Leggo, sul “Quotidiano” del giorno 17 novembre u.s., un intervento dell’architetto Tonio Acito, che riflette sulla condizione in cui versa oggi Matera, dopo la proclamazione di Matera capitale europea della cultura 2019, che tante illusioni aveva creato, o erano state fatte creare da chi non ebbe mai il senso democratico di confrontarsi con la città (https://www.quotidianodelsud.it/basilicata/matera/societa-e-cultura/la-riflessione/2021/11/17/matera-non-e-piu-capitale-di-nulla/).

Pubblicando Il ‘caso’ Matera, nel 2018 (Torino, Rinnovamento), nella introduzione, scrivevamo letteralmente: “Matera è, oggi, una città ebbra, vanesia, confusa, esattamente il contrario di una capitale europea della cultura, se la cultura non va immediatamente identificata con la enogastronomia e col divertimento. Ed è dialogo”.

E invece, quello che, in dieci anni di martellamento, dal 2008 al 2019, era mancato, fu proprio il dialogo. Facendo largo intorno a sé, espellendo i poco graditi, che, pure, erano stati parte attiva in tutta l’operazione (penso all’avv. Buccico e al dott. Calbi), il gruppo promotore e poi gestore fu costituito da poche personalità, chiamate di fuori secondo criteri che certo non erano da concorso pubblico.

Il Comitato fece il deserto intorno a sé, preferendo lavorare in perfetta solitudine. In tutto il lungo periodo della attività del Comitato, non una volta fu visto un suo componente partecipare a dibattiti o presentazione di libri, o anche celebrazioni.

Con un atteggiamento che, personalmente, ritengo offensivo nei confronti della città, presero distanze da tutti e da tutto, operando al vertice, da setta segreta, come i Carbonari della montagna Alla città non si riconobbe nessuna presenza di competenze, che potevano portare il sostegno di esperienze, spesso lunghe di anni.

Penso ai Sindaci che, negli ultimi due o tre decenni, avevano amministrato la città; penso al gruppo di architetti e ingegneri e urbanisti, che avevano curato e seguito lo sviluppo urbanistico della città; penso a studiosi che si erano occupati della storia della città, o che avevano fatto, con le loro associazioni, la cultura e la storia della città. E via enumerando. Ma veramente si pensa – tanto per fare dei nomi – che un Lorenzo Rota, un Luigi Acito, un Piergiorgio Corazza, un Tonio Acito, un Renato Lamacchia, un Amerigo Restucci, un Conservaorio tutto intero, una Biblioteca, un Archivio di Stato non avessero nulla da suggerire?

In Germania, a parlare del pane di Matera fu incaricato un membro del Comitato, che il pane di Matera aveva conosciuto solo il giorno del suo arrivo, in un ristorante cittadino. Non poteva essere chiamato il giovane Massimo Cifarelli, laureato, o Patrizia Perrone, mia alunna al Liceo Classico, che il pane di Matera avevano portato fin nella Comunità Europea e che, quotidianamente, vivono nel forno di famiglia?

Matera fu giudicata priva di cultura o, al massimo, dotata di subcultura – compresi Levi e Scotellaro -, che non aveva senso offrire all’esterno. Parma, capitale italiana della cultura, come prima cosa ha ristrutturato il Teatro Regio; poi ha allestito una mostra della “Gazzetta di Parma”: poi ha ristampato la cronaca di fra Salimbene, del ‘300. Mi fermo alle cose di cui sono venuto a conoscenza. Il Comitato tecnico-scientifico e operativo di Matera 2019, invece, non ha “esibito” nulla di nostro.

E si faccia attenzione alla etimologia del verbo “esibire”: “ex–habeo”, “porto fuori ciò che possiedo”! Era l’occasione, per esempio, per ripubblicare Il Mondo Nuovo di Tommaso Stigliani, oppure la Storia di Matera di Gattini o di Francesco Paolo Volpe o di Padre Marcello Morelli o di Francesco Paolo Festa, oppure, semplicemente, comperare un po’ di copie di raccolte di poesie o romanzi o saggi scritti, nel frattempo, da giovani materani. Per semplice incoraggiamento. Non dico molto: solo dieci copie.

Perché non “esibire” il complesso, completo e straordinario Telero Lucania ’61, di Carlo Levi, pezzo unico al mondo?

Mille altre cose si potevano fare, che qualche volta abbiamo elencato. Invece, si sono spesi, tra una storia e l’altra, circa due milioni di euro per una mostra su Pasolini, da noi addirittura divinizzato, e sul Rinascimento che non abbiamo avuto, cioè per “esibire“ cultura d’altri. Matera, in altre parole, è stata podio o palcoscenico o piazza per Vecchioni, Baglioni, Rai3, per un circo equestre, uno scalatore di chiese, mostre altrui, persino matrimoni…

Insomma, per dirla in breve, non si è arato il terreno, non lo si è concimato e non si è seminato. E non si è fatto scuola, per esempio circondandosi di un po’ di giovani, meritocraticamente scelti, fornendo loro borse di studio e preparandoli per quando la festa sarebbe finita. Spesso sono ricorso all’esempio offerto dalla Commissione Friedmann (1955-56) che, se incluse eminenti professori esterni alla città, ci inserì anche il prof. Nitti, il prof. Mazzarone e la prof.ssa De Rita della vicina Bari E si circondò di molti giovani (per esempio, i fratelli Sacco).

Oggi Tonio Acito si lamenta perché la cera si consuma, ci sono soldi e però mancano progetti. Cioè la processione non cammina. Tutto scontato, caro Tonio Acito. Ti hanno mai chiesto un parere, un consiglio, un contributo?

Una colpa faccio alla città: aver rinunziato al proprio orgoglio, alla propria dignità, e non aver fatto sentire la propria voce. Nel mio ‘Caso’ Matera, dopo aver più volte sottolineato la chiusura del Comitato alla città e alle sue potenzialità, concludevo: “Oggi come oggi, c’è da chiedersi che cosa rimarrà dopo che la mongolfiera del Comitato Matera 2019 avrà preso il volo oltre la Murgia e oltre l’Appennino. O, peggio, si sarà sgonfiata, afflosciandosi al suolo”.

Lo stiamo vedendo. La processione non cammina e la cera si consuma. Né la cera dura in eterno; il giorno dopo, peraltro, sulla cera si scivola maledettamente. E si rischia di farsi molto male..