“Del tutto io non son che un picciol pezzo: è ver; ma gli animali condannati a vivere, tutti soggetti ad una stessa legge, vivono nel dolore e muoion come me“. Voltaire, Poema sul disastro di Lisbona, 1756. Sono grato a Voltaire per togliermi di impaccio con queste sobrie antiche parole.
Volevo scrivere la’ dove mi porta il cuore di animal liberation, di (anti)specismo, ma rischiavo di incorrere in apparenza in un’altra ideologia. La storia, si sa, trabocca di ISMI. Meglio di me, Voltaire ed in calce J. Howard Moore sanno trasmettere il concetto con emozioni semplici.
Mi limito quindi a indicare un paio di comportamenti concreti che nella loro quotidianità o futuribilita’ svelano quanto siamo propensi, o no, a rivedere il nostro nesso con l’ambiente e con la nostra stessa storia. SIAMO DISPOSTI, a LASCIAR CRESCERE L’ERBA, e falciarla solo 2 volte all’anno, senza fare strage di nidi? A non tagliare l’erba sotto i piedi a roditori, a insetti (che impollinano per noi le piante coltivate), e comunque non intervenire in periodi di siccità per non aggravarla? Se siamo in salute, a riscaldare i muscoli camminando, invece di circumnavigare le nostre (malgrado il consumo che se ne fa) belle città con veicoli inquinanti?
A non stirare, apprettare, ma accontentarci di abiti comodi e caldi, magari un po’ cincischiati, ma almeno non pregni di veleni?
* E’ rendere lesa maestà a noi premiati dall’evoluzione comparare il ristrettissimo consumo energetico degli animali a quello degli umani? * A RICICLARE, SCAMBIARE?
A spegnere la tele per non farci dannare la vita dai troll della pubblicità?
A condividere il Wi-Fi?
A invitare i giovani alla sobrietà, a realizzarsi senza montare di assalto la scala sociale?
A lasciare i centri storici a chi con rispetto per le generazioni passate ci vuole abitare, dando naturalmente ospitalità ai viaggiatori coscienziosi? Molto superflua e nociva è anche la sovrastruttura mentale che incrementa gli eccessi materiali, il consumismo: l’albagia, la falsa superiorità, o sprezzatura che dir si voglia.
E’ la molla della storia, la guerra di classe si dirà, assunta ormai alla nostra epoca a guerra aperta dei ricchi contro i poveri. Ed è proprio qui il perno, intorno a cui gira la questione della sopravvivenza.
Riconosciamo ora, se abbiamo l’acume di cui ci vantiamo, sensitivita’ e intelligenza sui generis alle specie animali, come ormai inevitabile se vogliamo rinsavire dalla follia antropodevastatrice!
E a maggior ragione dovremo imporre uguali diritti, comfort per quanto sobri, e opportunità a tutti gli esseri umani. Una sincera globalizzazione.
Dormiremo tutti sogni più tranquilli.
Altro che “transizione ecologica” donataci e poi revocataci da sua maestà usurpatrice Ursula von der Leyen.
Al suo posto è subentrata con un colpo di mano la transizione militare.
Altro che ambientalismo radical chic ormai entrato nelle maglie del sistema. (Vedi l’ex avanguardia dei Verdi tedeschi, uniti ormai alla marea guerrafondaia).

A poco serve fare la spesa bio, se poi si lavora per una società petrolifera, ovvero (vizi interpartitici) si girano i pollici consumando risorse pubbliche in un ente pubblico, oppure nel traffico di influenze si fa incetta di altre prebende non sudate. Ma che fare, la contraddizione è nata con l’uomo.
Scusate allora se rilanciamo con uno slogan, anzi due, come non si usano più:
rivoluzione ecologica e rivoluzione sociale. UGUAGLIANZA PIÙ RIVEGETAZIONE. Andiamo nei potenziali focolai di guerre e terrorismo, sempre alimentati dalle armi delle multinazionali, ad offrire opportunità senza immediato ritorno, e vedremo gradualmente svanire le dinamiche distruttive.
Rendiamo una solidale pariglia all’immigrazione di necessità, ed emigriamo noi con i nostri talenti umilmente nei Paesi poveri a rendere onore a quei modi di vivere e a culture tutt’altro che povere.
L’alternativa è continuare a stappare champagne sul Titanic. “Fai agli altri come vorresti sia fatto a te – e non solo all’uomo nero e alla donna bianca, ma altrettanto al cavallo sauro e allo scoiattolo grigio; non meramente alle creature con un’anatomia come la tua, ma a tutte le creature viventi“. J. Howard Moore, zoologo americano, 1895.

La mia fatica di Sisifo è stata occuparmi da sempre del fenomeno lingue.
Le ho studiate in Germania e Irlanda, per poi lavorare come traduttore.
Con tutta l’ammirazione per le virtù del medium, non sarò mai un giornalista, di quelli che dicono della loro professione: “Meglio che lavorare”.
Non fa per me la separazione ipocrita di fatti e opinioni.
Credo nella dialettica e nei dialetti, nella laboriosità del pensiero lento.
La forma è contenuto, e si lascia cesellare fino a dare il più grande risalto alle idee che, si spera, hanno in sé la verve per salvarci.
Ci vorrà del lavoro a riempire il baratro di apatia in cui è precipitato il pensiero.