mercoledì, 19 Giugno , 2024
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SUL LOGO DI MATERA 2019 MENTONO, SAPENDO DI MENTIRE!

 

Umberto Eco tornerebbe dall’al di là dove purtroppo se n’è andato in questi giorni pur di prendere a calci in culo tutti quelli che stanno banalizzando la rabbia sacrosanta dei materani contro la modifica del logo. Il semiologo di Apocalittici e integrati, l’autore de Il nome della rosa, non avrebbe purtroppo risparmiato neppure Paolo Verri, certamente uomo di cultura, che si lascia però scappare il commento: «Tanto rumore per nulla» citando Shakespeare, ma ‘dimenticando’ la differenza tra segno e simbolo, invece colta immediatamente e profondamente dal popolo materano.

Eh sì, dietro la banalizzazione ‘segnica’ della protesta popolare, quasi si trattasse di una disputa su un cartellone stradale, quel che si vuol nascondere è proprio quell’attribuzione di significato che rappresenta “qualcos’altro”. Che attiene anche al senso della cittadinanza, dell’aver cura dei luoghi di appartenenza, per migliorarli e aumentarne la bellezza. Che significa migliorare noi, produrre benessere, definire meglio il chi si è di ciascuna persona di questa città.

Chi si arroga il diritto di decidere sulle nostre teste ci relega nella solitudine, nella “pruriginosa mistica dell’interiore”, nell’impotenza anomica. Se invece ritenessimo che sia il mondo là fuori quello che sentiamo come insopportabile; se pensassimo che siano gli altri da noi quelli che temiamo e per i quali soffriamo e nei confronti dei quali alziamo e costruiamo confini, allora sì troveremmo anche un modo altro di approcciare il dialogo con e nella la città.

In questa protesta sul Logo c’è molta più politica – un “pensare” e un “agire” di quel che si creda: esiste, al di là del segno con cui si rappresenta il logo, uno spazio, un rapporto con “qualcosa” capace di collegare i membri della comunità materana tra loro. Un “luogo” dell’azione finalizzata al bene comune; luogo che ci appartiene in quanto, come soggetti, condividiamo un sentimento di appartenenza ad una comunità che andiamo costituendo e che, a sua volta, ci costruisce come soggetti politici. Vive di forza propria quel sentimento dell’esperienza e insieme, un’immagine del mondo attraverso la quale si sono venuti delineando simboli e rappresentazioni, modelli comportamentali e forme di sofferenza come espressione del vissuto nostro e non solo.

La gestazione di quel logo, che rappresenta in forma stilizzata la pianta scavata del Vicinato nei Sassi, viene da lontano! Riappare prepotente nella seconda metà degli anni ’70 a contrassegnare la proposta e la successiva consacrazione della decisione di restituire i Sassi alla funzione abitativa. Un sogno e una determinazione iniziale di urbanisti e tecnici, della cultura democratica locale e internazionale. Una piccola frangia di opinione pubblica, indubbiamente, che è diventata nel tempo movimento di popolo fino a raggiungere la meta della Capitale europea e, con essa la potenziale consapevolezza di un’identità della comunità che si temeva perduta, l’appagamento di quella fame di bellezza che – se fosse messa in discussione – oggi provocherebbe la ribellione per le strade. Non è stata forse l’estetica, ad abbattere il Muro di Berlino e ad aprire la Cina? Oggi diventare coscienti significa non soltanto diventare coscienti dei nostri sentimenti e dei nostri ricordi, ma soprattutto risvegliare le nostre risposte personali al bello e al brutto.

Ma il logo è simbolo – diventa simbolo, come anticipavo, anche della insopportabilità del mondo là fuori: della “politica piccola” a Palazzo di Città e soprattutto nel Palazzo della Regione, delle fameliche clientele assistite potentine e non, delle culture omologanti e oppressive che ci riconoscono solamente in quanto consumatori …

E guai a chi non intenda! L’immaginario sociale da tutti noi oggi conseguito,  la dialettica tra soggettività e presenze collettive, è ormai un prodotto che ci attraversa tutti internamente e esternamente, per intrecciarsi con la cultura, produrla ed esserne prodotti. E’, vuol essere “partecipazione attiva” alla costruzione di schemi mentali che supportino un nuovo rapporto uomo-mondo, città-territorio. E non sopporta, non può sopportare il basso cabotaggio che tende a minare le chance di una città per esaltare le mediocrità di un’altra.

Col “Salva Potenza”, il governo Renzi autorizza la Regione Basilicata a istituire un fondo di Coesione istituzionale che altro non è che il debito di Potenza spalmato su tutti i contribuenti lucani. La Regione Basilicata, da par suo, poi, ha pensato bene di portare il fondo di coesione istituzionale da 32 milioni di euro a circa 70 milioni, inserendo dentro questo fondo altri comuni lucani spendaccioni, oltre le spese extra della sanità materana.Perché si strombazza come comune riciclone quello potentino che solo grazie ai tre milioni e mezzo della Regione riesce a fare la raccolta differenziata? E quali sono le compensazioni spettanti agli altri comuni? Solidarietà regionale sì  purché trasparente e finalizzata a sostenere chi ne ha veramente bisogno. E dopo aver dimostrato che s’è fatto quel che si doveva per evitare dissesti: non certo per finanziare greppie elettorali e clientelari! A Potenza come a Matera.

Anche questo sta nella difesa del logo. Ed era prevedibile che c’entrasse! E’ parte intima di un segno che diventa un simbolo. Difenderlo, oggi, è già una battaglia culturale. Molto più significativa dei grandi eventi cui è condannata la Città e il suo territorio se ci si ostina a tenerne fuori i suoi cittadini tutti!

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3 Commenti

  1. Michele Saponaro è troppo navigato per non immaginare tutto quelo che sta intorno e in mezzo alla questione della Fondazione, a cominciare dal logo, al nome alle poltrone. Tornando indietro di qualche mese, alla recente campagna elettorale per le elezioni comunali, i sospetti sull’accordo per far perdere Adduce, trovano conferma nei fatti odierni. Sapevano che con Salvatore tutto sarebbe stato piu ostico. Milioni da gestire. Il simbolo o il segno è solo un optzional.

  2. Il debito di Potenza dovremmo chiedere venga “spalmato” su chi amministrava quella città in quegli anni fra cemento e calcestruzzo: tanto a testa, in proporzione alle responsabilità e alla gratitudine di quelle imprese.

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