo entrati, tornati, fuggiti nella Montepeloso, Irsina, nel basilisco Mantegna come nelle vedove e nelle dis-avventure di Dario Villalta. Sino a sorseggiare le vicende del romanziere Guido Galliano, leggere il vino di Minervino e proporci di restare immuni alle fregature della medium Palladino. Mentre Guido deve esser “Il Primo”.

Eccellere in tutto. Fin quando deve arrendersi, seppur così non sarà, davanti al tradimento della donna della sua vita. Perché: piano piano, con modestia e caparbietà nuove, tornerà a far morder le mani e sbavare più di qualcuno.

E non abbiam citato che davvero poco delle bellezze letterarie di Gaetano Cappelli. Uno scrittore che normalmente, con penna dotata di brillantezza e stile soltanto suo, quotidianamente fa storie. Fra altri trent’anni avremo una mole di personaggi e trame, descrizioni e tentazioni che dai quali sarà sempre più difficile, anzi impossibile, separarci. Oltre che sintetizzarne l’evidenza. Ma potremo leggere e rileggere, il nostro Gaetano Cappelli.

Un altro gradito ritorno delle nostre penne lucane, per altri trent’anni d’onorata carriera: Lupo. Da qualche settimana è tornato in libreria infatti il romanzo d’esordio del narratore, critico e docente universitario migrato da Atella della Basilicata, Giuseppe Lupo, “L’americano di Celenne” (Marsilio, Venezia, pag. 200, euro 16.00); incoraggiato e seguito dal mai giustamente ricordato e omaggiato Raffaele Crovi, ampiamente eloggiato dal già apprezzato Sebastiano Vassalli e non solo, “L’americano” è il romanzo d’esordio di Lupo.

Lupo, rimembriamo, è il maggior lettore dell’altro basilisco d’eccezione, Sinisgalli, oltre a esser fra i più importanti conoscitori dell’opera e della figura d’Adriano Olivetti, e saggista per diversi imporanti giornali (Il Sole 24 ore, Avvenire) ecc., insignito fra le altre cose quest’anno dal “Viareggio Répaci” col suo ultimo libro. Giuseppe Lupo, come sappiamo e abbiamo ricordato, nato ad Atella, insegna all’Università Cattolica di Milano e Brescia. Nel 2000, L’americano di Celenne fu premiato coi premi “Giuseppe Berto” e “Mondello” (i romanzi successivi di Lupo sono stati conferma per la critica, coi vari: “Selezione Campiello”, “Giuseppe Dessì”, “Alassio-Centolibri”, “Basilicata”.

L’Americano è fatto da tre voci. Dove un jazzista, un medico e un avvocato statunitense d’origini italiane fanno la storia dell’emigrato italiano sempre negli Usa Danny Leone, appena finita la disfatta di Caporetto. Siamo ovviamente negli anni Venti. E questo Leone in America trova l’America, fra musicisti politici e puttane. Ma nel frattempo la storia, anzi la Storia, cambia. Cambierà con la grande Depressione. Nell’Italietta intanto il fascismo diventa religione e prassi, il mitizzato Carnera viene comunque sconfitto sul ring della nazione italiota e i paesi distanti dal centro del mondo possono esser scenario distante dal set dello spettacolo mussoliano; qui allora il protagonista del libro prova a rifarsi. Le avventure narrate, ovviamente, cioè come giustamente scelte d’inventare l’autore, superano quei tempi bui. Verso la futura dimensione repubblicana.

Prima di quest’uscita, lo scritttore Giuseppe Lupo ha dato alle stampe “Gli anni del nostro incanto”, che sta presentando in molte città italiane, compresi alcuni punti della stessa Basilicata. Fra i romanzi che rimarranno per sempre nella nostra memoria, fra i nostri innamoramenti più sinceri, annoveriamo più che “Ballo ad Agropinto”, “La carovana Zanardelli” e “Viaggiatori di nuvole”. E se in quest’ultimo l’arte dell’invenzione, l’esplosione della fantasia, la gioia dello stupire portano chi legge a perdersi sempre fra luoghi e storie, fra Storia e luogo, nell’altra opera del Lupo rivediamo i sentimenti delle terre del Sud più il sentimento d’ogni terra che supera anche lo stesso concetto di Nord e Sud.

Ogni volta, sia detto, Giuseppe Lupo fa personaggi e percorsi, transiti e soggettività. Che tutte le volte amiamo.

Noi, se non si fosse capito, osanniamo i nostri Gaetano Cappelli e Giuseppe Lupo.