“Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro” ripete un vecchio adagio e quando non si aprono pagine di storia collettiva e album dei ricordi, da raccontare ai giovani, significa tagliare le radici della dignità e della libertà, creando le condizioni per quella pericolosa cultura del non ricordo o del negazionismo che ha portato a situazioni liberticide, a conflitti dagli esiti devastanti. E’ per questo che alla vigilia della ‘’ Giornata del ricordo’, che celebra il 10 febbraio le vittime delle foibe e il dramma dei profughi istriani di nazionalità italiana, abbiamo chiesto a un nostro concittadino – l’architetto Lorenzo Rota- un contributo, una riflessione sul significato di quei giorni , vissuti con la sua famiglia. Esule da Rovigno D’Istria a Matera,costretta a lasciare, con la forza e tra tanti disagi, affetti e luoghi dove si è nati o vissuti per tanto tempo. E con la lucidità, la pacatezza e l’autorevolezza, che hanno sempre contraddistinto i suoi interventi, trasferisce a quanti non sanno, hanno dimenticato e si confrontano con le migrazioni e le sofferenze di oggi, un invito a non dimenticare. Con l’auspicio che l’Europa trovi volontà, uomini e un progetto che demolisca su basi concrete i muri dell’insensibilità e dell’intolleranza. E l’ ’immagine del 1944 in bianco e nero di Rovigno d’Istria, che apre il servizio, è un angolo di quell’Europa dell’accoglienza da costruire.

Perché serve ricordare

Le “giornate del ricordo”, che si celebrano il 10 febbraio di ogni anno, sono di grande Importanza per mantenere vivi i principi della nostra convivenza civile, al di là delle appartenenze nazionali e/o ideologiche.
E per comprendere come le attuali vicende di migrazione che interessano la nostra nazione, il nostro continente, non costituiscono eventi eccezionali ed apocalittici (se non forse nella dimensione che la globalizzazione contemporanea ha determinato), ma rappresentano una ulteriore tappa del processo di continuo rimescolamento culturale, etnico, civile che la comunità umana ha intrapreso, sin dagli albori della sua storia: non è la prima, non sarà l’ultima; e, soprattutto, è la molla che spinge il progresso, il futuro!

In questo senso ho accettato l’invito di Franco Martina a dire qualcosa, in questa giornata, sulla mia vicenda personale che mi vede figlio di profughi istriani, nato a Rovigno d’Istria, e “migrato” con la mia famiglia a Matera (luogo d’origine di mio padre) alla fine del 1946.
Ho accettato, ma nel rispetto della riservatezza che su tali situazioni, complesse e dolorose, la mia famiglia ha sempre tenuto; e con la finalità, soprattutto, di dare voce ai tanti “profughi” istriani, o di altra provenienza, che gli stravolgimenti territoriali ed etnici provocati dal secondo conflitto mondiale hanno portato a risiedere a Matera; dei quali ricordo volti e personalità che hanno arricchito la mia infanzia: rafforzando così, ed esplicitando, quella “memoria”, che non deve essere mero esercizio retorico, ma concreta esperienza di vita che segna i nostri comportamenti contemporanei.
Mi piace ricordare, tra tanti (anche se profugo “sui-generis”), il mitico Augusto Manzin, portiere della “Matera-calcio” negli anni ’50, e poi vigile urbano.

A mio avviso, non è tanto importante raccontare i particolari “personali” di quella triste storia di “sradicamento” territoriale: mio padre, che a Matera non aveva più nessuno, aveva messo su famiglia a Rovigno d’Istria nel 1944, dopo aver prestato servizio nell’esercito italiano sul fronte jugoslavo sloveno: come tale, all’arrivo dei comunisti titini, ha dovuto nascondersi e poi fuggire con la sua famigliola; è importante invece ricordare, e prendere coscienza del dramma che travolge persone, famiglie e comunità quando, per sfuggire a quello che Giorgio Napolitano ha definito “un impeto di giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento”, si è costretti a lasciare tutto quanto costruito in una vita, o quanto progettato per un sereno futuro, per fuggire verso un destino “ignoto”.
La mia famiglia, i miei genitori (con me) prima, ed i miei nonni due anni dopo, ha saputo superare questo terribile passaggio della sua storia (la cui vicenda merita riserbo), e si è perfettamente inserita nel nuovo contesto sociale e territoriale: mio padre è stato a lungo poi, uno stimato maestro elementare, educatore di generazioni di materani, che ancora lo ricordano.

Se dobbiamo trarre una lezione da questa storia, non possiamo non considerare come la nostra sia una generazione fortunata che, dopo gli orrori delle due guerre mondiali del “secolo breve”, ha potuto vivere una stagione di pace grazie all’opera di intellettuali del calibro di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi (“Manifesto di Ventotene”), ed all’impegno di statisti del calibro di Churchill, Adenauer, De Gasperi, Monnet, ecc., che hanno contribuito a costruire l’identità europea, e la sua cornice politica unitaria, purtroppo ancora incompleta.

Oggi che su quella identità aleggiano spettri di rigurgito nazionalista, ricordare le conseguenze patite da quelle persone, dai nostri cari ed amici, proprio per l’esplodere di egoismi etnici e/o nazionalistici, ci aiuta a riflettere sulla linea da seguire nella costruzione del nostro futuro.

Lorenzo Rota