Ormai ci abbiamo fatto il callo a furia di sentire e leggere, ma senza concretezza, di Basilicata libera dal covid ( covid free per gli anglicisti a tutti i costi), sostenibile, lenta (slow) o resiliente che, azzeccando la rima, significa tutto e non significa niente. Perché non paga a dimenticare il passato, a cominciare dal ‘’carpe diem’’ oraziano, per passare all’intensità delle arti e della storia che dalla civiltà ellenistica ha portato a quelle monastiche, nobiliari nei centri grandi e piccoli, tra valli, fiumi e monti ‘’deturpati’’ da un progresso estrattivo che non vediamo. E, allora, sono un pungolo a guardarci dentro e in faccia, le riflessioni di Rocchina Adobbato sulla necessità di condire la ripresa economica e sociale della Basilicata, con i dati in rosso sull’emigrazione, il calo demografico e le ipocrite e deleterie autocelebrazioni dei vicerè napoletani, che con supponenza e protagonismo, hanno tarpato le ali della ripresa della regione. Bellezza ? Quanta ne vogliamo. Ma dobbiamo darci una mossa con una politica delle piccole cose che guardi con lungimiranza a quanto possiamo dare, la bellezza dei nostri luoghi, della nostra cultura, a quanti l’hanno persa prima e durante l’epidemia da virus a corona. Noi una corona ce l’abbiamo in ognuno dei 131 comuni della Basilicata: bellezza, fino all’ostinazione.

La Bellezza leva di identità e di ripartenza
La pandemia ci sta insegnando a vivere diversamente, ad apprezzare la lentezza, a soffermarci a guardare la bellezza che ci circonda, dallo sbocciare di un germoglio al risveglio della primavera, a prendere consapevolezza che la natura ha i suoi tempi. Questi lunghi mesi di emergenza sanitaria, al di là della drammaticità, ci hanno ricordato l’importanza dei gesti semplici e delle cose che davamo per scontate, come andare a prendere un caffè al bar, camminare per strada, andare in bici, incontrare gli amici. Questa necessità delle relazioni umane è straordinaria e vitale e forse solo ora che ci manca così tanto l’abbiamo compresa e valorizzata. In attesa di riprenderci la tanto desiderata normalità affacciamoci a una nuova finestra, quella della bellezza e del cambiamento. Una finestra da cui guardare a un cambiamento all’insegna del benessere collettivo, della trasformazione e della partecipazione che renda più vivibile e bello il nostro territorio. In tempi difficili e incerti come quelli che stiamo vivendo, il senso della bellezza sembra suggerire che un altro mondo è possibile. Questo è il tempo della rinascita e del riscatto, della valorizzazione della creatività, del miglioramento della qualità della vita, della progettazione culturale e della tutela del patrimonio storico e artistico della nostra regione. La bellezza può essere la leva dell’identità e della ripartenza della nostra Basilicata ma bisogna pensare non solo a quanto conta ma sapere anche quanto vale.
Il Sud è da sempre considerato sinonimo di Bellezza, in virtù del suo patrimonio culturale, artistico, monumentale, paesaggistico, ma non può continuare a percepirsi “bello” soltanto perché dotato di antichi patrimoni ereditati dal passato. Deve piuttosto iniziare a puntare su fattori finora ritenuti “infruttiferi”, come la cura dei beni comuni, la manutenzione dei paesaggi e della qualità urbana, il benessere e la felicità dei cittadini, facendo leva sulla dimensione sociale delle comunità locali, sulla qualità della vita nei territori di provincia, sull’entroterra, sull’agricoltura e sull’artigianato di eccellenza, sul “made in Italy”, sulle piccole imprese e sull’industria creativa e culturale.

La ripresa deve partire da questo immenso patrimonio materiale che unito a quello immateriale di Benessere, deve creare un nuovo modello economico capace di esaltare intuiti, creatività e abilità, di cui imprenditori e imprenditrici illuminate siano interpreti e protagonisti. Custodire il creato è un nostro dovere civico, rimettere al centro la persona e riconoscere il primato della cultura non sono soltanto etici e “giusti”, ma anche “convenienti” da un punto di vista economico: paradigmi necessari e funzionali per giungere a una piena valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale, materiale e immateriale. Nella prospettiva di un mondo futuro sempre più dominato dalla tecnologia, si deve valorizzare e coltivare il fattore umano, riportando l’individuo al centro delle dinamiche produttive e riservando alle relazioni umane un posto di prim’ordine nelle strategie aziendali. Bisogna ripartire dalle relazioni e dalle connessioni, dal senso di appartenenza e dal senso civico, dalla reciprocità dei gesti quotidiani e dai talenti, dalla competenza e dal merito, attraverso scelte di indirizzo e pianificazioni che guardino a orizzonti di medio-lungo periodo. Non ci sono ricette magiche né soluzioni pronte ma è necessario immaginare un percorso. Ripartendo dalla consapevolezza di essere chiamati a onorare il patrimonio e l’eredità culturale che ci hanno consegnato i nostri padri, ma anche dalla responsabilità di creare valore contemporaneo, per garantire un futuro ai nostri figli. Dobbiamo dare impulso a una stagione culturale completamente nuova, in grado di rispettare i principi costituzionali di salvaguardia, conservazione e tutela e con l’imperativo necessario di produrre valore reale (occupazione, reddito, benessere), per entrare con dinamismo nell’era dell’intelligenza collettiva e condivisa, digitale e social. La valorizzazione deve essere economica e culturale. L’investimento sul futuro che punta sulla bellezza si esprime con una cultura d’impresa che sa guardare lontano e che promuove comportamenti virtuosi sempre più attenti all’individuo e alla comunità, permeata delle specificità femminili di cura, coraggio, cultura, relazioni, solidarietà, inclusione, rispetto della natura. Una visione dell’umanità fatta di amore, cura, passione, sensibilità e ascolto può essere il nostro giacimento di ripresa, di riscatto e di rilancio.