Non tragga in inganno il termine marinesco legato alla regina dell’omonimo golfo, Napoli, capitale del Regno delle Due Sicilie, e che per Matera Terra d’Otranto prima e poi di Basilicata, significò tanto per cultura, istruzione, carriere, fede e tradizioni religiose e con esse il bel canto, anche per la festa del 2 luglio in onore della Patrona Maria Santissima della Bruna. Ma le flotte su carro trionfale della Bruna, paragonato per fattezze architettoniche a un galeone spagnolo, ci sono state davvero con le splendide voci di giovani cantori evirati vestiti da angeli e che prendevano posto sul manufatto di cartapesta. A raccontarcelo con tanta passione e voglia di ricercare negli archivi reconditi della memoria di Chiese, cattedrali e biblioteche il ”maestro” e compositore Pietro Andrisani, che ci parla della nascita delle flotte per volere di un nobile spagnolo-Pompeo Battaglino- e della consuetudine di farne un fattore aggregante di fede e musica sui carri trionfali. “Lieta e festante” è il titolo di una delle ultime flotte eseguita a Matera sul carro trionfale del 2 luglio dei primissimi decenni del secolo XIX. L’epoca coincide con la vita degli ultimi grandi cantori evirati di palcoscenico. Il più noto, vissuto nel 1700, fu il pugliese Farinelli.

La flotta sul carro della Bruna

La flotta sul carro della Bruna
Lieta e festante viene la Bruna
E in quest’istante vi accenda il cor.
L’amor di pace vi colma il seno
L’alma sua face v’infiammi ognor.

‘Anno Domini 1589 pueros qui Neapoli
inedia conficiebantur et frigore hac illac
dispersi, congregatos, atque ad sui habitus
congruentiam tunicatos, Pauperculos
Jesu Christi statuit noncupandos statuit nuncupados’
(Petri Angeli SPERÆ Pomaricani,
De Nobilitate professorum Grammaticæ
& Humanitatis utrusqæ linguæ’
Neapoli,1641. L. II, 51)

Oltre all’antifona Nigra sum sed formosa i canti sacri che hanno caratterizzato la festa della SS. Bruna di Matera sono le flotte, sorta di corale luterano itinerante a quattro voci con accompagnamento di pochi strumenti, da eseguirsi prevalentemente sul carro trionfale.
Lieta e festante è il titolo di una delle ultime flotte eseguita a Matera sul carro trionfale del 2 luglio dei primissimi decenni del secolo XIX. L’epoca coincide con la vita degli ultimi grandi cantori evirati di palcoscenico.

