San Carlo Borromeo famoso in Terra d’Otranto, della quale faceva parte Matera, prodigo verso gli ultimi, un ”nobile” committente trasferitosi a Matera da quella terra che per devozione e necessità familiare fece costruire la Chiesa del Carmine e incaricare un pittore ignoto di realizzare una pala d’altare oggi certificata dopo una paziente opera di restauro e una storia lunga oltre quattro secoli, passata per episodi efferati, terremoti e la luce che ”illumina” le opere buone destinate a colpire per arte, fede e bellezza. Sono i protagonisti o, se preferite, i contenuti di un’ opera sottratta all’oblio e che potremmo ammirare nel MATA, il museo diocesano di Matera, destinato a riservarci altre sorprese nei prossimi mesi e in un anno che vedrà la visita di Papa Francesco, in occasione del Congresso eucaristico nazionale in programma dal 22 al 25 settembre 2022.

Quella pala, intaccata dal degrado dei luoghi e dall’incedere del tempo, era nella chiesa del Carmine, di Palazzo Lanfranchi, a Matera, deposito temporaneo di tante opere conservate nelle immediatezze del terremoto del 1980 e ora adibita a spazio espositivo. Una tela restaurata, realizzata nel Seicento da autore ignoto raffigurante la Madonna del Carmine con Bambino e i Santi (Carlo Borromeo e Antonio da Padova) presentata in Cattedrale, nell’ambito delle iniziative organizzate dal Polo culturale dell’Arcidiocesi di Matera-Irsina (Museo Archivio Biblioteca) insieme alla Basilica cattedrale di Matera e alla società cooperativa Oltre L’Arte, in vista del congresso Eucaristico nazionale del 2022. Un’opera con una bella luce, davvero ispirata, per la presenza della Madonna con Bambino, regina dei cieli e due Santi simbolo della devozione popolare. La tela, una pala di altare, che misura 2,90 x 1,90 metri, era in pessime condizioni. Il paziente lavoro di restauro ha riportato alla luce la datazione precisa del manufatto, l’anno 1613, scritto nella parte bassa della tela. E’ ritenuta,pertanto, al momento l’unica opera certificata proveniente da quella Chiesa appartenuta ai Carmelitani. Venne fatta realizzare, così come la chiesa, dal nobile Marcello Di Noia, di origini salentine, proveniente dalla Terra d’Otranto, della quale Matera faceva parte. Il recupero dell’opera , durato un anno, è stato finanziato dal Museo Diocesano ed eseguito dal restauratore Giuseppe ”Pino” Schiavone, in base alle direttive della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Basilicata, che l’ aveva custodita. Ma a raccontarci di più sulla Pala è Marco Pelosi, vicedirettore del Museo Diocesano e appassionato come pochi di storia locale, perchè sorretto da umiltà, pazienza e costanza nel lavoro di ricerca delle fonti e dei riscontri. Un esempio per tanti giovani che vogliano avvicinarsi allo studio della storia e dell’arte.

” La tela – dice Marco Pelosi- era nel transetto, ai lati dell’altare, di una chiesa tracciata nel 1608 e fatta costruire da un committente locale il nobile Marcello Di Noia , originario del Salento, che decise di donarla ai Carmelitani che si erano scissi in precedenza. E la cosa, è singolare, perchè protettore dei Carmelitani presso la Santa Sede è San Carlo Borromeo, che diventa Santo nel 1610 . Poco dopo la sua canonizzazione viene realizzata la tela,che è del 1613 e questa è una pala per l’altare maggiore. La storia della Chiesa del Carmine è fissata in due momenti. La prima quando avviene la soppressione dei Carmelitani , l’altra è legata all’ arrivo di Monsignor Lanfranchi che fonda il seminario e fa spostare la tela perchè al centro ne mette una di suo gradimento. Tutto l’interno della Chiesa viene rivisto” . Da qui l’importanza e l’unicità della tela restaurata. ”Non abbiamo opere del Carmine originali- continua Marco. L’unica opera del Carmine certificata è questa. Tutto quello che c’è oggi e stiamo recuperando è nel Museo, la prima è Madonna del Confalone che non è del Carmine ma di san Pietro Caveoso, questa che abbiamo recuperata, un’altra è al Museo nazionale che sta procedendo per il restauro e poi altre due per le quali abbiamo chiesto di poter avviare il recupero . La ”pala” a ben vedere e’ l’unica opera dei Carmelitani. E quanto al committente Marcello Di Noia, in verità, non costruisce solo per devozione ma perchè i suoi figli si macchiarono di delitti e avevano bisogno di essere tutelati. C’era possibilità, infatti, di concedere asilo nelle chiese a quanti vi si rifugiavano, salvo decisione straordinaria della Regia Udienza che poteva infrangere quel diritto, come accadde per Alessandro Gattini, colpevole di omicidio e poi incarcerato. A Matera, infatti, gli inizi del Seicento furono anni turbolenti perchè si verificarono vari omicidi. E quella è una vicenda da approfondire”.

