C’era larga parte dei 1.155 abitanti -ufficialmente censiti a maggio 2026 dall’ISTAT- in piazza, qualche sera fa nel “paese del Campanaccio“, a fare da platea particolarmente interessata durante la presentazione del libro scritto da Domenico (Mimì, per tutti) Deufemia, contenente eventi e ritratti di persone che hanno a che fare con le vicissitudini locali, che l’autore ha inteso preservare dall’oblio di una società che corre veloce e sempre più tesa a dimenticare le lezioni del passato. Occupata com’è a scrollare compulsivamente il presente. “Erano circa in trecento le persone che, lo scorso Martedì, hanno riempito il largo di Palazzo Arcieri, sede del vecchio Municipio, per assistere alla presentazione di “San Mauro Forte – Storie, Nomi, Volti”, il libro di Mimì Deufemia, che raccoglie pezzi di storia della comunità.
Tanta la curiosità e l’interesse dettati dal desiderio di riscoprire le proprie radici, di recuperare un senso di appartenenza riappropriandosi di una storia condivisa.” Si legge, infatti in una nota diffusa dopo l’evento da parte della locale Pro Loco di cui l’autore del volume è stato fondatore e per tantissimi anni presidente. “Dopo i saluti di rito del Sindaco Nicola Savino e del Presidente Regionale dell’Unpli, Vito Sabia, è stato il Presidente della Proloco Francesco Laguardia a presentare l’autore del libro, nonchè i tratti salienti di un lavoro di ricerca che abbraccia quasi un secolo di storia.
Vincenzo e Lidia, due giovani del posto, hanno, poi, letto alcuni brani del libro suscitando forti emozioni.
Sono stati, infine, proiettati video messaggi da parte di personalità che non hanno potuto essere presenti all’iniziativa a partire da Ulderico Pesce, Gildo Claps, don Marcello Cozzi, Beppe Lumia e Giuseppe Catozzella.
Mimì Deufemia nel suo intervento è partito sottolineando che, senza alcuna velleità, con questo libro ha voluto evitare che i protagonisti del racconto potessero rimanere “inghiottiti dalla palude dell’oblio e dell’indifferenza” e finire nel dimenticatoio.”

Un lavoro asciutto concentrato in poco più di 80 pagine, con una prima parte dedicata alle “Storie”: “Dallo sciopero del 1940 ai soldati tornati dal fronte ; dalle lotte per la terra al terremoto del 1980 ; dalla marcia per dire NO alle scorie nucleari alla pandemia” e una seconda a dodici “Nomi e volti“: “dal sacerdote Spaziante a Maurizio Privinzano, medico di poveri ; dal colonnello Latronico, eroe della Resistenza e della lotta al banditismo, al ministro Colombo ; dal prete rivoluzionario don Nicola Calbi al funerale di Rocco Grasso ; da Michelangelo Corleto, icona del Campanaccio a Salvatore Urgo, imprenditore illuminato ; dal duro e infaticabile insegnamento del Maestro Difato a Torino Belmonte e al suo amore per il calcio ; da Mariantonia Marinaro, ultima testimone dello Sciopero del 1940 al padre di Mimì, Maurantonio Deufemia.”
“Persone diversissime tra di loro, ma tutte, come ha scritto il poeta Alfonso Guida nella prefazione, “riconducibili a una radice comune. Anche se diverse le direttive, le individualità, lo spirito ideale tutte sono accomunate dallo stesso fervore, dalla stessa passione, fede, fiducia nel futuro. Il libro -rileva Guida- è la Spoon River di Mimì Deufemia, uomo e cittadino, una carrellata di ritratti, dagherrotipi, tableaux vivants.”
Nel suo intervento l’autore, “nel sottolineare l’importanza della conservazione della memoria storica, si è detto preoccupato del presentismo, una sorta di malattia che uccide lentamente la storia passata.”
“Oggi, secondo Deufemia, “domina un presente senza profondità, all’interno del quale la memoria diventa un intralcio. E’ così che si spiegano le falsificazioni a cui stiamo assistendo.
Deufemia ha concluso invitando la gente del suo paese “a riscoprire il senso della comunità, il piacere di ritrovarsi in una storia collettiva per meglio affrontare le sfide e le ansie del nostro tempo.” Perchè, come ha scritto nel libro : “il paese non è un insieme di case costruite una dopo l’altra. Il paese è il luogo dove si intrecciano affetti, gioie, dolori. È il carico dei sentimenti individuali, la dimensione di una identità collettiva, la condivisione di un percorso. Non è possibile essere felici se non si sente di appartenere a una comunità. Se non si conoscono le vicende e gli uomini che hanno fatto la sua Storia”.
Si è detto, infine, “preoccupato per quanto sta accadendo nei piccoli paesi, in Italia e nel mondo.” Ed in tale contesto ha invitato i suoi compaesani “a non stare a guardare.” Perchè se davvero “si vuole bene alla propria comunità bisogna sporcarsi le mani. Metterci la faccia. Proprio come fecero gli uomini e le donne raccontate nel libro.” Ultima nota significativa da sottolineare è che per decisione dell’autore il ricavato dalla vendita del libro, pubblicato autonomamente, “sarà devoluto ad associazioni umanitarie impegnate nella cura e assistenza dei bambini nelle zone di guerra.”


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