La tradizione napoletana delle flotte intonate sui carri trionfali per feste religiose, si fa risalire al 1616, anno in cui un nobile spagnolo, Pompeo Battaglino, membro della Confraternita della Immacolata Concezione a Montecalvario, assegnò un suo lascito per la costruzione di carri allegorici che il sabato Santo portassero in processione, per via Toledo, la statua della medesima Concezione attorniata dalle figurazioni dei Misteri. Erano ‘quindici Misteri, gruppi di fantocci vestiti con stoffe più o meno ricche e che rappresentavano episodi della vita di Gesù e Maria collocati su basamenti dorati ornati di ceri e fiori [che] venivano trasportati a spalla’ […]. ‘Sul carro vi andavano dei giovani musici, vestiti da angeli, i quali durante il cammino della processione cantavano inni in lode della Vergine. Questi virtuosi venivano raccolti dai quattro Conservatori di musica, che in quel tempo Napoli possedeva. […] appresso li gradini ove seggono li figlioli che cantano […]’.
‘Dietro gli scanni sui quali sedevano li figlioli cantori, erano sei statue simboleggianti altrettanti turchi abbattuti. Su un gradino più alto, sopra un globo, troneggiava la statua di Filippo IV con manto e corona regali, con scettro in mano ed un leone a lato. Con un piede egli calpestava i Turchi, con l’altro una mezza luna di tavola contornata d’argento’.
La sera del sabato santo, la processione partiva dalla chiesa di Montecalvario con la Immacolata Concezione trionfalmente assisa sulla parte più alta di un carro riccamente addobbato. Il carro era preceduto dai dignitari della magistratura e della milizia, dai cavalieri dei tre Ordini di Spagna, dalle guardie Palatine e da regi Alabardieri; dopo aver attraversata via Toledo ornata da luminarie, giungeva a largo di Palazzo ove si celebrava la cerimonia religiosa.
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Per le forti connessioni di costume socio-culturale e politico-religioso tra l’area materana e quella della sua Capitale, la storia delle flotte o dei canti religiosi festevoli e funerei dei secoli XVII e XVIII eseguiti nel capoluogo lucano alle processioni dei Misteri della Settimana Santa, di Sant’Eustacchio, di San Michele Arcangelo e sul carro trionfale della B. V. Bruna, non può prescindere da quella che sta alla base delle origini dei quattro conservatori di Napoli.
Questi istituti, sorti con intenti umanitari nel periodo in cui il regno di Napoli sperimentava soprusi del mal governo spagnolo, carestie e pestilenze, guerre e sollevazioni, terremoti ed incendi del Vesuvio, il tormento per la fame crebbe tanto che i poveri fanciulli abbandonati per le vie morivano d’inedia e di freddo. La rapacità e l’egoismo dei padroni Spagnoli, sostenuti dallo stolto servilismo e dal malcelato opportunismo di alcuni baroni e prelati locali, creava non poche difficoltà ai filantropi tesi a mitigare le sofferenze umane.
Per ottenere dalle autorità costituite le sospirate autorizzazioni ad esercitare l’opera di benefattori, i fondatori di quei conservatori subirono non poche angherie da parte di alcuni settori delle autorità civili e religiose e, a volte, da altri istituti consimili. L’ultimo sorto in ordine di tempo, quello dei Poveri di Gesù Cristo, ebbe a patire mortificanti soprusi e prepotenze anche dagli altri tre istituti di carità, suoi omologhi, gelosi di tale prestigio e timorosi di vedersi ridurre le rendite dall’inattesa concorrenza. La pia opera del terziario francescano calabrese, frate Marcello Fossataro, – così si chiamava il promotore del Poveri di Gesù Cristo – cominciò tra grandi difficoltà, proseguì con proponimenti ostinati, fu compiuta tra ostacoli di varia natura come si deduce anche da una accorata supplica che egli presentò a Clemente VIII nel marzo del 1596. Il Papa, dopo aver letto l’istanza di frate Marcello, diede ordine a suo nipote, Cinzio Aldobrandini, di trasmettere un memoriale al Nunzio vaticanese in Napoli affinchè lo consegnasse ‘al signor Cardinale Arcivescovo, et giudicando che l’opera sia buona et havendo bisogno dell’autorità del Papa se ne vagliano’[le modalità d’intervento]. A sostenere la meritevole opera del frate calabrese, certamente, non fu estraneo l’umanitario appoggio di Lelio Orsini, figliolo della contessa di Matera, la quondam Felicia Sanseverino.

Il consenso delle autorità ecclesiastiche di Napoli per la fondazione del suo istituto di carità non giunse senza altre difficoltà ma appena ebbe licentia in scriptis dal vescovo, Marcello Fossataro cominciò a girare per taverne, stalle, baracche, androni, anche a notte fonda, raccogliendo fanciulli derelitti dai cinque ai quindici anni, debilitati dalle intemperie, dall’inedia, dall’incuria e dalla indifferenza dell’umano egoismo.
Inizialmente li ricoverava in una casa nella zona di Forcella appartenente a Donna Giulia delle Castella. Dopo averli puliti, vestiti tutti in abito della stessa foggia e stoffa e rifocillati, insegnava loro la dottrina cristiana, i primi rudimenti dell’Abici, li istruiva a diversificati mestieri, per collocarli, appena idonei, in adeguate botteghe di artigiani. ‘Et subito che qualche figliolo have imparato qualche arte se accomoda con maestri con li suoi pacti, con fare il contratto et farli dare sicurtà’ diceva il buon Marcello.’Quando si daranno li figliuoli all’Arte si farà istrumento col Mastro obligandoli a tenerli per tanti anni et con quelle conditioni che si accordaranno con li Governatori’.
Coralmente i fanciulli imparavano ad intonare inni alla Madonna, ai Santi, canzoni atte a festini di battesimo, di matrimonio, di onomastici e ricorrenze varie. che eseguivano in tempi e luoghi opportuni in cambio di modesti ma vitali compensi. L’onorario, in danaro o in natura che fosse, veniva devoluto al governatore del Conservatorio.
Lo storico Bartolomeo Capasso in Albo artistico letterario per Asili infantili scriveva che ‘negli ultimi anni del secolo XVI vedevasi per le vie di Napoli un vecchio [Marcello Fossataro] con tonaca di zigrino […] stretta alla vita da un cordone […] che andava gridando: Fate la carità ai poverelli di Gesù Cristo’. Ben presto la Carità dei Napoletani benevoli crebbe unitamente al numero dei fanciulli ospitati nel suo nobile ricovero.
Allora ogni giorno, divisi in paranze, i figlioli di zigrino del vecchio questuavano per la città cantando inni religiosi e civili scanditi dall’implorante appello del loro corifeo, Leonardo Grande da Senigaglia, che ripeteva il grido del terziario francescano calabrese: Fate la carità ai poverelli di Gesù Cristo! Se la carità palese e spontanea non si faceva attendere, l’occulta era altrettanto sollecita a soddisfare l’insistente appello: l’occulta era quella operata prevalentemente da anonimi genitori, genitori naturali non dichiarati di quei figlioli, molti dei quali appartenevano alla ricca borghesia e alla aristocrazia locale e spagnola. (Chissà se anche quella parte della iberica soldatesca di occupazione, con-genitrice della derelitta prole napoletana fosse sensibile, premurosa a quei richiami).
Nel 1599, col ricavato di dieci anni di canti questuanti sacri e secolari, frate Marcello acquistò i locali che ospitò il conservatorio con accanto l’oratorio e la chiesa che, nel 1606, intitolò a Santa Maria della Colonna. A coprire la duplice carica di cappellano e Maestro ‘per imparare li figliuoli de musica et de cantare’ fu chiamato don Giovan Giacomo de Antiquis, sacerdote di Bari, assegnandogli un mensile di due ducati.
Successivamente, con i guadagni dei canti itineranti di quei figlioli e con i copiosi lasciti dei benefattori, l’istituto divenne proprietario di numerosi immobili. Il 12 luglio 1620 quando l’operoso Decio Carafa, Arcivescovo di Napoli, si recò al Poveri di Gesù Cristo per una Santa Visita trovò che il conservatorio possedeva ben dieci case, oltre l’immobile che ospitava lo stesso istituto e la chiesa adiacente.