Interessante è il tema della devozione e della popolarità di San Carlo Borromeo a Matera, ” Perchè -aggiunge Pelosi – era stato feudatario di Oria e la nostra città faceva parte della Terra d’Otranto. I Di Noia sono originari del Salento e quindi abbiamo uno spaccato della nostra storia provincia di appartenenza. Il feudo di Oria venne venduto e il ricavato donato alla Diocesi di Milano per aiutare i poveri e questo rimane nell’immaginario collettivo . Tant’è che a Matera fa realizzare una grande pala che raffigura il ”vescovo per eccellenza” che è San Carlo Borromeo. E il vescovo di Milano diventa popolare. Il quadro lo incastona in una bella luce che dalla Madonna abbracci tutti i soggetti del quadro. Una bella luce realizzata da un pittore di scuola cinquecentesca e del resto basta vedere la pala dell’altare maggiore in cattedrale, alla quale si è ispirato. Non sappiamo a quale scuola appartenga. Anche perchè il committente, Marcello Di Noia, è stato sovrapposto, aggiunto dopo sul dipinto, in basso e con le mani giunte. Comunque, tutti gli elementi, riportano alla Terra d’Otranto”. Per Marco Pelosi il lavoro di approfondimento non mancherà per i mesi a venire.
Ma anche per un tecnico come Pino Schiavone che nel restauro ha avuto modo di apprezzare tanti aspetti, spesso empirici, legati al ” mestiere” dei pittori del tempo, pronti a sperimentare sul campo e conservare gelosamente intuizioni e buone pratiche. Prendete i colori. Oggi è facile. Ma un tempo si guardava alla natura e basta. Un esempio? Il giallo di Napoli, probabilmente ricavato dalle ”terre” solidificate delle solfatare di Pozzuoli.

“Quanto alla tela -dice il restauratore- era molto rovinata, a causa delle infiltrazioni del tetto della Chiesa del Carmine. La parte bassa, invece, era sana. E’ stato un lavoro impegnativo, durato un anno. Restauro eseguito con le indicazioni della Soprintendenza” E questo ha consentito di recuperare la tela e il ”retro” , consolidato nell’intelaiatura quasi fosse l’arcata di un portone” . Una bella soddisfazione che ha consentito, come riportato sopra, la datazione della tela (l’anno 1613) e anche qualche autografo. Un vezzo o malvezzo duro a morire.
La prossima committenza? “Sta terminando – aggiunge Marco Pelosi- il restauro di una pala di Santa Scolastica che viene dalla chiesa di Santa Lucia e Sant’Agata,poi trasferita in Santa Lucia alla Fontana in via del Corso , fino agli anni Cinquanta, quando una parte della Chiesa viene abbattuta. E’ un quadro che non ha più il suo altare e troverà collocazione nel Museo diocesano, luogo ideale e naturale per ospitare tutte quelle tele che non possono essere collocate nei luoghi originari o in attesa che possano diventare sicuri”. E il Museo diocesano, che per il congresso eucaristico del settembre 2022 vedrà più che triplicata la superficie espositiva, è il luogo ideale per far splendere l’arte,la fede e la bellezza di opere del passato. Ad apprezzarla, immaginiamo, anche Papa Francesco, i tanti prelati e non solo delle Diocesi italiane e,tra queste, anche quella milanese o “ambrosiana” che divide con noi memoria e rispetto per San Carlo Borromeo. Una tela che unisce Matera, Milano con le radici nella Terra d’Otranto.