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Su Franco Arminio e il festival di Aliano Pino Suriano ha cambiato idea

E nelle riflessioni, che pubblichiamo di seguito di Pino Suriano, che ci ha scritto nei giorni scorsi, spiega che dopo una diffidenza iniziale abbia cambiato idea su Aliano e su Franco Arminio organizzatore del festival della paesologia ‘’La Luna e i calanchi’’ . E,in sintesi, il mutamento di valutazione è ristretto in un breve passaggio.’’… Dopo una più attenta frequentazione- osserva Suriano- quello che vedevo come luogo di rigidità ideologica si rivelò infatti uno spazio aperto alle relazioni; quello che avevo ipotizzato come luogo di monolitica sicumera intellettuale era in realtà un luogo di domande, di ricerca e di visioni’’. Un passaggio con riferimenti e considerazioni su quanto hanno scrtto esprimendo critiche, perplessità interrogativi Nicola Filazzola https://giornalemio.it/cultura/filazzola-luna-e-calanchi-nel-paese-di-don-carlo-una-identita-e-una-storia-tradita/ e Gianni Molinari su basiicatapost.it https://www.google.com/goto?url=CAESkQEB6zswFa22iAx_3QnDXfztNJYcfCNPuyxJMY81kfXdWJ1wAk3mTZpwOyBn28nHgJzyv4xWSheAdxS8vv4ILXZy0BYoyVn5fNk9Hxu_-cBFAD4EAIfwjdGni1H4hEbjkLUqsLFIaeDNTwdrC3v-LDrJILlkiRV6pV3Xhfpxlq-4aO_2yCBOhQGhlcAZP4gNOEd7. Dibattito aperto…

LE RIFLESSIONI DI PINO SURIANO
L’intelligenza del lasciare accadere
Come e perché su Aliano e Franco Arminio ho cambiato idea.
In merito alle polemiche di questi giorni su La Luna e i Calanchi
di PINO SURIANO
Il mio primo incontro con il Festival La luna e i calanchi non fu ad Aliano ma a Gorgoglione. Era il 2016 e quell’anno c’era una sperimentale edizione itinerante nei paesi limitrofi.
I partecipanti del festival erano al seguito di una tradizionale processione in maschera. Alcuni di loro guardavano con occhi inteneriti la bella nonnina che si affacciava al balcone, altri si dilettavano ad aizzare il paesanotto che scolava giù il vino come fosse acqua, altri ancora a fotografare i volti degli anziani scavati dalle rughe per farne qualche mostra paesologica. Mi colpì, tra loro, la presenza di un occhialuto capellone che, tutto serioso, prendeva appunti su ciò che osservava.
Non mi fece piacere vedere quei paesi, i miei paesi, come oggetto di quell’autocompiaciuto interesse antropologico. È quel senso di repulsione che provo ogni volta che qualcosa di reale, di concreto, che vive per sé (e magari è contento di sé) diviene oggetto di un qualche sentimento pietistico, o lo specchio in cui qualcun altro si guarda e si compiace. Insomma, quando qualcuno diventa strumento di qualcun altro, anche in buona fede, come accade con i migranti.

Mi venne spontaneo imputare queste impressioni a Franco Arminio, capo popolo divertito e osannato dalla festante compagnia. Abbozzai anche un articolo, poi non completato, nel quale avevo raccolto i lamenti di alcuni abitanti di Aliano, che dall’evento si sentivano invasi e che poi, quando la bella compagnia e i suoi proclami paesaggistici calavano il sipario, in quel posto sempre uguale dovevano rimanere tutto l’anno.
Nel solco di quella negativa impressione lessi alcuni pensieri di Arminio e ci vidi la stessa apparente inconsistenza che oggi vi coglie il giornalista Gianni Molinari in un commento pubblicato sul blog Basilicatapost.
A uno dei post di Arminio sull’importanza del salutare i vecchi di paese reagii con una faccina irridente. “Pino – mi scrisse letteralmente dieci secondi dopo – se hai dei problemi nei miei confronti dimmelo. E ovviamente libero di contestare le mie posizioni, ma la faccina irridente non la posso accettare. Ciao”.
Mi piacque quel “ciao” a chiusura della risposta risentita, e mi piacque quel “dimmelo”, che dava sì l’idea di un permaloso, ma di un permaloso che apriva e non chiudeva il dialogo. Avremmo poi dialogato pubblicamente in più occasioni e soprattutto sarei andato ad Aliano, dove sarei anche più volte ritornato. Oggi posso riconoscere che ho cambiato idea.
Dopo una più attenta frequentazione, quello che vedevo come luogo di rigidità ideologica si rivelò infatti uno spazio aperto alle relazioni; quello che avevo ipotizzato come luogo di monolitica sicumera intellettuale era in realtà un luogo di domande, di ricerca e di visioni.
E in tutto questo soffiava proprio l’intuizione di Arminio, piuttosto distante dal pregiudizio che mi ero costruito. Il poeta, per esempio, al contrario di ciò che avevo pensato, non considerava e non considera il paese come luogo di arretratezza su cui poggiare uno sguardo pietistico, ma come luogo privilegiato di opportunità, in cui possono accadere cose che non possono accadere altrove. Il paese come sfondo ma anche implicito suggeritore di forme e idee.

