Fa sempre tenerezza e invita alla riflessione vedere la sequenza di foto in bianco e nero (diffidate degli artifizi dei virati seppia) che parlano dell’Italia del secolo scorso, delle braccia alla patria delle famiglie numerose, costrette poi all’emigrazione perchè era difficile sfamare tutti tra malannate, ignoranza, degrado ed economia in evoluzione. La mostra dell’Istituto Luce ”Io sono una forza del passato”,inaugurata nel finesettimana tra le tante interessanti iniziative del “Festival Terre del pane”’ promosso fino al 20 ottobre dalla Fondazione Sassi, è uno spaccato di un mondo che non c’è più, descritto dalla fotografia e dalla cinematografica e portato avanti, spesso in maniera strumentale, dalle elucubrazioni stantie e di maniera degli imbonitori della cultura della ‘vergogna nazionale”,che contrassegna Matera 2019 e dintorni. Le foto della mostra dicono altri e parlano di quello che è stato. E così i fotografi Domenico Notarangelo , Caio Mario Garruba, Pino Settanni con scatti sui set della vita contadina da spaccarsi la schiena o in momenti di posa che richiamano a una visione bucolica del quotidiano in bianco e nero, con pochi momenti di serenità, e il regista Vittorio De Seta e documentarista, che narra ne ‘La Parabola d’oro” di una giornata di raccolta e trebbiatura del grano in Sicilia, aprono pagine interessanti su un mondo che non c’è più, fatto di sacrifici, calli alle mani e qualche sorriso. La mostra apre con un frase azzeccata, di Pier Paolo Pasolini ” Essere una forza del Passato significa percepire la parte più vitale della nostra Memoria, sede dei nostri ricordi e dei nostri conflitti” . Già, la memoria. Che era quello ci sarebbe piaciuto vedere in maniera evidente, fatta eccezione per alcuni flash e progetti, passati quasi in silenzio nella sequenza pirotecnica di eventi dell’anno da capitale europea della cultura. E non veniteci a raccontare di antropologia diffusa e di personaggi della cultura locale, recuperati nei festeggiamenti da autoconsumo delle capitali per un giorno di centri grandi e piccoli della Basilicata. I bilanci alla fine, ma il clima festaiolo e di scarsa memoria collettiva è questo. Restano le foto della mostra e quanto è possibile vedere negli ipogei della Fondazione Sassi con oggetti, voci e gesti dell’etnografia di altre regioni o nei laboratori e nelle rappresentazioni teatrali o nella mostra sul pane e i Sassi e non solo della quadreria degli Uffizi, che ripropongo un clima di rapporto tra uomo ambiente, agricoltura e alimentazione perso nei tanti clichet del cibo fast (veloce) ma con tante perplessità sulla sua genuinità. Pane nero, bianco, giallo, di grani teneri , duri, segale o di altre farine ma di produzione artigianale, quando le norme dell’Haccp non c’era ed era buona norma saper conservare -come facevano massaie e fornai dei rioni Sassi (lo diciamo ai somari, si scrive in maiuscolo) – il lievito madre in una terrina di creta ” u’ uauatt(i)dd”.


Ho fatto in tempo a vedere alla fine degli anni Sessanta gli ultimi scampoli della civiltà contadina, quando si mieteva a mano sui terreni a ”spalla” o sui ”declivi” dei centri della nostra montagna dove le mietitrebbie, per tecnologia o per motivi economici, non ci arrivavano. Donne e uomini con falcetto o a mano cantavano e di tanto in tanto staccavano con un corposa sorsata di vino al fiasco o alla botticella, u’ trif’l e u’ iascaridd. Ed era così dall’alba al tramonto, mentre altri si premuravano di portare i covoni sull’aia per l’ultima fase che avrebbe portato i chicchi di grano a essere trasformati in farina. E le trebbie a puleggia, come le nostre dalle fianche rossastre in legno,prodotte dalla ”Cicoria” di Lavello, soppiantarono gradualmente l’incidere uguale degli zoccoli di asini e muli. ‘vincolati” a girare intorno con i paraocchi. Altri tempi. Ma come il ”Pinocchio” di Collodi avremmo fatto provare volentieri ai troppi e mediocri rappresentanti che siedono in enti locali e carrozzoni pseudo culturali il ”giogo” dell’aia. Sono,purtroppo, quelle braccia sottratte ai sacrifici dell’agricoltura sono tante. Anche questa è ”Vergogna”…