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Tra crisi della rappresentanza e nuove possibili sintesi politiche “Le passioni di un decennio” e la sfida di oggi: oltre il trasformismo, una nuova sinistra

 

Dalla riflessione proposta nel volume di Santochirico alla situazione attuale: senza una rinnovata sintesi tra libertà individuale e giustizia sociale, anche la politica locale rischia di restare priva di direzione e capacità di governo.

La recente discussione politica materana ha avuto almeno un merito: ha riportato al centro una questione che troppo spesso si evita. Non quella delle alleanze, ma quella del loro senso.

Santochirico ha parlato di “minestrone”, denunciando il rischio di coalizioni indistinte, costruite più per vincere che per rappresentare. È una critica fondata. Ma non basta. Perché il problema non è solo come si costruiscono le coalizioni. È che cosa rappresentano.

Oggi, a Matera come in Basilicata, parole come “progressisti” e “sinistra” vengono usate con una leggerezza che dovrebbe preoccupare. Dentro quelle etichette convivono posizioni diverse, spesso unite più dalla gestione del potere che da una visione.

Il risultato è visibile: amministrazioni che oscillano tra continuità e adattamento, programmi generici, assenza di una direzione riconoscibile. Eppure, i nodi sono evidenti.

Negli ultimi anni il potere economico si è progressivamente concentrato. Anche nei territori questo si traduce in scelte che sfuggono alla politica: servizi sanitari indeboliti e mobilità sanitaria crescente; giovani che continuano a lasciare la Basilicata; lavoro spesso precario o a bassa qualificazione; sviluppo legato a logiche esterne (energia, turismo, grandi eventi)

Qui sta il punto. Senza un governo effettivo dei processi economici e sociali, la politica si riduce a gestione. E allora le parole – progressisti, riformisti, sinistra – diventano etichette vuote.

Matera: occasione mancata o laboratorio? Matera lo dimostra in modo emblematico. Dopo il 2019, la città dispone di un capitale culturale straordinario. Ma senza una strategia chiara, quel capitale rischia di disperdersi: la cultura resta evento e non sistema produttivo, il lavoro qualificato non si consolida, il rapporto con università e Mediterraneo resta debole. Allo stesso tempo, nelle aree interne, i servizi arretrano, i paesi si svuotano, la distanza tra cittadini e istituzioni cresce. Non è un destino. È il risultato di scelte – o della loro assenza.

Nel dibattito pubblico continuano a prevalere due illusioni. La prima è che il mercato possa riequilibrare da solo i territori, la seconda è che basti dichiararsi alternativi per esserlo davvero. Nel mezzo, i liberali che dimenticano la difesa delle libertà individuali e una sinistra che spesso ha smarrito la propria funzione: rappresentare il lavoro, i territori, i ceti medi impoveriti.

Se si vuole uscire da questa impasse, serve qualcosa di diverso. Non una nuova formula elettorale, ma una nuova sintesi politica, una sintesi che tenga insieme libertà individuale e giustizia sociale, partendo da una consapevolezza ormai difficile da eludere: senza uguaglianza la libertà si riduce a privilegio, senza libertà l’uguaglianza perde senso.

Oggi, più che in passato, la libertà è minacciata non dall’intervento pubblico, ma dalla concentrazione del potere economico. Difenderla significa allora garantire pluralismo reale, limitare posizioni dominanti, restituire alla politica capacità di indirizzo. Allo stesso tempo, significa rafforzare i servizi pubblici, investire nel lavoro stabile, ridurre i divari territoriali.

È su questo terreno che può nascere una alleanza tra cultura liberale critica e cultura socialdemocratica nel XXI secolo, capace di superare le ambiguità attuali. Per la verità, l’avevamo già scritto: ‘capovolgere lo sguardo’; guardarsi come ‘comunità’ che si organizza, si relazione produttivamente col territorio che la ricomprende a cerchie sempre più grandi fino a considerarsi come intero Mezzogiorno, come Mediterraneo fra le sue coste. È il fare comunità che porta naturalmente, oggi, all’alleanza politica gli obiettivi liberali di salvaguardia delle libertà e quelli ‘di pianificazione della produzione territoriale’, propri della sinistra democratica.

Altra cosa è il trasformismo: non è solo un problema etico. È il segno di un vuoto politico. Quando tutto diventa compatibile, quando le differenze si attenuano, quando le parole perdono significato, il risultato non è la sintesi, ma l’indistinto. E nell’indistinto, a prevalere è sempre il potere già consolidato.

La polemica sulle alleanze, da sola, non basta. Serve una domanda più netta: vogliamo amministrare l’esistente o costruire un modello diverso di sviluppo? Matera e la Basilicata non hanno bisogno di nuove etichette. Hanno bisogno di una direzione. Una direzione che tenga insieme libertà e giustizia, sviluppo e coesione, territorio e Mediterraneo. Tutto il resto viene dopo.

La discussione aperta a Matera può essere un’occasione. Non per ridefinire equilibri, ma per chiarire contenuti. Perché senza contenuti, anche le migliori coalizioni restano esercizi di adattamento. E il tempo dell’adattamento è finito.

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