Accanto ad ogni conservatorio vi era sempre una chiesa nella quale i figlioli coltivavano la dottrina cristiana e, periodicamente, eseguivano, in anteprima, gl’inni sacri che imparavano dai loro insegnanti. In tal modo, il luogo di culto per esercizi spirituali diveniva anche auditorio per esercitazioni musicali e trampolino di lancio per le flotte e le correnti eseguite dai figlioli in paranza guidati dai loro mastricelli o corifei.
Come accennato sopra, le flotte erano brevi canti strofici a quattro parti, solitamente in stile omoritmico per voci e strumenti che gli alunni dei conservatori napoletani dei secoli XVII e XVIII, in paranze, eseguivano
accompagnando il viatico, le processioni religiose, i cortei di città, dei vicini casali e paesi, sul carro trionfale della Concezione a Montecalvario

Nei conservatori si curava con scrupolosa attenzione questo genere musicale che agevolava fra i ragazzi la socializzazione, un corretto stile di vita, consentiva discreti introiti, utili per la loro sussistenza, l’acquisto del proprio equipaggiamento e del materiale didattico; era anche un validissimo banco di prova per i futuri cantanti, strumentisti e compositori.

Dopo il 1650, epoca in cui i conservatori erano ormai divenuti veri e propri istituti musicali con insegnanti che coprivano i ruoli di maestro e di vice maestro di Cappella, di strumenti a corde e a fiato, l’esperienza peripatetica agevolò agli angiulilli l’esibizione in loco nell’interpretare con disinvoltura mimica personaggi di drammi sacri per musica composti dal proprio maestro di cappe. Alle rappresentazioni erano invitati ad assistere l’arcivescovo della città, la nobiltà benefattrice, il vicerè con consorte e alcuni personaggi della sua corte.
Queste drammi sacri rappresentati in loco e la musica sacra che gli alunni dei conservatori eseguivano anche gratuitamente in alcune chiese e conventi di Napoli, permisero ai medesimi istituti alcuni privilegi, come l’esenzione dal pagamento delle tasse su diversi alimenti e l’appalto di alcune gabelle. Nel 1660 il Poveri di Gesù Cristo era appaltatore delle gabelle ‘dell’oglio e sapone’; ‘de sali de quattro fundaci’; ‘delle sete di Calabria’; ‘del peso e mezzo peso’; del grano e mezzo grano’; ‘della farina vecchia’.
In quest’epoca essendo i conservatori diventati veri e propri istituti musicali, si cominciò ad esigere dagli allievi che si recavano a fare musica per terzi, esecuzioni sempre più professionali, perciò venne stabilito che i componenti delle paranze dovevano possedere una tecnica dell’ugola e dello strumento più perfezionata. Solo dopo tre o quattro anni di studio l’allievo era abilitato ad affrontare il lavoro di paranza e vestire l’abito d’angiulillo su carri trionfali o ad accompagnare festive processioni religiose, per eseguire flotte e correnti.

