Questo giorno che incombe”, d’Antonella Lattanzi, HaperCollins Italia (Milano, 2021), pag. 456, euro 19,50.

Ma l’amore non è una forza in grado di sconfiggere tutte le altre. L’amore è fallibile, egoista, sommerso dal sonno della sera o dalla sveglia della mattina, sta per affogare e nemmeno se ne accorge, torna su. Ci sono delle volte che boccheggia. L’amore c’è e poi si dimentica di esserci, come chi ha perso la memoria anche solo per un attimo. L’amore è un guanto che inguaina tutto, e un respiro dopo è perso dentro le mille cose che succedono, le persone che esistono, i pensieri che si stringono. Non è cattivo è non è buono. L’amore non è una verità. E’ solo un’ipotesi plausibile”. Queste riflessioni sono conficcate a pag. 90 del nuovo romanzo della scrittrice e sceneggiatrice barese, Antonella Lattanzi (nata nel 1979, autrice di “Devozione” e “Prima che tu mi tradisca” – Einaudi – e “Una storia nera” – Mondadori – e delle sceneggiature “Fiore”, “Il campione”, “2Night”).

Un talento in continua formazione, e maturazione. Incastrati nell’esordio “Devozione”, consapevoli delle capacità letterarie di Lattanzi, note già dai tempi delle comuni collaborazione alle idee brillanti di Francesca Mazzucato a favore della promozione dei libri e della lettura, ricordiamo che Antonella Lattanzi ha anche scritto saggi per Newton&Compton, testi sulla memoria della sua Puglia.

L’estratto iniziale da “Questo giorno che incombe” scorre come retta parallela con l’apertura d’uno dei momenti più alti e raggelanti del libro: “Le salì un grido dallo stomaco, dove tutto l’amore e l’orrore nascono”; ché qui un momento dagli effetti irreversibili s’è compiuto. Epperò questa volta dove la protagonista raccontata dal narratore della ‘trama’ ancora deve pacificare la sua realtà e la realtà in genere. Quindi è tutto come sembra? Oppure solamente nel modo che sarebbe potuto essere?

Una scomparsa è peggio di una morte. Quando muori non ci sei più, quando scompari dove sei?”: qui non si sta parlando dei vuoti di memoria di Francesca, della giovane donna-madre sessualmente respinta dal marito. Si sta ragionando su una scala sicuramente più ampia. Fuori dai limiti del palazzo del dramma da riscoprire.

Questo nuovo romanzo di Lattanzi è ispirato a un fatto di cronaca avvenuto a Bari, nel palazzo dove la scrittrice è cresciuta. E la suggestione di memoria personale si sente prepotentemente. Ma è forse proprio grazie alla distanza controllata con tempi e persone, che la narrazione di questo rapporto sentimentale si nutre ma per fortificarsi. Un’avventura difficilissima, in tutta evidenza. Che Lattanzi vive con l’arma d’una padronanza linguistica asservita al punto d’osservazione, invece del suo contrario. D’altronde nella presentazione del libro, firmata dalla stessa autrice, il modello era stato chiarito.

Un passaggio fondamentale del romanzo d’Antonella Lattanzi ci fa sentire i dubbi di Francesca, messa questa volta in crisi da un’amica che presenta, seppur con tenerezza, una forma di felicità pura che lei ha provato, e che di sicuro le manca. Con tutto il carico di sbandamenti provocati, appunto, da questa mancanza. Dove le ambientazioni fatte dall’autrice verranno lettere da Francesca in maniera sempre speculare a tutto ciò insomma.

Qui, in “Questo giorno che incombe”, l’incrocio dei generi rende. Ci permette di passare, per esempio, da una mente all’altra. Soprattutto. Ché Lattanzi ha imparato alla perfezione la regola fondamentale del romanzo perfetto: teste che scoppiano. In territori già di norma condizionati dalla ragione del sempre primeggiante dubbio. Mentre infuria la paranoia, diffuso stadio a sempre più persone noto.

In tutto ciò Antonella Lattanzi mette il carico più scontato e pesante possibile. Immerge in un contesto di bambine e bambini bisognosi d’affetto la radiografia della famiglia di plastica. Gravida d’ipocrisia. Falsa alla stregua della cartamoneta fuori corso di validità. Fra sentimenti falsi o non corrispondenti alla loro importanza dichiarata e il solito, esplicito assai, non-detto. Con l’amore desideroso in agguato.

“E tutto, ma proprio tutto, era finito”.