La vittoria di Aliano rispetto alle tante proposte culturali lucane più costose, meno attrattive e meno legate al territorio (dobbiamo avere l’umiltà di fare i confronti e riconoscere le differenze, e soprattutto di capire che questo è il terreno di confronto per un festival) si lega anche a questo.
Ma la sua vera forza, secondo me, sta in una certa “intelligenza del lasciare accadere”.
Arminio, con l’aiuto delle belle intuizioni del figlio Livio, opera scelte artistiche e culturali, ha intuizioni coerenti (ci sono cose “alianabili”e altre che non lo sono), ma poi molte cose le lascia accadere.
Lo fa a partire da una premessa, che forse è ciò che più di tutto apprezzo in questa esperienza: una sorta di fiducia negli uomini e nelle loro relazioni, in ciò che di bello tra loro può accadere “nel clima giusto”.
Ci sono premesse e conseguenze interessanti, in questo senso.
Tra le premesse, per esempio, c’è il fatto che gli artisti, persino quelli più famosi, non vivono il festival solo durante l’esibizione, ma ne condividono l’esperienza per diversi giorni, da spettatori (quest’anno lo ha fatto Dente, Papaleo lo fa ogni anno), tolgono l’abito del vip e diventano parte della comunità provvisoria. Questo è interessante non appena in quanto originale e attrattivo, ma come suggerimento di atteggiamento per tutti, che sono chiamati a sentirsi parte attiva dell’avvenimento relazionale.
E così – vengo alle conseguenze – le danze spontanee per le strade di Aliano, le chitarre e i tamburelli suonati nei vicoli, le chiacchierate stimolate dalle conferenze sono parte del festival quanto sono gli eventi programmati. E i momenti privati, anche notturni, lo costruiscono non meno di quelli pubblici. Come non vedere, ammirati, che si tocca anche l’interesse dei giovani?
Sul piano della qualità intellettuale (è una delle riserve mosse da Molinari) devo dire che non mi interessa chi siano gli ospiti e quanto bene abbiano fatto in altri contesti, ma la loro capacità di stimolare il pensiero. E come potrei dire di non averlo visto, in questi anni, negli interventi ad Aliano di Antonio Spadaro, Davide Rondoni, Mario Calabresi, Marco Esposito, Andrea Di Consoli, Gianfranco Viesti, Marcello Veneziani e Nichi Vendola (notare, come segno di apertura, la diversità tra gli ultimi due) o nelle belle interviste di Paride Leporace e Lucia Serino, per citare solo alcuni momenti a cui ho assistito di persona? Ci sono in giro cose molto più rilevanti in Basilicata? Non in grande quantità, mi sembra.

Della critica di Molinari comprendo perciò l’impressione e l’innesco, proprio perché sono stati anche i miei, ma penso che non si possa chiedere a un festival quello che un festival, da solo, non può darci e non presume di darci: le soluzioni.

Possiamo chiedergli, e questo lo fa benissimo, di accendere luci e interesse su ciò che da sé non ne avrebbe. E neppure possiamo imporgli confini formali, come fa Nicola Filazzola, figura indiscutibile sul piano artistico, secondo cui a Santo Stefano Belbo non avrebbero permesso di fare con Pavese ciò che ad Aliano hanno fatto con Carlo Levi. Non penso che Arminio e il suo festival debbano rispondere di una qualche coerenza formale e ideologica con Levi, che deve offrire ispirazione, non limitazione. Una certa continuità di fondo però tra i due c’è e il festival la difende bene: è la stima per l’umanità che abita questi paesi, che Levi ha raccontato al mondo e che Arminio prova a rendere fertile.
Pino Suriano
Vice Presidente Società Dante Alighieri di Matera

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