Tale principio è rilevato anche dalla testimonianza del sacerdote materano don Vito Sciliero deposta nel 1734 al processo del Capitolo della Cattedrale di Matera contro Vincenzo Duni, redatta dal Canonico Nicola Antonio Gucciò, segretario del medesimo processo. In detta testimonianza è scritto che lo Sciliero avendo ‘dimorato nella Città di Napoli dal mese di Marzo 1713 per sino al mese di Giugno 1725 nel Conservatorio de’ poveri di Gesù Christo pria ad imparare la Musica, cioè di suonare il Violino, & indi dopo ben istruito à capo di tre, o quattro anni incominciò coll’altri Compagni andar facendo Musiche nelle Chiese per dentro detta Città, lo che accadeva ben spesso, e di continuo’. Salvatore Di Giacomo nella sua storia dei quattro conservatori di Napoli sostiene che dopo la partenza per Matera del sacerdote violinista Vincenzo Sciliero, il suo incarico di capo-paranza venne occupato da Giambattista Pergolesi.

Gli angiulilli che accompagnavano le processioni eseguendo prevalentemente le flotte, calzavano sandali, indossavano una lunga veste di color celeste, sulla schiena un paio d’ali, il capo coperto da una parrucca di riccioli biondi e col viso imbellettato o incipriato.
Dei componenti il quartetto vocale, il soprano e il contralto erano evirati, il tenore e il basso a voce naturale.

I versi delle flotte sono brevi: quinari o settenari.
Qui, di seguito, si trascrive il testo della flotta di San Michele Archangelo che quegli angiulilli eseguivano alla processione dell’8 di maggio o del 29 di settembre dei congregati della chiesa di Sant’Angelo a Morfisa. E’ un sonetto dimezzato, ossia, di quattordici ottonari; il testo, in latino maccheronico, ostenta un ritmo ditirambico; il contenuto ricalca una delle cinque o sette sezioni dell’ellenico Nomos pitico (aulodico o citarodico), composizione che celebrava la vittoria di Apollo sul serpente Pitone.
Michaelem triumphantem
Et victoriam portantem
Laeti semper exaltamus,
Jubilantes adoremus!
In cospectu Michaelis,
Bellatoris Dei fidelis.
Non certatim hic cantantes
Exultemus jubilantes.
Cade, cede, perdidisti!
Meste Lucifer, non vicisti!
Deus semper unus vivat
Te Michael ad arma ad bellum
Nunc voco, et hoc flagellum
Caelesti luce privat!

Flotta in onore di S. Eustacchio (1818)
Oh S. Eustacchio, / gran Potettore
Questo mio core / tutto è per te.
Già tu sei Padre / e noi tuoi figli
Tu, dai perigli / devi salvar
Fa’ da pertutto / regni la pace
E l’alma face / del santo amor.

I

Nigra sum sed formosa / filiae Jerusalem
Ideo dilexit me rex, / et introduxit me
In cubi culum suum / etc. Alleluia

Agli inizi del 1700, Nicola Corvo, il giureconsulto-poeta che offrì al materano Giacomo Sarcuni il libretto per l’oratorio “Santa Elisabetta d’Ungheria”, modula il Nigra sum sed formosa in un testo d’aria di sagace opera buffa:
I’ songo scura comme a le vviòle;
Ma songo bella comme a le ccollane
E ll’oro de lo mante, e de le stole;
A vendegnà ppe vvuje tengo le mmane
Chiene de calle e sso’ cotta a lo Sole:
A faticà pe vvuje, pe’ vve dà pane,
So ffatta nera mo’, ma de natura
So’ janca comme a latte e non già scura.

E chi me vede scura e no’ mme vale
E’ ggente che me ncontra e vota vico
Li frate mieje, li frate mieje carnale
Figlie de mamma mia, nate co mmico
Lloro le primme a mme me vonno male!
Tu sulo, Bello mio, tengo p’ammico
Tu frate, tu marito e patre mio
Tutto tu ssi pe mme, tu mme ssi Ddio!
La vigna mia ssi tu…etc

L’evirato soprano Giovanni Carestini (Filottrano, 1707-1760)

Di seguito le pagine 5 e 6 della flotta che una volta,
il 2 luglio, a Matera,
veniva eseguita sul carro trionfale della SS Bruna da due evirati
(soprano e contralto) e due voci pure: un tenore ed un basso.

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